Raissa Olkienizkaia, una scrittrice russa tra guerre e rivoluzioni.

di Paolo Campioli.

Raissa Olkienizkaia, nome completo Raisa Grigor’evna Ol’kenickaja, nasce a San Pietroburgo, capitale dell’Impero Russo, il 6 marzo 1886 da una coppia di ricchi farmacisti ebrei, composta da Grigorij e da Elizaveta Pumpjanskie[1].

Dopo essersi trasferita a Varsavia con la madre per un breve periodo[2], a causa forse dello scoppio della prima rivoluzione russa[3], ed essersi diplomata con il massimo dei voti al Liceo Classico della città polacca, ottenendo persino una medaglia d’oro, nel 1905 giunge in Italia, e si stabilisce nel paese trevigiano di Cornuda[4].

Qui conosce il coetaneo Filippo Naldi, detto ”Pippo”[5], suo futuro marito, il quale, in quel momento, è uno dei membri di punta del Partito Giovanile Liberale Italiano (PGLI), un movimento politico che era stato fondato nel 1901 dal giornalista pavullese[6] Giovanni Borelli.

Insieme a questo suo compaesano, anch’egli neo-diplomato al Classico (ma di Belluno)[7], la ragazza russa si iscrive alla Facoltà di giurisprudenza dell’Università di Padova[8].

Questo avviene a partire dall’anno accademico 1904-05[9].

L’intesa tra di loro sembra subito forte, tanto che, poco dopo avere iniziato a frequentare (e a frequentarsi), si fidanzeranno e convoleranno a nozze[10].

Si sposeranno il 4 luglio 1907 nel municipio della città veneta, dove entrambi ancora risiedono[11]. Ad officiare la cerimonia sarà il sindaco Antonio Serena[12].

Gli sposi, che sono molto religiosi, non potranno tuttavia unirsi subito anche con rito religioso, in quanto di confessione diversa.

Per farlo saranno costretti a richiedere una dispensa papale[13].

Nel momento del matrimonio, Pippo è già da qualche anno uno degli animatori dell’attività del PGLI anche all’interno della facoltà patavina di giurisprudenza.

Questo partito, uno dei primi tentativi di dare una forma di ufficialità al movimento liberale italiano, era stato fondato, come detto, nel febbraio 1901 dal pavullese Giovanni Borelli, ma il progetto era in cantiere sin dal 1896.

Raissa e Pippo a Berna.

Tuttavia, poco dopo essere convolati a nozze, i due si trovano costretti a interrompere la frequentazione dei corsi universitari, per trasferirsi a Berna[14], luogo dove nel gennaio 1909 nascerà Gregorio, il loro primogenito.

Faranno ritorno in Italia dopo qualche tempo. Non prima però di avere stretto amicizia con personaggi di indiscusso spessore: uno di questi è il sociologo ed economista italo-francese Vilfredo Pareto[15].

Qualcuno avrebbe fatto il nome anche di Vladimir Lenin, ma non esistono prove certe di incontri con lui.

Al ritorno in Italia Pippo inizia a collaborare con alcuni importanti quotidiani italiani, tra cui La Tribuna di Roma, Il Secolo di Milano e Il Resto del Carlino di Bologna[16].

La sua carriera inizia a decollare ufficialmente nei primi anni Dieci. Al contrario di quella della moglie, che inizierà soltanto nel decennio successivo.

Cosa fa quindi Raissa negli anni Dieci, oltre naturalmente ad accudire il figlio maschio appena nato? Proviamo a scoprirlo.

Partiamo col dire che quelli sono gli anni durante cui Pippo riesce ad allacciare importanti rapporti con numerosi colleghi di partito del PGLI, in particolare con il capo del movimento, Giovanni Borelli, e con suo fratello Tomaso. Per conto di Giovanni, egli lavorerà anche come conferenziere[17], soprattutto nella campagna elettorale del 1913, diventandone in pratica il braccio destro.

Riteniamo che quanto appena detto sia importante ai fini del nostro racconto perché il capo del PGLI sarà legato da una profonda amicizia anche con la Olkienizkaia, ossia con la vera protagonista di questo articolo.

Se invece volete sapere qualcosa di più sull’amicizia tra Borelli e Pippo, vi rimandiamo ad una serie di nostri articoli, citati in nota[18].

Il legame tra la scrittrice e il politico pavullese permetterà a lei di “entrare in simpatia” anche con un altro personaggio che, anche se meno noto del Borelli, diventerà tuttavia molto importante per i Naldi.

Egli è un misterioso esponente del mondo cattolico che, grazie alla sua grande capacità di comunicare la fede, riuscirà a ritagliarsi un ruolo di primo piano addirittura all’interno della loro famiglia[19].

Anzi, costui per i Naldi diventerà quasi una guida spirituale: stiamo parlando del sacerdote Enrico Vanni, nato a La Raggia di Riccovolto[20], una piccolissima località appenninica che ora si trova in provincia di Modena, proprio come il paese natale di Giovanni Borelli.

Piccola parentesi: com’è noto, fino al 1912, anno della stipula del Patto Gentiloni, i rapporti tra politica e chiesa rimasero assai complicati, a causa dell’Unità d’Italia e della fine dello Stato della Chiesa. Pertanto probabilmente Borelli e Vanni, anche se conterranei, non poterono mai, prima di allora, palesare troppo la loro amicizia.

Anche per ovviare a questo impedimento, Vanni, sin da giovanissimo, aveva deciso di aderire al cosiddetto Modernismo teologico[21], e questo lo aveva portato alla convinzione che la Chiesa dovesse aprirsi maggiormente al liberalismo.

Proprio nel rispetto di questa suo pensiero, sin dai primi anni del ‘900 aveva appoggiato segretamente il Borelli. Dopo il 1912 però iniziò a farlo pubblicamente, anche attraverso vari articoli da lui firmati, destinati ai vari fogli ufficiali del PGLI.

Aveva appoggiato l’amico conterraneo anche attraverso un’accademia, da lui cofondata in quel di Pievepelago (MO), chiamata Lo Scoltenna, tuttora esistente. Di tale accademia, cofondata da Vanni, Borelli era socio onorario.

Il sacerdote era stato quindi, in qualche modo, una specie di precursore del succitato patto, perché attraverso questo, nel 1912, i liberali e i cattolici si allearono politicamente in vista delle prime elezioni a suffragio universale maschile, quelle del 1913.

Anche se poi, per tali sue scelte inaccettabili per il mondo cattolico di allora, il sacerdote di Riccovolto subì una serie di punizioni da parte della Santa Sede, che lo costrinsero ad accettare di diventare Canonico Palatino della Basilica di San Nicola di Bari.

La parentesi bolognese.

Abbiamo voluto riportare alcune nostre idee in merito al rapporto di amicizia esistito tra Raissa e questi due misteriosi quanto influenti personaggi modenesi perché, a nostro avviso, costoro sarebbero stati fondamentali non solo per la carriera di Naldi, ma anche per quella della stessa scrittrice.

Sarebbero stati fondamentali per il seguente motivo: la sua carriera inizia, come detto, molto dopo quella del marito e, inoltre, come ha scritto anche la professoressa Maria Pia Pagani nell’opera citata in nota[22], decolla soprattutto grazie alle conoscenze che lo stesso marito ha nell’ambiente editoriale italiano.

Conoscenze che però (ed è qui che secondo noi la nostra tesi assume valore) lui non avrebbe mai potuto avere se nell’autunno 1913 il nominato Borelli non avesse caldeggiato fortemente la sua nomina a direttore de Il Resto del Carlino di Bologna[23].

Pertanto, se prendiamo per buone queste ultime considerazioni, ne dedurremo, di riflesso, che anche la carriera della Olkienizkaia, probabilmente, non sarebbe mai potuta iniziare se il Borelli non avesse avuto un occhio di riguardo per l’amico e collega Naldi in quel momento cruciale della sua carriera.

Negli anni in cui Pippo dirige il Carlino, anche la sua famiglia vive a Bologna, più precisamente in una abitazione ubicata al numero 109/2 di Via Castiglione, poco fuori Porta Castiglione, appunto[24]. E, proprio a Bologna, la moglie darà alla luce la terza figlia, che prenderà il nome di Elisabetta.

Negli anni ’50 Elisabetta Naldi, dopo un breve matrimonio con il direttore d’orchestra italo-rumeno Roman Vlad[25], sposerà uno dei più famosi scrittori francesi della storia, il comunista Roger Vailland. In conseguenza a ciò diverrà anch’ella attivista comunista[26]. In Francia ancora oggi ella è ricordata come Elisabeth Vailland.

Occorre tuttavia ricordare che, in precedenza al periodo bolognese dei Naldi, Raissa aveva dato alla luce anche un’altra figlia, a cui era stato dato il nome Giovanna. La bambina era nata nel febbraio 1912 a Roma[27].

Evidentemente quindi, prima di trasferirsi in pianta stabile nella città felsinea, i Naldi avevano vissuto per qualche tempo anche nella capitale.

Questo, forse, era avvenuto perché Pippo, negli anni intorno a quello di nascita della figlia, aveva svolto la funzione di corrispondente dall’Albania e dal Montenegro per il quotidiano romano La Tribuna, diretto da Luigi Roux prima e da Olindo Malagodi poi.

Non sappiamo però se allora abitassero già o meno nella abitazione che il sito Russi in Italia[28] segnala come quella storica di Raissa, e che si trova(va) al 16 di Via di Propaganda (tanto per intenderci, di fronte all’ingresso laterale del Palazzo di Propaganda Fide, a due passi da Piazza di Spagna)[29].

Ciò che sappiamo per certo però è che, fino al momento dell’assunzione della direzione del Carlino da parte di Pippo, sua moglie era rimasta abbastanza nell’ombra.

Prima del 1914 infatti nessuno l’aveva mai menzionata, chiamata in causa, citata. Per gli addetti ai lavori era, in pratica, solamente la moglie russa di uno dei tanti corrispondenti di quotidiani finanziati dagli industriali saccariferi italo-svizzeri[30].

In pratica, un fantasma.

Forse questo avvenne perché il marito nei primi anni ’10 non era ancora abbastanza noto da attirare l’attenzione dell’opinione pubblica.

La prima volta che viene citata in modo significativo da qualcuno è poco dopo la fondazione del quotidiano mussoliniano Il Popolo d’Italia, operazione in cui Pippo, anche come direttore de Il Resto del Carlino, ha un ruolo fondamentale, come procuratore dei primi finanziamenti per permettere la nascita del quotidiano milanese[31], ma anche come ideatore dell’intero progetto.

Prima di questo avvenimento nessuno aveva davvero mai pensato a lei.

Paradossalmente, neanche quando nel 1913 il marito era riuscito, in maniera assai sorprendente per la verità, a impiantare una importante agenzia telegrafica (la Agenzia Telegrafica Italiana) nella sua città natale (San Pietroburgo), attraverso il Ministro degli Esteri di allora[32].

Solo nel 1914 il suo ruolo di moglie di Naldi inizia ad incuriosire gli inquirenti.

Raissa Olkienizkaia e Il Popolo d’Italia.

Tra il 1959 e il 1960, Giorgio Bontempi e Paolo Alatri, rispettivamente giornalista e storico – molto noti nel XX secolo – hanno portato alla luce una serie di documenti segreti in cui si parla della Olkienizkaia come di una nihilista russa che aveva partecipato alla fondazione de Il Popolo d’Italia, fornendo in qualche modo assistenza, molto probabilmente linguistica, necessaria per permettere al quotidiano milanese di ottenere una serie finanziamenti russi “segreti”[33], anche attraverso alcuni Consoli ed alti ufficiali che provenivano dall’Impero dello Zar.

In tali documenti, di cui noi purtroppo non siamo mai riusciti a entrare in possesso, verrebbe nominata insieme ad un’altra donna, tale Amalia Banck[34], moglie di Alberto Caroncini, giornalista collaboratore del Carlino di Naldi caduto in guerra nel novembre 1915.

Secondo Arcari, le operazioni condotte dalle due nihiliste sarebbero da datare all’autunno del 1914[35], ma da collocare in realtà poco prima dei primi incontri milanesi tra Naldi e Mussolini, quelli tanto per intenderci che il 15 novembre 1914 portarono alla nascita del quotidiano socialista interventista Il Popolo d’Italia.

Secondo Giorgio Bontempi, invece, autore di una intervista a Naldi pubblicata nel 1960 su Il Paese, quotidiano romano di ispirazione comunista, la Olkienizkaia e la Banck avevano, all’epoca, “delle conversazioni politiche con Mussolini”[36].

Sarebbero state loro, quindi, a preparare il terreno per dare modo a Pippo di arrivare a Milano al fine di portare a compimento la svolta interventista di Mussolini.

Come molti di voi senz’altro già sapranno, egli, convincendo Benito a fondare Il Popolo d’Italia, ne provocò anche l’espulsione dal Partito Socialista Italiano[37], in quanto tale partito era prevalentemente neutralista, e soprattutto mal digeriva la presenza di interventisti dichiarati al suo interno[38].

Nel momento descritto, la Russia non era ancora in mano ai bolscevichi.

Mussolini però tendeva ad accentuare la sua tendenza rivoluzionaria[39], e questo veniva favorito sicuramente anche da Pippo e Raissa, dato che, come si è dimostrato, entrambi appoggiarono apertamente la nascita del suo nuovo quotidiano.

Tra il 1914 e il 1915 abbiamo però un Impero Russo ancora molto forte: la rivoluzione dei primi anni del ‘900[40] lo ha sì destabilizzato, ma non lo ha ancora annientato definitivamente. Insomma, non gli è ancora arrivato il colpo di grazia finale, che, come sappiamo, verrà assestato solo tra l’ottobre e il novembre del 1917 con l’ultima grande rivoluzione[41].

C’è però ancora una sanguinosa guerra mondiale da combattere. Una guerra che l’Italia combatterà tra l’altro come alleato proprio dell’Impero Russo, fino al ritiro di quest’ultimo dal conflitto, che avverrà nel marzo 1918[42].

Raissa sembra diventare perciò assai importante, se non fondamentale nel periodo della cosiddetta “Neutralità italiana” (agosto 1914-maggio 1915)[43], anche per il Regno d’Italia, perché fornisce un contributo fondamentale per portare lo stesso Regno ad avvicinarsi gradualmente alle forze della Triplice Intesa, dopo l’abbandono dell’alleanza con gli Imperi Centrali[44].

Quelli della “Neutralità italiana” sono anche i mesi in cui numerosi esponenti della diplomazia russa giungono in Italia proprio per cercare di trascinare l’Italia del Presidente Salandra dalla loro parte.

E la scrittrice diventerà probabilmente importante anche per loro, perché tali diplomatici russi alla fine riusciranno effettivamente a portare l’Italia in guerra al loro fianco, forse anche grazie alla mediazione di quelle due nihiliste russe citate nel 1959-60 da Alatri e Bontempi.

Inizialmente, quindi, la nostra letterata non diventa famosa in Italia come scrittrice, poetessa o traduttrice.

Il suo primo compito sembra essere, anzi, del tutto simile a qualcosa di vicino all’informazione segreta, da svolgere anche e soprattutto insieme al marito.

Lei e Pippo sembrano davvero due entità inseparabili, che di comune accordo portano avanti un progetto segreto davvero misterioso, un progetto che sembra addirittura andare oltre il matrimonio.

Esso infatti ha tutta l’aria di essere qualcosa di più alto, superiore.

Qualcosa che, inoltre, sembra interessare paradossalmente più il mondo filo-rivoluzionario russo che quello liberale, moderato e filo-ecclesiastico italiano a cui Pippo dice di appartenere.

La carriera di scrittrice.

Ciò peraltro presenta una evidente e curiosa corrispondenza col fatto che, come vedremo, sarà proprio nel periodo delle lotte operaie e contadine conosciuto oggi come “Biennio rosso” (1919-1920) che la moglie di Naldi, arrivata in Italia, tra l’altro, sospinta dai venti rivoluzionari russi[45], inizierà ad affacciarsi nel mondo della letteratura italiana, dapprima come scrittrice e poetessa, poi come traduttrice dal russo di opere famose scritte e pubblicate nella sua patria natìa[46].

Quindi a questo punto potrebbe avere senso affermare che la coppia italo-russa era composta da due individui difficilmente catalogabili, visto che costoro potrebbero avere lavorato addirittura anche a favore della diffusione dell’idea rivoluzionaria filo-sovietica in Italia.

La nostra ipotesi potrebbe essere resa valida dal fatto che i primissimi incontri tra Raissa e Mussolini (assolutamente provati, perché sono stati citati ripetutamente anche da due autorevoli professionisti come Alatri e Bontempi), avvenuti nella hall dell’albergo milanese Bella Venezia[47] – ma forse anche nella sede di Avanti![48], organo ufficiale socialista di cui Benito rimase direttore fino all’ottobre 1914 – si sarebbero svolti alla luce del sole, forse addirittura in presenza di alcuni collaboratori del quotidiano stesso, che allora, ricordiamo, era espressione di una forza politica filo-rivoluzionaria.

E la nostra ipotesi potrebbe diventare ancor più valida aggiungendo che, dopo essere riuscito a strappare Mussolini al partito filo-proletario, Naldi continuò a mantenersi in ottimi rapporti anche con i successivi direttori di Avanti!, soprattutto con Giacinto Menotti Serrati, il quale diresse l’organo socialista dal 1914 al 1922.

Esistono infatti testimonianze di frequenti incontri tra i due, avvenuti nel 1917 all’interno del centralissimo Ristorante milanese “Cova” (il quale però allora non si trovava dove si trova adesso, ma all’angolo tra via Verdi e via Manzoni, a due passi dal Teatro alla Scala)[49].

Tutto ciò ci servirà per concludere che, molto probabilmente, il grande contributo dato dalla Olkienizkaia e da Naldi alla causa del socialismo interventista nella metà degli anni ’10 potrebbe essere la chiave per capire il perché il successo letterario della russa ebbe luogo proprio durante il “Biennio rosso”[50].

Infatti, come spiegato anche in nota, la sua prima fatica letteraria verrà pubblicata nel 1920, e cioè nel bel mezzo di tale biennio. Nello stesso anno tra l’altro della strage di Palazzo d’Accursio, avvenuta a Bologna in conseguenza degli scontri tra squadristi, Guardie Rosse e Pubblica Sicurezza.

Abbiamo voluto ricordare tale tragico avvenimento perché abbiamo saputo che, da una parte, portò alla definitiva fascistizzazione del Carlino[51], ma dall’altra (e questo a nostro avviso è molto interessante) portò anche al progressivo distacco di Pippo dalla stessa testata.

Pertanto, forse, tale distacco avvenne in quel preciso momento proprio perché il tragico avvenimento e la conseguente fascistizzazione del quotidiano di Piazza de’ Calderini[52] erano del tutto incompatibili con la vicinanza del giornalista al mondo socialista.

Altro elemento probante, quindi, la validità di quanto da noi affermato in precedenza in merito ai rapporti tra i Naldi e l’ambiente filo-proletario e filo-rivoluzionario.

Se poi andiamo a rileggere una breve nota del Comune di Bologna, ora presente anche nel nostro archivio, nella quale sono annotate le variazioni residenziali dei Naldi, tale validità cresce ulteriormente, perché tale nota dimostra che costoro si trasferirono da Roma a Bologna il giorno 12 febbraio 1915, ed anche che non fecero ritorno a Roma prima del 28 gennaio 1920[53].

Ciò significa che, nel momento della strage di Palazzo d’Accursio, non abitavano già più nel capoluogo emiliano (anche se in realtà Pippo continuava ad avere tuttavia un ruolo di rilievo all’interno del Carlino, forse anche come azionista di maggioranza).

Nello stesso periodo, inoltre, egli appoggiò, anche finanziariamente, la nascita degli Arditi del Popolo, nota organizzazione paramilitare di orientamento filo-proletario (era di fatto una delle formazioni di difesa proletaria)[54] fondata dall’anarchico Argo Secondari.

Raissa, Pippo e la Russia menscevica.

Nel 1920, quindi, nel curriculum della famiglia italo-russa era già presente una serie infinita di contatti con le varie forze che si opponevano, anche con una certa decisione, alla destrizzazione del movimento fascista.

Anzi, forse pure loro erano attivi (segretamente?) nel gruppo formato da tali forze.

Tale loro ruolo segreto, inoltre, potrebbe essere stato anche il motivo per cui, a un certo punto, la loro figlia minore Elisabetta decise sorprendentemente di fare propri i principi del comunismo, e di sposarli in pieno, negli anni, anche insieme al marito scrittore francese Roger Vailland[55] (al contrario della sorella maggiore Giovanna, la quale frequentava personaggi come Indro Montanelli ed era abbastanza vicina al fascismo).

In funzione dell’analisi del ruolo segreto dei Naldi non si dovrà dimenticare anche che nel 1917, a Pietrogrado (che, ricordiamo, era sempre la città natale della Olkienizkaia, visto che San Pietroburgo aveva assunto tale nome nel 1914)[56], Pippo deciderà di entrare in contatto con un influente politico menscevico, già deputato della seconda Duma e Ministro delle Poste e Telegrafi del Governo provvisorio di Aleksandr Fëdorovič Kerenskij[57], tal Irak’li Ts’ereteli.

Con questo personaggio egli rimarrà a lungo in ottimi rapporti, e con lui si incontrerà ripetutamente, anche quando questi si trasferirà a Parigi in esilio. Non solo: quando il russo morirà, nel maggio 1959, Pippo deciderà di dire tutta la verità sul fascismo e sui rapporti di Mussolini con l’Impero Russo.

Lo farà tra l’altro nel corso di una lunghissima intervista, rilasciata non a un quotidiano qualsiasi, bensì al quotidiano comunista Il Paese, e l’intervista di cui stiamo parlando è la stessa in cui sono presenti anche le numerose informazioni segrete riguardanti il lavoro sotterraneo svolto da Raissa in occasione della nascita de Il Popolo d’Italia.

L’amicizia con Ts’ereteli, invero assai strana e singolare, la cui importanza storica è sempre stata, a nostro avviso, ampiamente sottovalutata, fu anche ciò che permise a Naldi di diventare testimone attivo della caduta dello Zar Nicola II, ma, soprattutto, della nascita di una nuova Russia sovietica guidata dai bolscevichi.

Anche questo fatto, quindi, contribuirà senz’altro a metterlo ancora una volta ai primi posti della lista dei liberali e/o dei conservatori europei che ebbero forti legami anche coi movimenti politici filo-rivoluzionari, ma nel senso anti-fascista del termine.

Di conseguenza a ciò, però, anche la moglie, vista la sua provenienza, la sua nazionalità, non potrà assolutamente essere esclusa dalla stessa lista.

Non bisogna dimenticare inoltre che il marito di Raissa, mentre entrava in contatto con i filo-rivoluzionari menscevichi[58] nell’Impero Russo in via di capitolazione, incontrava abitualmente anche lo Zar Nicola II Romanov.

Gli incontri tra i due ebbero luogo a Carskoe Selo[59], una località a una trentina di chilometri a sud di Pietrogrado, dove si trovava la residenza estiva degli Zar di Russia…

Chi era quindi veramente Filippo Naldi? Ma, soprattutto, chi era veramente Raissa Olkienizkaia? E chi permetteva loro di entrare in contatto liberamente con qualsiasi tipo di forza politica, senza subire alcuna ripercussione?

Abbiamo posto una serie di domande a cui sarà difficile, se non impossibile dare risposte. Di sicuro sarà impossibile darle in questa sede.

Quindi, consci di questo, non ci resta altro da fare che proseguire con l’analisi della vita letteraria della nostra scrittrice, dopo avere rilevato la sua centralità nella carriera del marito, e viceversa, ma anche la loro assoluta vicinanza al mondo filo-proletario e filo-rivoluzionario.

La sua carriera letteraria inizia come detto nel 1920.

Vorremmo partire ad analizzare la stessa riportando alcuni passi di un articolo di Maria Pia Pagani intitolato “Un regista in esilio e la sua traduttrice: Nikolaj Evreinov e Raissa Ol’kenickaja Naldi”[60]. Eccoli:

“Ho letto il suo bellissimo saggio su Ievreinov, ma, come avevo già osservato quando Giovanni Borelli me lo portò, è per la sua mole piuttosto adatto ad una rivista che a un giornale”. (…) “Egregio Signore, il prof. Giovanni Borelli mi scrive di averle consegnato da tempo un mio piccolo studio sull’originalissimo pensatore e drammaturgo contemporaneo russo, N.N. Jevreinov, completamente ignoto in Italia”. (…) “Il mio amico Borelli m’informo delle obbiezioni che Ella mosse sulla misura del mio lavoro”. (…) “Il prof. Borelli mi ha accennato anche a una lettera che Ella mi avrebbe già scritta e la quale non mi è mai giunta”.

Lo scambio epistolare che contiene queste brevi frasi, all’interno di cui, come avrete certamente intuito, viene messa in evidenza l’amicizia tra la moglie di Pippo Naldi e il politico e giornalista pavullese Giovanni Borelli, è datato però 1926. Ed è quindi molto avanti rispetto all’inizio della carriera letteraria che stiamo analizzando.

Questo lungo passo del saggio della Pagani, anche se cronologicamente distante dagli inizi della suddetta carriera, ci tornerà comunque utile per dimostrare che nel 1926 l’amicizia tra la scrittrice e il nume tutelare del marito era sicuramente ancora molto forte.

Per quale motivo però stiamo dando così tanta importanza a questo dato? Stiamo facendo ciò perché abbiamo saputo che nel 1926, mentre appunto questi due personaggi continuavano a manifestare pubblicamente la loro amicizia, il marito di lei era in procinto di trasferirsi in Francia in esilio volontario, dopo essere stato accusato di avere provocato il crack del Banco Adriatico di Cambio[61].

Cosa significa questo? Significa senza alcun dubbio che Borelli nel 1926 decise di scendere in campo per aiutare Raissa in uno dei momenti sicuramente più difficili per i Naldi.

Quest’ultimo dato ci permetterà di ricavare qualcosa di molto utile dal punto di vista storico, che andrà a rafforzare probabilmente quanto detto in precedenza sulla tendenza filo-rivoluzionaria dei Naldi e dei loro collaboratori.

Qualcosa che però in questo momento del nostro racconto è tuttavia impossibile da rilevare, perché non abbiamo ancora spiegato nulla delle strane dinamiche che portarono Borelli, Pippo e Raissa a interagire costantemente tra di loro in quel periodo di difficoltà.

Nulla da temere, però: tale qualcosa emergerà in automatico nelle prossime righe del nostro articolo.

Il ruolo del pavullese Giovanni Borelli.

Emergerà soprattutto quando troveremo un collegamento tra il fatto che il liberale Borelli, dimenticando per un attimo di appartenere a uno schieramento politico anti-rivoluzionario, decise di aiutare una russa ex nihilista probabilmente filo-rivoluzionaria (tra l’altro nel momento di massima autorità del fascismo), e il fatto che Naldi, una volta fuggito in Francia, andò ad unirsi immediatamente alla colonia dei socialisti fuoriusciti, composta peraltro anche da numerosi ex compagni di partito del defunto Giacomo Matteotti.

Ciò che si può dire del comportamento di Borelli è che egli intervenne sicuramente per aiutare due personaggi come Pippo e Raissa che, stando a quanto emerso dall’analisi della fuga in Francia del primo dei due, potevano essere considerati di fatto antagonisti del Regime.

E questo a nostro avviso è storicamente importantissimo.

Lo è perché Borelli (in quel momento tra l’altro collaboratore del fascista Il Popolo d’Italia)[62], sentendo il bisogno di accorrere in aiuto della scrittrice in un momento così difficile per la sua famiglia, dimostrò probabilmente di voler aiutare non solo la moglie di un suo amico, ma anche una ebrea russa, con tendenze nihiliste e rivoluzionarie. Moglie tra l’altro di un liberal-socialista (perché Pippo, di fatto, lo era) che da qualche anno si trovava anche perseguitato dal fascismo più estremista, anche per la sua vicinanza al mondo anti-fascista.

Pertanto nel 1926 Borelli dimostrò anche, così facendo, di voler convergere a tutti i costi anche con le forze, rappresentate anche dai Naldi, che temerariamente si opponevano in qualche modo – e come potevano – allo strapotere della dittatura. Forze che, oltretutto, erano le stesse che avevano appena subìto anche l’omicidio di un loro esponente, in un tragico pomeriggio di giugno del 1924 (Matteotti).

Quindi, forse, basandoci su questi ultimi dati, ma anche sul fatto che non esistono documenti che dimostrino l’iscrizione dei Naldi al Partito Nazionale Fascista od anche la loro partecipazione alla creazione dei Fasci Italiani di Combattimento, non potremo più riferirci a Pippo, e a questo punto anche alla moglie, come a due figure prive di legami con organizzazioni che sostenevano la lotta anti-fascista contro lo strapotere delle sezioni più estremistiche del fascismo italiano.

Che erano poi quelle che avevano partecipato alle adunate fasciste più importanti, come quella di Piazza San Sepolcro del marzo 1919.

C’è da ricordare inoltre che il marito di Raissa non partecipò nemmeno alla Marcia su Roma.

Quel giorno infatti si trovava a Cavour alla festa di compleanno per gli ottant’anni dell’allora già ex Presidente del Consiglio Giovanni Giolitti[63].

Di conseguenza a ciò si può dire quindi che la loro amicizia con Borelli e il sostegno fornito da costui nel loro momento di massima difficoltà potrebbe confermare ancora una volta che esisteva davvero un progetto segreto, forse anche filo-rivoluzionario e filo-proletario, dietro all’universo dei vari Naldi, Borelli ecc.

Un progetto che oltretutto aveva radici ben piantate nella Russia rivoluzionaria, di cui molto probabilmente la Olkienizkaia era parte integrante.

Di sicuro il progetto di questi personaggi aveva le radici ben piantate nel Grande Oriente d’Italia, più che nella Gran Loggia di Piazza del Gesù, ma non è questo il momento nè la sede per fare una disamina della vita dei Naldi osservandola da un punto di vista massonico.

La Olkienizkaia e il Biennio Rosso.

Per ora ci limitiamo a dire che, se è vero che gli storici sono riusciti ad entrare in possesso di svariati documenti che li associano chiaramente al mondo liberale, cattolico, ebraico, socialista e, più in generale, progressista, è vero anche, però, che nessuno di loro è mai riuscito a portare alla luce tracce di un loro vincolo esclusivo con il Regime fascista[64].

Questo spiegherebbe del resto anche perché Raissa come scrittrice raggiunse il successo proprio durante il “Biennio rosso”.

E il ruolo avuto da Borelli nella loro vita potrebbe diventare quindi fondamentale per capire la loro vera tendenza politica.

Certo, non si può dire che Giovanni non fosse vicino al fascismo, anche e soprattutto nel momento in cui aiutava Pippo e la sua famiglia; il suo legame con il fascismo era infatti assolutamente evidente. Anche se, comunque, egli cercava spesso un confronto anche con gli avversari politici.

Dopo avere pensato a lungo alla situazione politica in cui costui era solito muoversi e al suo ruolo di leader liberale, assai particolare, in quanto abbastanza atipico[65], siamo giunti alla conclusione che forse egli volle mantenersi sempre nell’area liberal-fascista perché magari, a differenza di Pippo, non poteva permettersi di sbilanciarsi troppo in senso anti-fascista. E questo forse perché, a differenza del collega, non aveva una moglie ebrea russa (la sua infatti era nata a Pesaro)[66] che poteva permettergli magari di rimanere in contatto anche col mondo menscevico, filo-proletario, dei rivoluzionari russi senza subire la persecuzione del Regime.

Forse davvero, se avesse potuto, anche lui si sarebbe avvicinato maggiormente al mondo bolscevico e menscevico come il suo figlioccio Naldi…

Ma, anche se non poteva sbilanciarsi troppo, Borelli, da grande uomo liberale qual era, con i valori della rivoluzione risorgimentale insiti e radicati nel suo animo, decise di appoggiare ugualmente la spinta segretamente filo-rivoluzionaria del suo allievo prediletto e quella della di lui moglie, e lo fece addirittura fino alla fine dei suoi giorni, sebbene, come detto, fosse diventato nel frattempo una delle firme più importanti di un quotidiano come Il Popolo d’Italia che aveva completato la propria fascistizzazione già nel 1918-1919.

La trilogia “Tre vie”.

Ora però vorremmo entrare davvero nello specifico della carriera letteraria della protagonista del nostro articolo: nel 1920 ella pubblica la sua prima opera, firmandola però come Raissa Naldi[67].

Si tratta di una trilogia, intitolata “Tre vie”, scritta completamente in italiano.

L’opera viene pensata per il ritorno in scena della nota attrice vigevanese Eleonora Duse, musa di Gabriele D’Annunzio, la quale si era ritirata dalle scene molti anni prima, nel 1909.

Essa, tuttavia, non verrà mai rappresentata[68]. La trilogia viene però pubblicata da un editore napoletano, tal Gennaro Giannini.

Curiosamente, gli anni della pubblicazione di tale trilogia da parte di Giannini sono gli stessi in cui Pippo Naldi si avvicina, insieme anche al generale Peppino Garibaldi, nipote del grande Giuseppe, l’Eroe dei due Mondi[69], al radicale melfitano Francesco Saverio Nitti, partecipando a un ambizioso progetto per l’ampliamento, anzi per la costruzione, di un nuovo porto del sud, che, guarda caso, doveva sorgere proprio nelle adiacenze della città da cui proveniva il nominato Giannini[70].

Si tratta forse solo di una coincidenza, ma visto che, come ha scritto Maria Pia Pagani, il successo letterario della Olkienizkaia derivò soprattutto dalle conoscenze che il marito aveva nell’ambiente editoriale (a proposito, non bisogna dimenticare che anche Nitti era assai influente nel mondo dell’editoria, perché controllava un quotidiano radicale, il romano Il Paese, che era stato creato in pratica solo per fare propaganda alla sua politica)[71], sapere che lo stesso Pippo, nell’anno della pubblicazione di “Tre vie”, era impegnato insieme a Nitti nella realizzazione del suddetto porto, andrà a rappresentare qualcosa da cui forse sarà difficile se non impossibile prescindere se si desidera capire le origini della carriera letteraria di sua moglie.

E’ singolare ma nel contempo significativo anche sapere che all’insuccesso del progetto per la realizzazione del porto napoletano fece seguito quello del libro di Raissa. Altra curiosa coincidenza.

Non solo: ella, dopo quella infelice esperienza, non avrà la possibilità di pubblicare altre opere letterarie significative. Pubblicherà solamente una raccolta di poesie personali[72], dopodiché si dedicherà (o sarà costretta a dedicarsi?) alle traduzioni dal russo all’italiano di opere di grandi scrittori russi.

Si potrà quindi concludere che, se è vero che da una parte le relazioni del marito facilitarono l’inizio della sua carriera, è però anche vero che a un certo punto le stesse relazioni andarono a limitare in modo considerevole le sue aspirazioni.

Tra l’altro questo avvenne proprio quando lui, intorno al 1921, iniziò a frequentare con una certa assiduità Parigi, anche in compagnia di altre donne, in particolare della principessa romana Maria Ruspoli, maritata de Gramont, la quale era diventata duchessa nel 1907 dopo il matrimonio con il duca francese Agénor de Gramont[73].

La raccolta “Lo specchio”, la crisi e il periodo parigino.

Tra il 1920 e il 1923 la Olkienizkaia, dopo avere abbandonato la strada della narrativa, pubblica una raccolta di poesie intitolata ”Lo specchio”. Grazie a cui ottiene una discreta popolarità. La raccolta le permette infatti di entrare in contatto la Corporazione delle Nuove Musiche, una organizzazione fondata dal compositore torinese Alfredo Casella insieme a Gabriele D’Annunzio, la quale deciderà di utilizzare alcune sue poesie come liriche per canto[74].

Quello durante cui avviene la pubblicazione di tale raccolta è tuttavia un triennio assai complesso per la famiglia Naldi.

Per spiegare perché dovremo fare riferimento ancora una volta a D’Annunzio, e al fatto che, proprio nel momento in cui inizierà a collaborare con Raissa, diventando così facendo testimone attivo della sua crescita professionale, il poeta diventerà però nel contempo anche testimone delle relazioni extraconiugali di Pippo…

Questo perché frequenterà assiduamente il castello piacentino di Vigoleno, che era stato acquistato da Maria Ruspoli e da Naldi tra il 1921 e il 1922 anche per essere trasformato in una specie di loro covo d’amore più o meno segreto.

Insieme al vate, in quell’importante castello posto al confine tra Piacenza e Parma, vicinissimo tra l’altro sia alla città termale di Salsomaggiore, sia al paese natale di Naldi (Borgo San Donnino-Fidenza), saranno avvistati in quegli anni molti altri personaggi famosi, tra cui il pittore surrealista Max Ernst, l’attrice Mary Pickford, il poeta Jean Cocteau, il pianista Arthur Rubinstein e l’attrice Anna Pavlova. Tanto per citarne alcuni. Ma la lista è davvero lunghissima[75].

Chiaramente però non vi sarà mai avvistata l’artista russa della parola Raissa Olkienizkaia.

Quelli descritti però saranno anche gli anni in cui il vate, dando seguito in pratica alla breve parentesi socialista che aveva trascorso tra il 1900 e il 1906, si avvicinerà in modo concreto anche al mondo sovietico, tanto che a un certo punto arriverà a riconoscere persino la legittimità della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa[76].

E questo andrà a rappresentare senza dubbio un altro forte punto di contatto tra lui, Raissa, Naldi e lo Stato russo succeduto all’Impero zarista.

Dopo l’esperienza come poetessa, che, da una parte, darà probabilmente grandi soddisfazioni alla nostra scrittrice, poiché come detto le sue poesie verranno utilizzate anche come liriche per canto, ma che forse dall’altra non le faranno raggiungere purtroppo i risultati commerciali sperati, per lei si aprirà una nuova stimolante parentesi, una nuova parte di carriera, sicuramente molto più remunerativa di quelle precedenti, e che sarà anche quella attraverso cui riuscirà a raggiungere la notorietà, il grande pubblico: quella di traduttrice.

Nello specifico, di traduttrice dal russo all’italiano di importantissime opere russe. Vorremmo ricordare anche che in questo campo ella è ricordata ancora oggi come una delle maggiori, se non la maggiore traduttrice del XX secolo[77].

In merito alla sua carriera, Maria Pia Pagani ha scritto che:

Raissa nel 1925 viveva a Parigi, dove stava attraversando un momento molto delicato della sua vita familiare a causa dei gravi problemi finanziari del marito Filippo Naldi (…). Il dissesto economico che li aveva colpiti (in seguito alla chiusura de Il Tempo, NdA), comportò il pignoramento della loro casa romana. Raissa fu costretta a vivere per lungo tempo sola con i figli, poiché del marito, rifugiatosi all’estero per sfuggire ai debiti e al carcere, per circa tre anni non si ebbero notizie e se ne sospettò addirittura la morte. Trasferitasi nel 1925 con i figli e alcuni parenti a Parigi, frequentò gli emigrati russi e, per far fronte alle tante necessità, lavorò molto come traduttrice per case editrici francesi e italiane. Raissa però di tanto in tanto tornava a Firenze o a Roma…

Pippo Naldi in esilio in Francia.

La bellissima ricostruzione prodotta dalla professoressa presenta tuttavia alcune inesattezze, non tanto nella parte riguardante Raissa, che infatti appare davvero impeccabile, quanto in quella riguardante il marito.

Perché molto probabilmente non è vero, come lei racconta, che nel 1925 i Naldi vivevano a Parigi. Certo, è assolutamente vero che Pippo sin dal 1914 viaggiava con una certa frequenza tra l’Italia e Parigi, come brasseur d’affaires per conto di numerose organizzazioni (anche per la Santa Sede)[78], ma a quanto ci risulta il suo esilio non può avere avuto inizio ufficialmente prima del 1926[79].

Non è vero neanche che la famiglia a un certo punto subì un dissesto finanziario, perché la Pagani fa corrispondere quel presunto avvenimento alla chiusura del quotidiano romano Il Tempo, avvenuta nel 1922, mentre è noto che già nel 1921 Pippo aveva ceduto tale quotidiano agli Agnelli della FIAT. Nello stesso anno, tra l’altro, aveva deciso di acquistare il castello di Vigoleno per conto della Ruspoli (magari proprio con i soldi ottenuti dalla cessione del quotidiano), diventandone addirittura amministratore[80].

Come poteva quindi una persona afflitta da un dissesto finanziario così importante acquistare un castello per conto di una principessa, fino a diventarne addirittura amministratore?

Forse, quindi, il fatto che Raissa, a un certo punto della sua vita, sia stata costretta a vivere a lungo da sola con i figli potrebbe essere stato legato più all’infedeltà del marito che a un presunto e mai accertato dissesto finanziario…

E’ tuttavia vero che a un certo punto Naldi dovette fuggire in Francia per evitare l’arresto, ma questo avvenne solo nel 1926, con il fascismo già ampiamente dittatura[81] e una parte di Regime assolutamente invisa a lui.

Infatti, stando a quanto emerso dai nostri studi, Pippo e famiglia ebbero la possibilità di circolare liberamente per l’Italia fino almeno al 1925, come dimostra appunto il fatto che, tra il ’21 e il ’22, al giornalista venne data la possibilità di acquistare liberamente addirittura uno dei più importanti castelli emiliani e, soprattutto, di amministrarlo per molto tempo.

Nel 1923 poi un tale di nome Filippo Filippelli, direttore del Corriere Italiano, quotidiano filo-fascista romano che era stato fondato dal fascismo più che altro per ingurgitare fondi neri a milionate, di qualsiasi specie e origine, chiese consulenza proprio all’esperto anzi espertissimo Pippo per cercare di dirigere tale quotidiano nel miglior modo possibile[82].

Ciò probabilmente contibuì ad arricchire ulteriormente il marito di Raissa. Ecco quindi un altro degli elementi confermanti che la storia del dissesto finanziario che lo avrebbe colpito appare poco credibile.

A un certo punto però il Corriere Italiano si troverà coinvolto nel delitto Matteotti, e proprio attraverso Filippelli, il quale però trascinerà nei guai anche Naldi. Pippo verrà accusato di avere aiutato il Filippelli a studiare una strategia per difendersi da certe accuse. Per questo verrà incarcerato per 4 mesi[83], anche se successivamente verrà prosciolto.

Nel momento descritto, la famiglia di Raissa abitava a Roma a tutti gli effetti: lo dimostra il fatto che l’arresto del marito avrà luogo nella sua abitazione sul Gianicolo, di cui possiamo fornire addirittura l’indirizzo: si trovava ai numeri 5 e 7 di via Calandrelli, a due passi da quel carcere di Regina Coeli dove il giornalista venne rinchiuso in seguito al suddetto delitto.

In merito a ciò possiamo dire anche altro: nel momento dell’arresto, in casa insieme a lui, oltre al fedelissimo sacerdote modenese Enrico Vanni, amico di Giovanni Borelli e già citato in precedenza, si trovavano anche la moglie Raissa e i tre figli. A dimostrazione quindi che nel giugno 1924 i Naldi abitavano ancora tutti in Italia.

Anche la storia della presunta scomparsa e morte di Pippo, di cui parlava la Pagani nel suo bellissimo saggio, sembra priva di fondamento. La morte può essere stata sospettata solo in un brevissimo periodo tra il 1926 e il 1927 durante cui egli aveva fatto perdere improvvisamente le sue tracce.

Ciò avvenne quando, per sfuggire alla richiesta di estradizione del governo fascista, inoltrata alle autorità francesi per la bancarotta del Banco Adriatico di Cambio, si era fatto ricoverare in una struttura sanitaria transalpina.

Il periodo di quarantena era durato però solo pochi giorni. Poco dopo infatti era stato rimesso in libertà (vigilata) dalle autorità, grazie all’intervento del Ministro della Giustizia francese.

Il delitto Matteotti e Nicholas Wolkoff.

L’avere parlato in precedenza del delitto Matteotti ci ha fatto ricordare che, a un certo punto, in occasione dello stesso, era emerso misteriosamente anche il nome della Olkienizkaia, forse in modo ancor più evidente di quello del marito.

Questo quando un commissario romano, tal Epifanio Pennetta, sbilanciandosi forse un po’ troppo, aveva iniziato a cercare ostinatamente un legame tra lei e un oscuro personaggio russo che risiedeva a Roma, un certo Nicholas Wolkoff[84], il quale all’epoca lavorava in Italia per la Sinclair Oil Exploration, società di esplorazione petrolifera di cui alcuni storici hanno parlato anche come uno dei possibili mandanti dell’omicidio del deputato socialista unitario, anche se in realtà non sono mai esistite prove concrete del suo coinvolgimento nell’omicidio.

Pertanto, di conseguenza, è impossibile ritenere che Wolkoff, quindi in un certo senso anche la nostra scrittrice, possa essere stato corresponsabile per l’efferato delitto compiuto nel giugno 1924 da alcuni arditi fascisti che facevano base a Milano.

Ci sembrava però giusto, a questo punto del nostro articolo, ricordare che gli anni ’20 della pietroburghese furono segnati anche da questo spiacevole episodio. Episodio in cui, tra l’altro, a pensarci bene, sarebbe potuta (anzi dovuta) essere considerata coinvolta in misura uguale, se non addirittura maggiore del marito, se è vero, come ha scritto Pennetta, che era lei l’amica del Wolkoff, e non Pippo…

Sta di fatto, però, che alla fine non venne incarcerata per la sua presunta amicizia con quel misterioso personaggio russo che, nei giorni dell’omicidio Matteotti, dalle parti della Pubblica Sicurezza veniva considerato praticamente come una sorta di origine di tutti i mali…

Come detto però in carcere ci finì suo marito. Evidentemente quindi egli non aveva poi tutti quei santi in paradiso dalle parti del fascismo, a cui invece diversi storici hanno fatto più volte riferimento parlando dell’esperienza di liberal-socialista con punte di fascismo, da lui trascorsa nell’Italia dei primi anni Venti.

Un’altra delle cose che ci eravamo dimenticati di dire sul periodo precedente a quello dell’inizio della carriera letteraria della scrittrice è che nell’agosto 1918 il marito, a quel tempo già direttore nonché proprietario de Il Tempo di Roma[85], aveva acquistato, a condizioni super vantaggiose, un vasto territorio in zona Monte Mario, posto sulla via Trionfale a Roma.

Lo aveva ottenuto strappandolo a Ottorino Pomilio, famoso ingegnere aeronautico italiano, il quale avrebbe voluto acquistarlo per costruirvi una industria per la produzione di velivoli.

Quel terreno era stato però intestato alla moglie Raissa, per salvarlo da eventuali ingiunzioni giudiziarie.

Stando al contenuto dei vari faldoni su Naldi presenti nell’Archivio Centrale dello Stato di Roma[86], non ci sembra però di avere rilevato documenti riguardanti eventuali atti di cessione di tale terreno. Solamente atti di acquisto. Pertanto, molto probabilmente, la moglie di Pippo rimase proprietaria di quel terreno, e forse anche per molto tempo.

Il che, perciò, potrebbe trasformare ancora una volta la storia del presunto dissesto finanziario occorso alla sua famiglia all’inizio degli anni ’20 in qualcosa di non vero.

Quello di Naldi non fu un vero dissesto finanziario.

La storia di tale dissesto verrebbe smentita anche da una serie di documenti francesi datati 1921-1922, in cui Pippo viene citato come una persona dalla grandissima disponibilità finanziaria, capace persino di spendere centinaia di migliaia di franchi tra casinò e feste in maschera nella Parigi di quegli anni[87].

Ma anche la storia del dissesto post-1925 diventerà poco credibile se andiamo a riprendere una serie di documenti, marchiati sempre ACS e datati 1930, in cui egli compare talvolta come collaboratore, talvolta addirittura come proprietario di importanti società petrolifere francesi.

In realtà le carte in questione hanno come riferimento il nome “Mario Monti” e trattano della vita di tale persona, un ingegnere petrolifero fascista senigalliese che negli anni ’30 aveva provato invano ad entrare in certi affari petroliferi transalpini guidati da Naldi, senza tuttavia riuscirci, a causa della strenua opposizione del giornalista.

Nel 1928 una informativa del Ministero dell’Interno segnalò ancora Pippo come persona che a Parigi conduceva una vita assai dispendiosa, perciò è improbabile che allora attraversasse un periodo di difficoltà finanziaria[88].

Facendo leva sempre sulle varie informative ministeriali degli anni ’20-’30 abbiamo saputo anche che Raissa non prese la decisione di stabilirsi definitivamente a Parigi prima del 1934.

Evidentemente quello era stato il momento in cui ella aveva iniziato a sentire che la pressione della politica razziale del Regime stava aumentando, e magari proprio per questo si era convinta a lasciare la sua abitazione (che allora si trovava non più a Bologna, né a Roma, bensì a Firenze) per trasferirsi oltralpe in via definitiva.

Per voler essere ancora più precisi possiamo dire che è l’8 maggio 1934 il momento in cui lei decide di vendere tutto il mobilio della sua abitazione fiorentina per trasferirsi in un albergo.

Il 14 maggio successivo, poi, raggiunge Parigi via Pisa.

Questa lunga precisazione, che alla fine ha messo un po’ in discussione quanto scritto da Maria Pia Pagani nella parte iniziale del suo meraviglioso saggio sul rapporto tra la Olkienizkaia e Nikolai Evreinov, ci servirà per affrontare l’analisi della seconda parte del saggio stesso, la quale appare davvero straordinaria, soprattutto per la precisione con cui affronta il tema del rapporto di collaborazione tra i due personaggi russi appena citati, essendo incentrata principalmente sulla disamina della carriera di traduttrice della protagonista del nostro articolo.

Raissa, Nikolaj Evreinov e l’Italia.

La Pagani racconta che il drammaturgo Evreinov e Raissa si conobbero a Parigi nel 1925 e che, a partire dal loro incontro, lei divenne la sua traduttrice ufficiale per l’Italia. Non solo: egli le affidò “l’importante compito di far conoscere la sua estetica teatrale nel Bel paese”[89].

Perché, però, la sua scelta cadde proprio su di lei, se era noto ormai a chiunque che in Italia, anche in quanto moglie di Pippo Naldi, e anche a causa della comparsa del suo nome nelle carte del delitto Matteotti, non godeva più di grande popolarità?

Come accennato in precedenza, suo nome era comparso infatti nel verbale (a tratti delirante per la verità) del commissario Epifanio Pennetta, per la precisione accanto a quello del famigerato Nicholas Wolkoff, agente per l’Italia di quella compagnia Sinclair che a partire dal giugno 1924 era stata accostata all’omicidio dell’esponente del Partito Socialista Unitario Giacomo Matteotti.

Perché quindi Evreinov scelse proprio lei, senza esitare?

Difficile se non impossibile rispondere a questa domanda. Saremo costretti perciò a lasciare l’ennesima domanda senza risposta.

Ciò che possiamo dire però è che nel 1926, poco dopo Evreinov, arriva nella capitale francese anche un noto politico ed avvocato livornese, di confessione ebraica, fratello tra l’altro di un noto artista, che era morto all’inizio del 1920 proprio a Parigi, e proprio nei giorni in cui la Olkienizkaia iniziava la sua carriera di scrittrice.

Il nome di questo artista, morto di tubercolosi a soli 35 anni, è Amedeo Modigliani, mentre il nome del fratello politico è Giuseppe Emanuele.

Questo, anche se è apparentemente privo di alcun collegamento con l’argomento precedente, ci servirà per capire meglio le dinamiche che hanno portato all’esplosione della carriera della russa.

Giuseppe Emanuele Modigliani come detto è ebreo. Proprio come Raissa. E’ nato a Livorno, quindi è toscano, esattamente come la residenza della scrittrice, e, inoltre, è stato avvocato di parte civile nel processo per l’omicidio Matteotti.

Questo perché anch’egli, come Giacomo prima della morte, proveniva dal Partito Socialista Unitario, partito di ispirazione socialdemocratica che era stato fondato nel 1922 dopo una scissione dal PSI.

Come ricordato anche in precedenza facendo riferimento al delitto Matteotti, stiamo parlando di un omicidio nell’àmbito del quale, a un certo punto, era saltato fuori anche il nome della Nostra, come amica di un funzionario della Sinclair Oil. Ripetiamo anche che tale compagnia era stata inserita nella lista dei presunti mandanti del delitto.

Il fratello di Giuseppe Emanuele, e cioè Amedeo, morto come detto ben prima di Matteotti, era molto amico di Jean Cocteau, ovvero di uno dei tanti personaggi celebri che, a partire dai primi anni ’20, avevano animato la vita del castello di Vigoleno, acquistato, ricordiamo, da Naldi per conto della principessa Maria Ruspoli duchessa de Gramont tra il 1921 e il 1922[90].

Che esistesse quindi un legame, anche forte, tra i Modigliani e i Naldi anche prima del suddetto delitto è ormai indubbio, acclarato, e tale legame era reso forte probabilmente anche dal fatto che i fratelli livornesi e la moglie di Pippo avevano la medesima confessione religiosa, quella ebraica.

Confessione che tra l’altro potrebbe avere permesso alla scrittrice di continuare a pubblicare traduzioni di grande successo anche in Italia, anche dopo l’inizio del periodo di avversione del Regime verso oppositori come lei, Modigliani e Pippo Naldi (1925-1926).

Gli editori ebrei infatti rimasero molto influenti, in Italia, almeno fino agli anni ’30: personaggi come il fiorentino Giulio Bemporad, ad esempio, di cui Raissa era grande amica, ebbero una grande influenza nel nostro paese fino al 1938.

Non a caso, anche lei collaborerà con la casa editrice di Bemporad, e lo farà, guarda caso, proprio frequentando assiduamente il capoluogo toscano, anzi vivendoci insieme a una parte della sua famiglia.

Magari, quindi, il potentissimo Evreinov, anche come titolare di un cognome che qualcuno in passato ha citato come assolutamente ebreo[91], aveva forse tutto l’interesse che la sua traduttrice prediletta potesse rimanere in contatto con editori ebrei italiani e potesse continuare anche a collaborare con loro… Chi lo sa? Anche questo, forse, faceva parte in qualche modo della resistenza al fascismo. Forse, anzi di sicuro, anche Evreinov faceva parte di quella folta schiera di ebrei russi che negli anni ‘20 era giunta in Europa anche come portavoce della struttura politica di origine rivoluzionaria che guidava la Russia in quel momento.

Abbiamo voluto prendere in considerazione il biennio 1925-1926 anche perché esso è il periodo in cui la carriera di traduttrice di Raissa Olkienizkaia prende letteralmente il volo.

Se andiamo a leggere quanto scritto da Maria Pia Pagani nella pagina che il bellissimo sito “Russi in Italia” ha dedicato alla Olkienizkaia, ci accorgiamo infatti che la lista delle traduzioni effettuate da quest’ultima tra il 1924 e il 1930 è veramente impressionante!

Solo nel biennio 1924-1925, tanto per fare un esempio, che è ricordato per essere stato anche il periodo di massima persecuzione dei Naldi da parte del Regime, ella pubblica paradossalmente ben 8 opere di autori russi tradotte in italiano. E tutte di una certa lunghezza.

A pubblicarle è la casa editrice Alpes di Milano.

Casa, questa, di cui, a partire dal 1929, diverrà presidente il fratello del Duce, Arnaldo Mussolini, il quale nel momento descritto è anche direttore de Il Popolo d’Italia.

Il ruolo di Francesco Ciarlantini.

Quindi, se Arnaldo presiedette la Alpes solo a partire dal 1929, si può dire che, quando tale casa decise di pubblicare le opere russe tradotte da Raissa, non era probabilmente ancora sotto il controllo totale del Regime, ovvero di Arnaldo.

Alla metà degli anni ’20 infatti, quando uscirono le prime traduzioni della Olkienizkaia, era guidata ancora dal suo fondatore[92], tal Francesco Ciarlantini, detto Franco, ex intellettuale del Partito Socialista Italiano (quindi ex compagno di partito dell’ebreo livornese Giuseppe Emanuele Modigliani) che era diventato fascista interpretando, però, questo suo ruolo in modo assai curioso, singolare, che, proprio per questo motivo, dovrà essere analizzato qui, ora. Anzi qui di seguito.

Vorremmo lanciare questa analisi soprattutto perché abbiamo saputo che il suo percorso di ex socialista passato al fascismo sarebbe collegato direttamente anche con il più volte nominato delitto Matteotti, ovvero con il delitto per cui anche la nostra scrittrice finì in qualche modo indagata.

Il Ciarlantini però vi è collegato in un modo leggermente diverso rispetto a quello di altri fascisti accostati in precedenza al delitto in questione.

Egli, che ripetiamo era ex socialista come Modigliani, anche se, a differenza sua, non ebreo, fu in pratica colui che alla stazione di Piacenza, nel giugno 1924, riconobbe un fuggitivo che era stato accusato di avere noleggiato la macchina su cui era stato ucciso Matteotti.

Tale fuggitivo altri non era che il già nominato Filippo Filippelli, un calabrese di nascita ma pugliese di adozione, che nel momento del delitto dirigeva il romano Corriere Italiano.

Filippelli però, come detto, era anche un personaggio in buoni rapporti con Naldi, e che tra l’altro lo stesso Pippo aveva deciso di aiutare a suo rischio e pericolo nei giorni del delitto, perché convinto che fosse stato incastrato (e probabilmente aveva ragione).

Cosa, questa, che aveva portato in carcere anche Naldi (tra l’altro con accuse pesantissime) anche se, in realtà, non aveva commesso alcun crimine.

La vicenda ebbe inizio quando il Ciarlantini riconobbe il ricercato Filippelli alla stazione di Piacenza, determinandone, in pratica, l’arresto.

Paradossalmente però in quel momento Ciarlantini era anche l’editore delle principali opere tradotte da Raissa, e il paradosso sta di certo anche nel fatto che, come detto, l’intervento da lui effettuato a Piacenza aveva finito malauguratamente per mettere nei guai anche Naldi. Questi infatti era stato arrestato proprio in seguito al riconoscimento di Filippelli da parte del Ciarlantini!

Parlando di questo strano intreccio, piuttosto confuso, ci si è presentata davanti una situazione abbastanza strana, a tratti incomprensibile, quasi paradossale: strano, infatti, che tra il 1924 e il 1925 la scrittrice collaborasse continuativamente con il fascista che in pratica aveva dato il ”la” all’operazione che aveva portato anche all’arresto del marito…

Si tratta di qualcosa di davvero inspiegabile. C’è da dire però che il Ciarlantini era in realtà un fascista non proprio estremista, in quanto ex socialista.

Non solo: era in realtà un ex intellettuale socialista, il quale, curiosamente, dopo essere passato al fascismo (e cioè dopo essersi in pratica ”fascistizzato”), aveva deciso però, invero assai impopolarmente, di pubblicare anche opere russe, persino di autori ebrei, e forse anche non propriamente allineati con il Regime fascista; segno forse che da parte sua c’era un coraggio innato di difendere idee anche diverse da quella fascista, così come forse c’era in lui anche l’intenzione di non rinnegare il passato.

Il suo era un coraggio che forse lo portava a desiderare di entrare in contatto e di collaborare anche con esponenti di movimenti politici non propriamente allineati a quello fascista.

Un coraggio che ritroviamo del resto anche in Naldi, in Raissa, in Giovanni Borelli, in Giuseppe Emanuele Modigliani, ovvero in tutti quei personaggi che, nel corso della loro carriera e, più in generale, della loro vita, sentirono spesso il desiderio di entrare in contatto anche con le forze politiche avversarie, anziché combatterle.

Come furono soliti fare invece gli esponenti del fascismo più estremista, più intransigente, ovvero quello che, dal 1925 in poi, anche perseguitando alcuni dei personaggi poc’anzi citati, decisero di utilizzare il fascismo italiano per istituire una dittatura sanguinaria.

Come detto, è indubbio che il coraggio di Ciarlantini si sia messo in evidenza in modo prorompente nel momento in cui decise di iniziare a collaborare in modo costante con la Olkieniziaka, perché, ricordiamo, ella non era solo una donna russa, ebrea e nihilista, e oltretutto vicina al mondo rivoluzionario, ma era anche moglie di uno dei nemici giurati del fascismo estremista, ovvero di quella specifica sezione di fascismo che faceva base principalmente a Milano e a cui appartenevano anche molti dei rapitori del deputato socialista unitario Giacomo Matteotti.

E’ anche vero però che Ciarlantini, oltre ad essere un ex compagno di partito di Modigliani e di Matteotti era pur sempre quello che, scoprendo Filippelli, aveva fatto arrestare anche Naldi.

E allora, forse, fu anche per farsi perdonare per il danno recato a Pippo che egli nel 1925 decise di continuare a pubblicare le opere di autori russi tradotte in Italiano da Raissa.

Di tutto ciò appare strano anche il fatto che, contemporaneamente alla sua collaborazione con la Alpes, quindi con il fascista Ciarlantini, la scrittrice abbia avuto la possibilità di entrare in contatto con il mondo dei russi parigini, anche anti-fascisti. Lo stesso attorno a cui gravitarono anche Modigliani, insieme a Naldi, a partire dal 1926. Tutto ciò è strano perché ella ebbe la possibilità di frequentare liberamente tale ambiente senza mai subire particolari persecuzioni da parte del Regime fascista!

Il fascismo era infatti perfettamente al corrente di questi suoi incontri, perché, come dimostra del resto la documentazione su Pippo presente nell’Archivio Centrale dello Stato di Roma, anche la scrittrice era tenuta sotto controllo dai servizi di informazione, i quali riportavano ogni sua mossa, ogni suo spostamento e ogni sua intenzione.

Ciò nonostante lo stesso fascismo decise di lasciare che un suo membro di punta, Francesco Ciarlantini, continuasse a pubblicare senza alcun problema le traduzioni della ebrea russa. Perché? Inoltre, il fascismo permise a Raissa di viaggiare tra l’Italia e la Francia per molto, moltissimo tempo, senza mai porre un freno alla sua attività di traduttrice, scrittrice, artista, ma anche ex attivista filo-rivoluzionaria.

Si tratta senz’altro di un intreccio piuttosto difficile da decifrare, da decodificare. Tuttavia, se si presta un po’ di attenzione a quanto appena scritto, si riuscirà forse a capire, ed anche con una certa facilità, che tutti questi personaggi erano legati senza alcun dubbio da interessi che molto probabilmente andavano oltre quello che era il progetto fascista, a cui come detto sottostavano invece in modo ortodosso solo gli esponenti del fascismo più estremista.

Significativo sarà anche ricordare che, con la presa di potere da parte del fascismo all’interno dell’Alpes (1929), quindi in pratica con la sua completa fascistizzazione, Raissa smetterà di colpo di pubblicare con loro le sue traduzioni, e deciderà (o sarà costretta) di (ad) avvicinarsi a case editrici, come la fiorentina Bemporad, di cui come detto era capo un editore che condivideva con lei la confessione ebraica.

C’è da ricordare però che egli non la condivideva solo con lei. La condivideva di sicuro anche con quel Giuseppe Emanuele Modigliani, anch’egli toscano, che si trovava a Parigi col marito Pippo e con cui, tra l’altro, lo stesso Pippo entrerà in contatto negli anni ’30 anche per studiare un piano (poi fallito) per cercare di rovesciare Mussolini. Ma forse la condivideva anche con Nikolaj Evreinov!…

Conclusioni.

Chiusa questa piccola parentesi, forse un po’ difficile da decifrare, ma tuttavia assolutamente degna di nota, ci avvieremo ora verso la conclusione del nostro articolo.

Lo faremo partendo dalla sorprendente scoperta da noi riportata nell’ultima parte di questo lungo articolo, ovvero dall’avere rilevato la grande importanza storica che il ruolo avuto da Franco Ciarlantini potrebbe avere avuto nella vita della protagonista del nostro articolo.

Ci teniamo a chiudere parlando di lui perché il sapere che a un certo punto della sua carriera egli accettò di collaborare anche con l’ebrea Raissa, in un momento tra l’altro piuttosto difficile per tutto ciò che era anti-fascista, ci porta a credere che egli possa essere stato anche ben altro, e cioè non solo l’editore illuminato che condusse la casa editrice Alpes al successo in campo editoriale attraverso una serie di felici intuizioni, ma anche, in qualche modo, una delle ancore di salvezza culturali a cui i devoti della religione ebraica potrebbero essersi aggrappati, a partire dagli anni Venti, per riuscire a rimanere a contatto con il mondo culturale italiano, allora già ampiamente dominato, condizionato, da un sistema politico come quello fascista che proprio in quegli anni stava maturando idee antisemite, tese ad escludere gli ebrei da ogni settore della società.

Come avrete certamente intuito, il ruolo avuto da Ciarlantini ci ha incuriosito tantissimo.

In particolare il ruolo da lui avuto nelle vicende che portarono alla cattura di Filippo Filippelli. Ciò che ci ha incuriosito di più è il fatto che egli contribuì a far catturare il Filippelli proprio mentre collaborava con Raissa.

Questo perché, poco dopo l’arresto del direttore del Corriere, Giuseppe Emanuele Modigliani accettò, anzi decise, di entrare in contatto con quel Pippo Naldi che la Giustizia aveva ritenuto in qualche modo corresponsabile dell’omicidio del suo amico e collega Matteotti, per avere aiutato il Filippelli a fuggire in Francia.

Ciò è importante perché, se il Ciarlantini allora collaborava a tutti gli effetti con Raissa, e quest’ultima era sia la moglie del Naldi, sia correligionaria di Modigliani, allora si potrà concludere che la nostra scrittrice, in quanto probabile anello di collegamento tra i mondi a cui appartenevano i due Onorevoli appena citati (ovvero quelli fascio-socialista ed ebraico), potrebbe avere giocato veramente un ruolo di collegamento primario all’interno del misterioso movimento anti-fascista, citato anche in precedenza, che sin dalla fine degli anni ‘10 si muoveva nell’ombra, e soprattutto in gran segreto, all’interno del sottobosco fascista, anche forse per impedire che la politica italiana non prendesse una piega troppo reazionaria.

Un movimento questo di cui forse, a pensarci bene, sia il Ciarlantini sia Modigliani non possono non essere stati parte integrante (in quanto forse socialisti o ex-socialisti).

In base a ciò si potrà pertanto concludere che negli anni ’20 la scrittrice continuò in qualche modo il lavoro che aveva iniziato insieme al marito, quando, negli anni ’10, pur provenienti da ambienti liberali, si erano trovati coinvolti insieme nella fondazione del socialista e, in qualche modo, filo-rivoluzionario, Il Popolo d’Italia.

E si può dire anche che, come negli anni ’10, continuò a farlo tessendo anch’ella, proprio come Pippo, una serie di trame più o meno segrete che non riguardavano solamente una parte politica, ma attraversavano, in buona sostanza, ognuno degli ambienti politici dell’arco parlamentare e, talvolta, anche quelli dell’ambiente extraparlamentare (vedi Arditi del Popolo).

E, forse, proprio come faceva il marito utilizzando i propri quotidiani come veicolo per sviluppare affari segreti, anche lei probabilmente, con la scusa di pubblicare opere russe tradotte in italiano, in un’Italia che tra l’altro avversava totalmente la cultura russa – in quanto legata anche alla nascita di una unione di repubbliche sovietiche che di certo, durante il Ventennio, rappresentava un pericolo per i fascisti -, manteneva rapporti segreti tra tutti i gruppi sociali a cui apparteneva, i quali peraltro erano senza alcun dubbio già tra quelli maggiormente invisi al fascismo, ovvero quello russo e quello ebreo.

E con questo ultimo pensiero siamo giunti alla definitiva conclusione di questo lungo articolo.

Articolo attraverso cui però potremmo avere forse ingannato leggermente i nostri lettori. Perché, alla fine, con la scusa di parlare della carriera letteraria di Raissa Olkienizkaia, eccezionale artista pietroburghese della parola, giunta in Italia all’inizio del Novecento forse anche per sfuggire alla prima rivoluzione russa, abbiamo parlato di altro, attraverso una lunga disamina dell’intera vita di tale artista, e lo abbiamo fatto concentrandoci soprattutto sull’aspetto politico della stessa e riservando alla fine alla carriera letteraria della scrittrice solamente una piccola parte.

Non ce ne vogliano quindi i lettori se, convinti di leggere un articolo leggero basato sull’analisi delle tante traduzioni prodotte dalla moglie di Pippo Naldi, si sono trovati costretti invece a fare i conti con un testo un po’ pesantuccio, in cui si parla più che altro di intrighi, congiure, fughe, arresti, omicidi, crack finanziari…

Questa era però un’occasione troppo ghiotta per noi, perciò sarebbe stato un vero peccato se avessimo rinunciato a parlare anche di un lato della sua vita, quello politico, di cui nessuno al mondo ha mai parlato.

Era un’occasione che non potevamo assolutamente lasciarci sfuggire. Per questo abbiamo deciso di parlare anche di aspetti della sua vita della non propriamente legati alla sua carriera letteraria.

E confessando di avere provato un immenso piacere nel permettere ai nostri lettori di avere un punto di vista nuovo, inedito, per studiare l’avvicente vita di questa straordinaria artista, letterata, poetessa russa, troppo spesso sottovalutata dalla critica e dagli storici, non ci resta altro da fare che ringraziarli per l’attenzione accordataci.

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[1] Biografia di Raisa Grigor´evna Ol´kenickaja Naldi nel sito Russi in Italia.

[2] A quel tempo parte dell’Impero Russo. Tornò all’indipendenza nel 1918.

[3] Elisabeth Vailland, Drôle de vie, J.C. Lattes, 1984 – Pp. 20-21.

[4] Nell’atto di matrimonio dei Naldi si legge chiaramente che, nel momento dell’unione, Raissa risiedeva già a Cornuda.

[5] Pippo Naldi, nato a Borgo San Donnino, ora Fidenza (PR), nel 1886, è ricordato anche per essere stato il procuratore dei primi finanziamenti utilizzati per la fondazione del quotidiano socialista interventista di Benito Mussolini, Il Popolo d’Italia (1914). Pippo quindi, da liberale, procurò finanziamenti milionari necessari per la fondazione dell’organo del socialismo interventista e, in qualche modo, del sindacalismo rivoluzionario. E’ ricordato anche per essere stato il fondatore, nel 1913, di una agenzia telegrafica, chiamata Agenzia Telegrafica Italiana, in quel di San Pietroburgo, ovvero nel paese natale della moglie Raissa. A metterlo nelle condizioni di sbarcare nell’Impero Russo con tale ambizioso progetto fu il Ministro degli Esteri del Regno d’Italia, Antonino di San Giuliano. Per saperne di più potete leggere il seguente nostro articolo: “Alcune considerazioni libere su Vasco Rossi, Giovanni Borelli, Don Enrico Vanni e sulla storia della radiofonia modenese” nella nostra pagina Academia.edu.

[6] Da Pavullo nel Frignano, ora in provincia di Modena.

[7] Al Liceo Classico “Tiziano”. Naldi vi si era iscritto dopo essersi trasferito a Cornuda.

[8] Biografia di Raisa Grigor’evna Ol’kenickaja Naldi nel sito Russi in Italia.

[9] Fascicolo “Filippo Naldi” presente nell’archivio della facoltà di giurisprudenza dell’Università di Bologna.

[10] Elisabeth Vailland, op. cit. – Pp. 20-21.

[11] Ibid.

[12] Filandiere, già membro del consiglio di amministrazione della Banca Popolare di Montebelluna, che poi si trasformerà in Veneto Banca.

[13] Elisabeth Vailland, op. cit. – Pp. 20-21 – A quel tempo il Pontefice cattolico era ancora Pio X, il quale era originario di Riese, un paese situato a pochi chilometri da Cornuda.

[14] Vilfredo Pareto, Epistolario – 1890-1923, a cura di Giovanni Busino, Accademia Nazionale dei Lincei, Roma, 1973 – Pag. 684 – Pippo continuerà tuttavia a dare esami.

[15] Ibid.

[16] Valerio Castronovo, La stampa italiana dall’Unità al fascismo, Laterza, 1984 – Pag. 194.

[17] Maria Malatesta, Il Resto del Carlino: potere politico ed economico a Bologna dal 1885 al 1922, Guanda, 1978 – Pag. 296.

[18] Articoli: “Dalla terra del Frignano al cielo di Tobruq. Note sulla vita di Nello Quilici, giornalista e padre del documentarista Folco” e “Alcune considerazioni libere su Vasco Rossi, Giovanni Borelli, Don Enrico Vanni e sulla storia della radiofonia modenese” presenti nella nostra pagina Academia.edu.

[19] Nel 1929, in ricordo della scomparsa del Vanni, la Olkienizkaia scriverà: “Non dimentichiamo Don Vanni. La mia famiglia – che egli considerava come la sua propria – ha avuto in dono da lui molte cose preziose. Uomini come lui – di un così fervido e luminoso ingegno – se ne trovano pochi e sempre meno saranno. Giovanna lo piange come il suo primo ed impareggiabile amico che inghirlandò del suo fresco e mirabile entusiasmo la sua infanzia e l’aiutò a formarsi una coscienza. Gregorio è assente da Firenze: la notizia lo farà molto soffrire. Avrei voluto che Giovanna seguisse i funerali ma il telegramma ci giunse troppo tardi” – Nello Quilici, Cor cordium – In memoria di Enrico Vanni – Ferrara – Nel trigesimo della morte – 17 novembre 1929 – con scritti di Quilici N., Colamarino, Borelli, Malaparte, Missiroli, Galassi, Grilli, Quilici B., Fovel, Nosari, Gardenghi, Ravegnani. Incisioni di Mimì Quilici Buzzacchi, Ferrara, Società Anonima Tipografica Emiliana, 1929.

[20] Ecco le coordinate geografiche: Latitudine: 44.245963 – Longitudine: 10.528052.

[21] Il modernismo teologico è un’ampia e variegata corrente eretica del Cattolicesimo, sviluppatasi tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, volta a ripensare il messaggio cristiano alla luce delle istanze della società contemporanea (fonte: Wikipedia).

[22] Maria Pia Pagani, Un regista in esilio e la sua traduttrice: Nikolaj Evreinov e Raissa Ol’kenickaja Naldi, in Antonella d’Amelia, Cristiano Diddi, Archivio russo-italiano V – Russi in Italia, 2009.

[23] Quest’ultima considerazione, apparentemente priva di senso, è nata dal fatto che nel 1988, poco prima di morire, il ministro fascista Dino Grandi, nel corso di un’intervista al giornalista Nello Quilici, parlò di Giovanni Borelli come del direttore del Carlino di Bologna. Evidentemente il Borelli ne era il direttore-ombra, visto che il suo nome non compare mai nelle varie cronotassi dei direttori del quotidiano bolognese. Ecco perché lui potrebbe essere stato determinante per la nomina di Naldi a condirettore della testata insieme al bussetano Lino Carrara.

[24] Attualmente in quel punto della città è ubicata una palazzina di proprietà del Carlino.

[25] Roman Vlad, Vivere la musica – Un racconto autobiografico, Einaudi, Roma, 2011 – Pag. 38.

[26] Pagina Wikipedia in lingua francese di “Élisabeth Vailland” (Elisabetta Naldi).

[27] Certificato di nascita di Giovanna Naldi, ottenuto con l’aiuto dell’ufficio ricerche storiche del Municipio I di Roma e ora presente anche nel nostro archivio.

[28] http://www.russinitalia.it

[29] Biografia di Raisa Grigor´evna Ol´kenickaja Naldi nel sito Russi in Italia.

[30] Emilio Maraini, imprenditore ticinese, è stato il fondatore dell’industria saccarifera italiana. Fu lui a partire dal primo decennio del Novecento a fare prevenire corposi finanziamenti a quotidiani come La Tribuna e il Carlino, anche nel periodo in cui vi collaborava Naldi.

[31] La fondazione avvenne il 15 novembre 1914.

[32] Antonino di San Giuliano, morto il 16 ottobre 1914. Un mese prima della fondazione de Il Popolo d’Italia, anch’esso una sua creatura. Per saperne di più: “Alcune considerazioni libere su Vasco Rossi, Giovanni Borelli, Don Enrico Vanni e sulla storia della radiofonia modenese” nella pagina Academia.edu di Paolo Campioli.

[33] Giorgio Bontempi, Paolo Alatri, Dopo Naldi, la Francia, l’Inghilterra e la Russia, nel quotidiano “Il Paese” del 16 gennaio 1960.

[34] Conte Alberto Zorli, Maffeo Pantaleoni, Alberto Beneduce, Giornale degli economisti e annali di economia, 1916 – Pag. 266.

[35] Giorgio Bontempi, Paolo Alatri, doc. cit.

[36] Ibid.

[37] L’espulsione avvenne alla fine di novembre del 1914. Poco dopo la fondazione de Il Popolo d’Italia.

[38] Paradossalmente, però, i socialisti francesi, che finanziarono a più riprese Il Popolo d’Italia, erano assolutamente favorevoli alla partecipazione della Francia alla prima guerra mondiale. A dire il vero erano favorevoli anche all’entrata in guerra dell’Italia al fianco della Triplice Intesa. E infatti i finanziamenti assegnati da parte loro al quotidiano socialista interventista Il Popolo d’Italia servirono anche per fare propaganda interventista in un’Italia che continuava ad essere titubante di fronte alla possibilità di intervenire.

[39] L’attitudine rivoluzionaria di Mussolini raggiunse l’apice con la fondazione del movimento Fascio d’Azione Rivoluzionaria Interventista (dicembre 1914).

[40] La rivoluzione russa del 1905 fu un’ondata di disordini politici e sociali di massa che si diffusero in vaste aree dell’impero russo, alcune delle quali erano dirette al governo. Durarono dal gennaio 1905 al giugno 1907 (fonte: Wikipedia).

[41] La Rivoluzione d’Ottobre fu la fase finale e decisiva della rivoluzione russa iniziata in Russia nel febbraio 1917 del calendario giuliano, che segnò dapprima il crollo dell’Impero russo e poi l’instaurazione della Repubblica sovietica. L’insurrezione iniziò nella notte tra il 6 e il 7 novembre (24 e 25 ottobre del calendario giuliano) 1917 a Pietrogrado (fonte: Wikipedia).

[42] 3 marzo, per la precisione – Ennio Di Nolfo, Lessico di politica internazionale contemporanea, Laterza, 2013.

[43] Bartolo Gariglio, Guerra pace politica – La stampa cattolica piemontese durante la Prima guerra mondiale, Celid, 2018 – Pag. 7.

[44] Davide Sigurtà, Montagne di guerra, strade in pace – La Prima guerra mondiale dal Garda all’Adamello: tecnologie e infrastrutturazioni belliche, FrancoAngeli, 2017 – Pag. 18.

[45] Elisabeth Vailland, op. cit. – Pp. 20-21.

[46] La sua prima opera esce nel 1920, nel bel mezzo del “Biennio rosso”.

[47] Che si trovava in Piazza San Fedele.

[48] Piazza San Fedele, dove si trovava l’Albergo Bella Venezia, e Via San Damiano, dove si trovava la sede dell’Avanti!, sono entrambe nel pieno centro di Milano. Distano soltanto un chilometro l’una dall’altra. Quindi, se Raissa e Benito avessero avuto bisogno di incontrarsi di nascosto dai leader socialisti, non avrebbero scelto di certo quell’albergo centralissimo… Così come Naldi non avrebbe di certo scelto la direzione di Avanti! per convincere Benito a passare all’interventismo… Ecco perché abbiamo scritto che gli incontri tra di loro avvennero praticamente alla luce del sole.

[49] Camillo Berneri, Lo spionaggio fascista all’estero, a cura di Nicola Fedel – Prefazione di Mimmo Franzinelli, Fondazione Riccardo Fedel – Comandante Libero, Milano, 2016 – Pag. 30.

[50] C’è da ricordare, inoltre, che nel bel mezzo di tale biennio si svolse il XVI Congresso del Partito Socialista Italiano (5-8 ottobre 1919). Durante lo stesso, la corrente massimalista del partito dichiarò di essere favorevole alla creazione, in Italia, di una “repubblica socialista” su modello sovietico. Quella corrente era guidata proprio da quel Giacinto Menotti Serrati, direttore di Avanti!, che era solito pranzare al Ristorante milanese “Cova” insieme a Pippo Naldi.

[51] Maria Malatesta, op. cit. – Pag. 328.

[52] L’indirizzo esatto era Piazza de’ Calderini 4-6, Bologna.

[53] Nota del Comune di Bologna riguardante le variazioni residenziali di Filippo Naldi nel periodo 1915-1920.

[54] Cfr. voce: “Formazioni di difesa proletaria” in Wikipedia.

[55] Di ciò abbiamo parlato brevemente anche in precedenza, nella parte di testo dell’articolo a cui fanno riferimento le note 25 e 26. C’è chi dice che insieme Roger ed Elisabetta appoggiarono i movimenti filo-stalinisti. Altri storici invece li collocano, al contrario, nel movimento anti-stalinista francese. Il dibattito tra l’altro è ancora aperto. Da qualche parte abbiamo letto anche che Vailland e Naldi si confrontavano spesso sul tema del comunismo, ed anche che Pippo appoggiava apertamente l’anti-stalinismo, mentre il genero era più aperto verso Stalin.

[56] Cfr. voce: “Pietrogrado” nell’Enciclopedia Treccani.

[57] Forse perché tale Ministero aveva a che fare direttamente con l’agenzia telegrafica che Pippo aveva inaugurato a San Pietroburgo nel 1913 attraverso il Ministro degli Esteri del Regno d’Italia, Antonino di San Giuliano.

[58] I menscevichi furono una fazione del movimento rivoluzionario russo che emerse nel 1903 dopo una disputa tra Lenin e Julij Martov, entrambi membri del Partito Operaio Socialdemocratico Russo (fonte: Wikipedia).

[59] Giovanni Artieri, Prima durante e dopo Mussolini – Memorie del Novecento, Arnoldo Mondadori editore, Milano – Pp. 556-557.

[60] Maria Pia Pagani, Un regista in esilio e la sua traduttrice: Nikolaj Evreinov e Raissa Ol’kenickaja Naldi, in Antonella d’Amelia, Cristiano Diddi, Archivio russo-italiano V – Russi in Italia, 2009.

[61] Cfr. voce “Filippo Naldi” nel Dizionario biografico degli italiani.

[62] Giovanni Amendola, Elio D’Auria, Carteggio: 1913-1918, Laterza, 1998 – Pag. 32 – Borelli collaborerà con Il Popolo d’Italia dal 1925 al 1932. Borelli era favorevole al fascismo, perché lo considerava il naturale proseguimento del Risorgimento, overo di quella fase rivoluzionaria della storia d’Italia nell’àmbito di cui erano stati protagonisti assoluti anche numerosi membri della sua famiglia (lo zio Vincenzo, notaio gistuziato a Modena insieme a Ciro Menotti, e il padre Felice, membro della spedizione Medici nel periodo dell’Unità d’Italia). Egli quindi desiderava che il fascismo fosse un movimento rivoluzionario, più che reazionario. Ecco perché abbiamo deciso di inserire anche lui nel gruppo formato da coloro che forse sentivano il bisogno di distaccarsi dal fascismo più estremista per trovare un punto di contatto anche con le forze rivoluzionarie anti-fasciste. Il pavullese collaborò con Il Popolo d’Italia fino alla sua morte, avvenuta a Fontevivo di Parma nel 1932, a causa di una infezione contratta nel radersi la barba.

[63] Giolitti compì ottant’anni il 27 ottobre 1922. La Marcia su Roma si svolse tra il 27 e il 30 ottobre dello stesso anno.

[64] Infatti, come dicevamo, non esistono tessere di iscrizione al Partito Nazionale Fascista che riportino i loro nomi. I Naldi inoltre non parteciparono alle adunate che portarono alla nascita dei Fasci Italiani di Combattimento. Costoro del resto erano più vicini al mondo liberale borelliano e giolittiano che a quello fascista mussoliniano (non a caso nell’Opera omnia di Mussolini, lo stesso Benito definisce l’amico Pippo come un “Arnese obliquo del giolittismo”, ordinandone peraltro la sua messa al bando. Esistono al contrario segnalazioni precise dell’appartenenza di Pippo al mondo socialista. Certo, è innegabile che Pippo Naldi abbia operato nell’ombra anche per conto del Regime, anche fino a poco prima del delitto Matteotti. Ad esempio, se prendiamo il caso del Carlino, giornale che egli aveva diretto durante la Grande guerra, non possiamo non ricordare, ad esempio, che ne era rimasto azionista di maggioranza anche dopo la sua completa fascistizzazione. La verità è che Naldi era l’uomo dei grandi affari, ma non solo di affari legati ai liberali, o ai liberal-fascisti. Gli affari a cui partecipava Naldi comprendevano, senza alcun dubbio, tutte le forze politiche dell’arco parlamentare, comprese anche quelle cattoliche e filo-rivoluzionarie anti-fasciste che non erano rappresentate all’interno del Parlamento. Ma, se della vicinanza di Pippo al mondo della destra e dei cattolici si sa praticamente tutto, della sua vicinanza alla sinistra rivoluzionaria non si sa praticamente nulla. Ecco perché abbiamo desiderato fortemente parlare dei Naldi anche come di personaggi assolutamente vicini alla Russia menscevica e bolscevica.

[65]

[66] E aveva vissuto tra Milano e San Pancrazio Parmense. Si chiamava Margherita Martini ed era figlia di Childerico Martini, ingegnere capo del genio civile.

[67] Maria Pia Pagani, Raissa Olkienizkaia Naldi: un florilegio poetico – dal sito cristinacampo.it

[68] Ibid.

[69] Era figlio di Ricciotti Garibaldi.

[70] Francesco Barbagallo, Francesco S. Nitti, Unione Tipografico-Editrice Torinese, 1984 – Pag. 291.

[71] il quotidiano Il Paese, dopo la rifondazione, avvenuta dopo la seconda guerra mondiale, assunse una linea filo-comunista. Stiamo parlando dello stesso quotidiano a cui Naldi, nel 1959-60, rilasciò una lunghissima intervista, che abbiamo tra l’altro citato ripetutamente proprio nella stesura di questo nostro articolo.

[72] Raissa Olkienizkaia-Naldi, Lo specchio: poesie, prefazione di Giuseppe Lipparini, Ferrara, Taddei, 1923.

[73] Antoine Alfred Agénor de Gramont, duca di Guiche, XI duca di Gramont (Parigi, 22 settembre 1851 – Parigi, 30 gennaio 1925) è stato un nobile francese. Sposò la Ruspoli nel 1907. Tra di loro c’era una differenza di età di ben 37 anni.

[74] Maria Pia Pagani, Raissa Olkienizkaia Naldi: un florilegio poetico – dal sito cristinacampo.it

[75] Non mancheranno, chiaramente, anche alti gerarchi fascisti.

[76] AA.VV., Le dieci migliori opere della letteratura italiana, Greenbooks editore.

[77] Maria Pia Pagani, Un regista in esilio e la sua traduttrice: Nikolaj Evreinov e Raissa Ol’kenickaja Naldi, in Antonella d’Amelia, Cristiano Diddi, Archivio russo-italiano V – Russi in Italia, 2009.

[78] Enrico Veronesi, Il giovane Mussolini, 1900-1919: i finanziamenti del governo francese, l’oro inglese e russo, gli amori milanesi, BookTime, Milano, 2007 – Pag. 64.

[79] In seguito alla bancarotta del Banco Adriatico di Cambio.

[80] Peter Tompkins, Dalle carte segrete del Duce. Momenti e protagonisti dell’Italia fascista nei National Archives di Washington, Il Saggiatore, Milano, 2010 – Pag. 151.

[81] Il fascismo iniziò ad assumere i contorni della dittatura solamente a partire dal 1925.

[82] Filippelli richiese ripetutamente l’aiuto di Pippo, e lo fece talvolta anche in modo inopportuno, arrivando a presentarsi addirittura a casa sua in momenti piuttosto delicati. Famosa è la volta in cui si presentò a casa di Pippo a Roma mentre questi si trovava a letto malato, per chiedergli di convincere Tomaso Monicelli a cedere il Giornale di Roma al fine di trasformarlo nel Corriere Italiano.

[83] Verrà rilasciato nell’ottobre 1924.

[84] Wolkoff abitava al numero 10 di via Aurelio Saffi.

[85] Quotidiano fondato a Roma nel dicembre 1917, poco dopo la disfatta di Caporetto. Aveva avuto un periodo di gestazione molto, a causa di una serie di ostacoli posti dal Presidente Salandra sul percorso che avrebbe dovuto portarlo alla nascita. Inizialmente il quotidiano aveva sede in Piazza Montecitorio. Solo tra il 1918 e il 1919 Naldi acquistò la sede di Palazzo Wedekind, che è poi la sede de Il Tempo attuale, rifondato nel 1944 da Renato Angiolillo.

[86] ACS, UCI, B.30 – 2 agosto 1918 – Filippo Naldi – Acquisto di un vasto terreno a Monte Mario.

[87] Sua compagna di bisboccia era la principessa Ruspoli, duchessa de Gramont. Che era anche la sua amante.

[88] ACS, PP, B.886 – 16 Feb 1928.

[89] Maria Pia Pagani, Un regista in esilio e la sua traduttrice: Nikolaj Evreinov e Raissa Ol’kenickaja Naldi, in Antonella d’Amelia, Cristiano Diddi, Archivio russo-italiano V – Russi in Italia, 2009 – Pag. 192.

[90] Non siamo mai riusciti a capire la data esatta dell’acquisto. Ecco perché abbiamo deciso di scrivere “tra il 1921 e il 1922”.

[91] Willard Sunderland, The Baron’s cloak – The russian empire in war and revolution.

[92] La Edizioni Alpes è stata una casa editrice italiana, con sede a Milano, attiva negli anni venti e trenta. Fu fondata da Franco Ciarlantini alla fine degli anni 1910 (fonte: Wikipedia).

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Giovanni Borelli e Giuseppe Basini, due liberali figli del Risorgimento.

di Paolo Campioli

(Articolo pubblicato nel dicembre 2014 dalla rivista “Il Frignano”, edita da Adelmo Iaccheri editore – Pavullo nel Frignano – MO).

Leggendo i vari libri ed articoli che parlano della vita del pavullese Giovanni Borelli sono rimasto colpito e affascinato dalle parti di essi in cui si parla del suo rapporto di amicizia con un misterioso Deputato liberale scandianese[1] dell’Ottocento, tal Giuseppe Basini[2].

Il loro legame è stato, a nostro avviso, storicamente significativo perché il Basini sarebbe stato fondamentale per la carriera giornalistica dell’amico: sarebbe stato proprio lui, infatti, a permettere a Borelli di entrare in contatto con il direttore de Il Popolo Romano, Costanzo Chauvet, e a dargli modo di iniziare a collaborare con tale giornale, decisivo per la sua carriera.

L’interesse per la figura di Basini, la cui poca notorietà, spesso e volentieri, finisce purtroppo con l’oscurare il ruolo politico di grande, anzi straordinaria importanza da lui avuto a partire dal pre-Unità d’Italia, potrebbe aumentare in modo considerevole ricordando che la sua seconda elezione al Parlamento, avvenuta nel 1889, ebbe luogo proprio nel Collegio di Pavullo, capoluogo del territorio del Frignano.

E inoltre potrebbe aumentare ulteriormente se rilevassimo la posizione di primissimo piano che egli ha occupato nel gruppo formato dai più potenti uomini politici dell’età risorgimentale.

Mettere in ordine gli elementi storici significativi appena elencati potrebbe aiutarci a delineare un piccolo profilo biografico di questo misterioso[3] politico scandianese. Ad essi andremo poi ad aggiungere altri elementi non ancora trattati, che, come vedremo, risulteranno forse ancora più significativi di quelli precedenti.

Giuseppe Lucio Basini nacque nella villa paterna di Chiozza di Scandiano il 3 marzo 1832, da Luigi, proprietario terriero e da Rosa Benizzi[4].

Durante l’adolescenza frequentò il ginnasio-liceo del Collegio dei Gesuiti a Reggio Emilia[5] come allievo interno e, nel 1853, grazie anche all’ospitalità della facoltosa famiglia modenese dei Palmieri, di cui era parente, si laureò in legge alla Facoltà di Giurisprudenza di Modena.

Nel 1856, dopo essersi formato politicamente ed avere fatto propri i principi liberali e patriottici, accettò l’esilio volontario a Torino per fare il proprio clamoroso ingresso nel consiglio politico del Ministero dell’Interno del Regno di Sardegna con l’importante qualifica di membro del servizio segreto dello stesso – era, tanto per intenderci, uno dei membri dell’organismo di intellgence incaricato di organizzare l’Unità d’Italia -.

Stiamo parlando di un esilio che, però, ancora oggi è avvolto da un fitto mistero, dato che allo scandianese, in quegli anni, veniva permesso di spostarsi liberamente tra il Regno di Sardegna e il Ducato di Modena e Reggio dominato dagli Asburgo-Este, addirittura come membro di un servizio segreto nemico…

Tale mistero può essere diradato solo ipotizzando che potesse esistere, magari, un legame, forse addirittura un rapporto di parentela, tra lui e qualche alto esponente del Regno. Tale alto esponente potrebbe essere stato il noto Generale castelvetrese Enrico Cialdini[6].

Tale relazione potrebbe chiarire anche i motivi della sua partecipazione, avvenuta tra il 1858 e il 1860, alle fasi di preparazione della Seconda Guerra di Indipendenza e all’organizzazione della spedizione garibaldina[7].

E, soprattutto, essa potrebbe svelare come egli in seguito riuscì a conquistare anche i ruoli di Segretario del dittatore dell’Emilia, Luigi Carlo Farini e del Commissario Regio per l’Umbria – il bolognese Gioacchino Pepoli -, col quale, tra l’altro, fece ritorno a Torino nel 1861, dopo la parentesi al servizio segreto del Ministero.

Il 1863 sancì, invece, il suo ingresso ufficiale in politica: assunse la carica di Consigliere nelle amministrazioni provinciali di Modena e di Reggio Emilia, e nel Comune della sua città natale, la stessa in cui, nel 1872, decise di stabilirsi definitivamente, mantenendo però ugualmente gli incarichi di consigliere comunale e quello di Presidente della Congregazione di Carità[8].

Alla politica a livello nazionale arrivò molto tardi, nel 1882, alla veneranda età di cinquant’anni, dopo essere stato eletto come candidato progressista nel Collegio di Modena. Nel 1889, invece, dopo alcune occasioni politiche perse, Basini fu eletto alle suppletive; come già accennato, il teatro della vittoria – grazie alla quale conquistò anche la carica di Sottosegretario del Ministro della Giustizia Zanardelli, suo grande amico -, fu il Collegio di Pavullo nel Frignano.

Fu rieletto per altre due volte nel territorio frignanese, in occasione delle elezioni generali del 1890 e di quelle del 1892, assumendo di conseguenza il ruolo di uomo-chiave dello schieramento politico che nel 1892 portò Giolitti a formare il suo primo Governo.

Purtroppo, però, la partecipazione di Basini all’attività parlamentare della XVII e XVIII Legislatura fu ostacolata dall’insorgere di una grave malattia, che lo condusse in pochi anni alla morte: scomparve la notte dell’8 dicembre 1894 nella sua abitazione romana di Largo dell’Impresa, in seguito ad un attacco uremico, conseguenza di una nefrite cronica[9].

Vogliamo concludere ricordando anche che, nel corso del 1890, il Presidente Francesco Crispi aveva assegnato allo scandianese il prestigioso ruolo di Regio Commissario straordinario di Parma, nel tentativo di governare la complicatissima situazione politica che in quegli anni si era venuta a creare nella città ducale[10].

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[1] Gli scandianesi sono gli abitanti di Scandiano (RE).

[2] II dato che ci dà la possibilità di parlare di Basini come di una persona decisiva per la carriera giornalistica di Borelli è contenuto in un articolo dell’avvocato pavullese Gian Paolo Lenzini, intitolato “Un grande frignanese – Giovanni Borelli (1867-1932)”, presente sia in rete, sia anche nel n° 34 della Rassegna Frignanese, pubblicata dalla Accademia Lo Scoltenna di Pievepelago (MO).

[3] La cui identità, tra l’altro, viene spesso ignorata anche da molti dei suoi compaesani…

[4] L’informazione relativa al luogo di nascita è stata estratta da un articolo di Luciano Serra incluso nel n° 81 della rivista storica “ReggioStoria nuova Serie”. Certi studi da noi condotti nel periodo della pubblicazione dell’articolo avevano provato a mettere in dubbio che, nel momento della nascita del Deputato, la villa dei Basini si trovasse nel territorio di Chiozza. Eravamo convinti infatti che si trovasse nel territorio di Scandiano. Ma ci sbagliavamo. La villa dei Basini, anche se molto vicina all’abitato di Scandiano, apparteneva a tutti gli effetti a Chiozza.

[5] Il Collegio dei Gesuiti di Reggio Emilia sorgeva all’interno di Palazzo San Giorgio. Anche Giovanni Borelli ne fu allievo, durante la seconda metà dell’800, frequentando le Scuole Magistrali. Oggi ospita la Biblioteca Comunale “Antonio Panizzi”.

[6] Cialdini, infatti, era imparentato, proprio come Basini, con la famiglia scandianese dei Belloli. Per saperne di più sulla storia dei Belloli, vi rimandiamo alla seguente opera: Giovanni Prampolini, “Romualdo Belloli incisore, disegnatore. (Scandiano 1813 – Reggio Emilia, 1890). La famiglia Belloli nell’Ottocento”, Musei civici di Reggio Emilia, 2004.

[7] Non è specificato se si tratti della spedizione dei Mille di Garibaldi o di quella del 9 giugno di Giacomo Medici. Nel caso che gli storici si riferiscano a quest’ultima, non sarà difficile credere che il legame tra Borelli e Basini possa essersi stabilito proprio allora, sulla scia della partecipazione di Felice Borelli (padre di Giovanni) alla spedizione ideata dal milanese Medici.

[8] Istituzioni statali che nell’Ottocento avevano il compito di aiutare la popolazione meno abbiente – Giuseppe Prampolini, Giuseppe Basini politico e letterato 1832-1894, Scandiano, 2002, Libreria Marco Polo Editrice.

[9] Dato ottenuto attraverso l’Archivio Storico della Camera dei Deputati di P.zza S. Macuto 57, Roma.

[10] Centro Emilia-Romagna per la storia del giornalismo, Amministrazioni locali e stampa in Emilia-Romagna: (1889-1943), Bologna, 1984.

Da Gilbert Elliot a Licio Gelli: breve storia del “potere” in Europa dal 1700 fino ai giorni nostri.

di Paolo Campioli

(Articolo pubblicato nel dicembre 2015 dalla rivista “Il Frignano”, edita da Adelmo Iaccheri editore – Pavullo nel Frignano – MO).

Se, leggendo testi che parlano di religione, ci imbattessimo nella cosiddetta genealogia episcopale di un Vescovo, avremmo certamente l’obbligo di sapere che si tratta della “Disciplina che si occupa di ricostruire e tramandare le origini, le discendenze e i legami tra i consacrati nel sacramento dell’ordine dei vescovi stessi”. In pratica, “Quando un Vescovo consacra un altro Vescovo, tra i due si crea un legame genealogico stabilito gerarchicamente, analogo a quello tra padre (il consacratore) e figlio (il consacrato)”[1].
Ma cosa succederebbe se utilizzassimo la stessa formula per definire i legami esistenti tra personaggi appartenenti al mondo non religioso? Anche in tal caso sarebbe possibile parlare di genealogia?

Ci interesserebbe saperlo perché vorremmo provare a ricostruire, utilizzando questa volta anche un pizzico di fantasia, la “linea di successione al potere” immaginaria che, dal 1700 fino ai giorni nostri, ha collegato tra di loro alcuni uomini di grandissimo spessore politico, militare e finanziario, mettendoli nella condizione privilegiata di determinare segretamente, per più di 200 anni, le sorti del vecchio continente e, più in generale, dell’intero pianeta.

Se volessimo provare a definire ciò che stabilisce questi rapporti di discendenza, forse potremmo utilizzare, sempre con la massima libertà e, forse, anche sbagliando, l’espressione “Genealogia del Potere”, oppure “Genealogia del Potere non religioso”[2], pur sfidando eventuali problemi di incatalogabilità e di indefinibilità, derivanti soprattutto dal fatto che tali personaggi non sono appartenuti – o non appartengono – tutti a una stessa categoria o famiglia.

Sicuramente, uno degli aspetti più interessanti che riguardano tale linea è che, ancora oggi, molti ignorano completamente, oltreché la sua esistenza, anche i suoi ripetuti passaggi dal territorio frignanese. Proprio per questo, vorremmo tentare di ricostruirla utilizzando come punto di riferimento colui che, tra tutti quelli che l’hanno composta e che tuttora la compongono, ha più attinenza con il suddetto territorio – Giovanni Borelli -, così da riuscire a muoverci lungo la traccia invisibile che essa ha lasciato per individuare, a monte e a valle della vita del pavullese, tutti coloro che potrebbero averne fatto parte.

Inizieremo la ricostruzione indietreggiando, per cercare di capire in che modo arrivò fino al liberale, facendo riferimento anche a una serie di articoli comparsi sugli scorsi numeri della nostra rivista, in particolare a quello contenuto nel n° 6 del 2014, in cui viene analizzato il rapporto che, sul finire del XIX secolo, il patriota frignanese riuscì a stabilire con un potente Deputato della sinistra liberale di nome Giuseppe Basini, per riuscire ad entrare in contatto con alcuni esponenti di spicco del giornalismo romano, dando così inizio alla sua sfolgorante carriera politica e giornalistica.

Come forse molti di voi già sanno, Basini nacque a Chiozza di Scandiano, ora in provincia di Reggio Emilia, il 3 marzo 1832, e morì a Roma l’8 dicembre 1894[3], dopo essere stato per molti anni esponente di spicco del Parlamento del Regno d’Italia e dopo avere ricoperto ruoli di rilievo anche nel servizio segreto che operava per conto del Ministero dell’Interno del Regno di Sardegna[4].

Non vorremmo ora dilungarci troppo sulla vita dello scandianese, avendone già parlato nel numero precedente, quanto invece provare a individuare il suo predecessore, abbattendo in questo modo gli ostacoli rappresentati dalla quasi totale assenza di testimonianze dell’esperienza torinese del Deputato, la quale, per molto tempo, ci ha impedito di sapere chi richiese effettivamente la sua presenza al Ministero, spianandogli in pratica la strada a livello politico.

Dopo varie ricerche, condotte persino con l’aiuto dell’Archivio della Camera dei Deputati, abbiamo appurato che, probabilmente, lo scandianese approdò a Torino sfruttando la propria amicizia o parentela con la famiglia scandianese dei Belloli, poiché questa, a sua volta, era strettamente imparentata con la famiglia dell’allora Maggior Generale dell’Esercito del Regno di Sardegna, Enrico Cialdini[5] (Castelvetro di Modena, 8 agosto 1811 – Livorno, 8 settembre 1892).

Ad avvalorare parzialmente l’ipotesi che, forse, fu proprio il celebre militare a permettere ad un emiliano come Basini di occuparsi di delicatissime questioni spionistiche e controspionistiche del Regno ha contribuito anche il rinvenimento di un singolare dato riguardante le esperienze scolastiche del castelvetrese, dello scandianese e di Borelli, indicante che costoro avrebbero frequentato tutti, anche se in epoche diverse, il Collegio dei Gesuiti (poi Palazzo degli Studi) di Palazzo San Giorgio[6], nella città di Reggio Emilia.

Le probabilità che quanto scritto sia vero crescono in modo considerevole se osserviamo che esso è situato, forse non proprio casualmente, a due passi da Palazzo Cassoli-Grisendi[7], un’abitazione storica reggiana che, all’inizio del XIX secolo, fu abitata nientemeno che dal predecessore di Cialdini sulla suddetta linea “genealogica”, ossia dal Generale Carlo Zucchi (Reggio nell’Emilia, 10 marzo 1777 – Reggio nell’Emilia, 19 dicembre 1863).

Zucchi precede Cialdini sulla linea perché la carriera militare di quest’ultimo ebbe inizio proprio nell’esercito formato da circa 800 volontari, comandato dall’allora già anziano Generale reggiano che, nel marzo 1831, fronteggiò a viso aperto gli austriaci; ma anche perché, verso la fine dello stesso mese, il castelvetrese fu tra quelli che, insieme a molti di coloro che componevano quella che lo storico Tommaso Sandonnini definì semplicemente “Legione”[8], seguirono Zucchi nella decisione di imbarcarsi ad Ancona per la Francia, per cercare di sfuggire al nemico.

Con ogni probabilità, la condivisione di questo insieme di esperienze significative contribuì a rafforzare in modo decisivo un già presente legame di amicizia.

Prima però di passare all’individuazione del predecessore di Zucchi, vorremmo mettere in evidenza una piccola “stranezza”, costituita dal fatto che, sorprendentemente, esistono pochissimi punti di contatto tra Cialdini e le terre frignanesi; il più significativo è senz’altro quello riguardante una singolare richiesta, che i membri di un comitato, sorto a Modena allo scopo di innalzare un monumento a Raimondo Montecuccoli, inoltrarono al castelvetrese nel corso del 1870 per proporgli la Presidenza effettiva del comitato stesso.

Una proposta che il Generale d’Armata inizialmente respinse[9], dicendosi impossibilitato a guidarlo attivamente, poiché a quel tempo risiedeva lontano da Modena, ma che alla fine accettò parzialmente, assumendone la Presidenza onoraria, forse anche nel desiderio di legare per sempre il suo nome a quello dell’indimenticato Feldmaresciallo.

Ciò che invece legò Zucchi al suo predecessore, il Generale marzagliese Achille Fontanelli (Modena, 18 novembre 1775 – Milano, 22 luglio 1838), fu una serie di accuse che riguardarono una presunta attitudine alla cospirazione[10], che li accompagnò a lungo e che causò purtroppo il loro allontanamento dal Ducato di Modena e Reggio, interrompendo probabilmente il loro rapporto diretto, iniziato quando entrambi erano alti ufficiali dell’esercito napoleonico.

Nei vari libri che parlano dei due Generali si legge che, nel febbraio 1831, Zucchi fu mandato in esilio a Milano insieme a Fontanelli, dopo essere stato perseguitato a lungo dal Duca[11].

Le opere che riguardano l’allontanamento del marzagliese specificano che la sua partenza per la città meneghina avvenne il 2 febbraio, mentre quelle che riguardano la partenza del reggiano si limitano ad indicarne con certezza soltanto il mese[12].

Così come la potenziale differenza tra queste due date, anche quella tra le loro date di nascita e tra quelle che indicano l’inizio delle loro carriere militari è minima, e ciò sulle prime potrebbe alimentare il sospetto che i percorsi effettuati dai due possano non essere stati l’uno successivo all’altro, ma paralleli.

Invece, seppure sia praticamente impercettibile, la differenza tra di essi effettivamente esiste, tanto da permetterci di posizionare il modenese prima del reggiano sulla linea di successione. Se, però, tale “rinvenimento” non dovesse essere sufficiente a fugare ogni dubbio relativo alla posizione di costoro, potremmo tranquillamente fare riferimento al legame di amicizia che il Marchese stabilì, sul finire del ‘700, con il figliastro di Napoleone Bonaparte, Eugène De Beauharnais[13] (Parigi, 3 settembre 1781 – Monaco di Baviera, 21 febbraio 1824), in modo da collocarlo finalmente, una volta per tutte, “a monte” di Carlo Zucchi.

Fontanelli, nato anch’egli, proprio come l’amico e collega, da una antica ed illustre famiglia di origine reggiana, possiede anche un forte legame con il Frignano, essendo stato ospite della cittadina di Pievepelago. Qui il Generale fece costruire persino una abitazione, che però, forse, non riuscì mai ad abitare stabilmente, a causa dell’esilio forzato[14].

Proprio come quella di De Beauharnais, di Zucchi, di Cialdini[15] e di Basini, la vita di Fontanelli è costellata anche di inequivocabili riferimenti massonici: egli fu, infatti, per moltissimo tempo, dignitario del Grande Oriente d’Italia[16], del quale, ricordiamo, il suo amico fraterno Eugène De Beauharnais fu il primissimo Gran Maestro dal 1805 fino al 1814, ovvero fino all’anno in cui il Supremo Consiglio di Milano Honorè Gabriel Riqueti conte di Mirabeau fu costretto allo scioglimento per effetto della caduta del Regno d’Italia.

Con l’arrivo di De Beauharnais, però, i componenti “locali” del misterioso segmento genealogico saranno costretti a lasciare spazio ad alcuni personaggi stranieri che, durante quei turbolenti anni, ebbero a che fare direttamente con il Viceré. E purtroppo, tranne che nel caso di Napoleone Bonaparte, che della carriera del figliastro fu sicuramente l’incentivatore, sugli altri precedessori di quest’ultimo non esistono che poche informazioni, sufficienti solamente per appurare la loro esistenza, il che limiterà inevitabilmente la nostra ricerca, costringendoci a stilare solo un breve elenco dei loro nomi.

Effettueremo questo tentativo fino a quando non sarà più possibile risalire la linea, dopodiché ci troveremo costretti a passare all’individuazione di coloro che si trovano invece “a valle” di Borelli.

Inizialmente l’elenco è composto, come detto anche in precedenza, dal politico e militare corso, fondatore del Primo Impero francese, Napoleone Bonaparte (Ajaccio, 15 agosto 1769 – Isola di Sant’Elena, 5 maggio 1821), che sposò Marie Josèphe Rose de Tascher de la Pagerie, conosciuta anche come Giuseppina di Beauharnais, quando ella aveva già avuto Eugène dal primo marito Alessandro Francesco Maria, visconte di Beauharnais; e prosegue con Paul Frangois Jean Nicolas, visconte di Barras (Fox-Amphoux, 30 giugno 1755 – Chaillot, 29 gennaio 1829), che i libri di storia descrivono come colui che si accorse per primo delle potenzialità di Napoleone B(u)onaparte e lo aiutò nella sua scalata al potere.

Poi è la volta di Honoré Gabriel Riqueti conte di Mirabeau (Bignon-Mirabeau, 9 marzo 1749 – Parigi, 2 aprile 1791), il quale, secondo gli storici, dopo avere conosciuto Paul Barras ed esserne diventato amico, lo convinse ad iscriversi alla massoneria e a lanciarsi nella politica come repubblicano[17].

Il breve tratto di linea compreso tra Eugène De Beauharnais e l’ultimo membro accertato di essa si conclude sorprendentemente con un britannico, Gilbert Elliot-Murray-Kynynmound, I conte di Minto (Edimburgo, 23 aprile 1751 – Stevenage, 21 giugno 1814), che di Mirabeau fu molto più che semplice amico, essendo stato determinante negli istanti più importanti della sua vita, come si evince anche dalle memorie scritte dal rivoluzionario transalpino insieme ad alcuni membri della sua famiglia[18].

Ma con l’individuazione di Elliot, emerge purtroppo anche un’improvvisa carenza di dati storici, che ci impedisce di rilevare l’eventuale presenza dei tasselli genealogici mancanti, costringendoci di conseguenza ad interrompere la ricerca dei predecessori di Borelli e ad iniziare quella, per la verità assai breve – visto che consta di due soli personaggi – dei suoi successori, che sono Filippo Naldi (Borgo San Donnino, 30 maggio 1886 – Roma, 18 ottobre 1972) e Licio Gelli (Pistoia, 21 aprile 1919 – tuttora vivente – nel 2013, anno di pubblicazione dell’articolo, nda).

Del primo abbiamo già parlato a lungo nell’articolo comparso su Il Frignano n° 5, con il quale provammo ad analizzare il rapporto di amicizia che lo legò ai fratelli pavullesi Borelli e al sacerdote riccovoltese Enrico Vanni, e a frugare nel suo passato di membro del Partito Giovanile Liberale Italiano e di uno strano tipo di massoneria “parallela” italiana – la stessa che continuò a svolgere le proprie funzioni, soprattutto in Francia, anche quando, nel novembre 1925, alcuni provvedimenti provocarono indirettamente lo scioglimento di tutte le Logge massoniche[19] -.

Ma di Pippo parlammo anche come di uno dei membri della cosiddetta Loggia di Propaganda Massonica[20], la potente organizzazione nata nel 1877 per iniziativa di Giuseppe Mazzoni; voci, queste, che furono confermate anche da una serie di colloqui privati, da noi avuti con alcuni alti esponenti della seconda versione della “società segreta”, considerata la naturale prosecutrice di quella fondata dal pratese.

Ed è stato proprio per rispettare fedelmente quanto emerso da tali colloqui che abbiamo deciso, pur sapendo di compiere scelte che potrebbero apparire impopolari, di escludere dalla potente élite il personaggio di maggior prominenza tra tutti quelli condotti al potere da Naldi, durante la sua lunga vita – Benito Mussolini -, per assegnare invece al Venerabile Maestro della Loggia di Propaganda Massonica 2 lo scettro di ultimo membro, in ordine di tempo, di quella che, forse impropriamente, abbiamo definito “Genealogia del potere non religioso”.

Lo abbiamo fatto nella speranza che qualcuno in futuro, raccogliendo quanto scritto in queste pagine, saprà assumersi la responsabilità di completarla – magari noi… -, individuando anche i successori del montalese, magari all’interno della ristretta cerchia di politici, imprenditori e uomini di affari che, negli ultimi vent’anni, hanno amministrato le istituzioni italiane, trasformandole radicalmente dall’interno, seguendo anche e soprattutto gli ambiziosi programmi stilati dalla potente organizzazione massonica.

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[1] http://it.cathopedia.org/wiki/Genealogia_episcopale

[2] Da un’intuizione dello studioso florense Gianfranco Verardi.

[3] Gian Luigi Basini, “I Basini (Chiozza di Scandiano) – Storia e genealogia dal XIV al XXI secolo”, Reggio nell’Emilia, Eliografia Spaggiari, 2014.

[4] Paolo Campioli, “Giovanni Borelli e Giuseppe Basini” in “Il Frignano”, n° 6, 2014.

[5] Giovanni Prampolini, “Romualdo Belloli – incisore, disegnatore (Scandiano, 1813 – Reggio Emilia, 1890) – La famiglia Belloli nell’Ottocento”, Scandiano, Comune di Scandiano, 2004.

[6] Oggi il palazzo ospita la biblioteca cittadina, intitolata al brescellese Antonio Genesio Maria Panizzi, compaesano del Feldmaresciallo del Sacro Romano Impero Raimondo Montecuccoli, il quale infatti, anche se “pavullese” di nascita (in realtà nacque nel castello di Montecuccolo), si trasferì a Brescello in età infantile. Palazzo San Giorgio si trova esattamente in Via Farini, 3.

[7] Antonio Brighi, Attilio Marchesini, “Dimore storiche di Reggio Emilia”, Reggio Emilia, Vittoria Maselli editore, Fondazione Pietro Manodori, 2012 – Pag. 113. – L’abitazione è ubicata in Via Guido Da Castello, 25.

[8] Tommaso Sandonnini, “In memoria di Enrico Cialdini – Notizie e documenti”, Modena, G. Ferraguti e C. Tipografi, 1911 – Pag. 2.

[9] Ibid. – Pag. 53.

[10] Giovanni Natali, “La rivoluzione italiana del 1831-32 e le sue immediate conseguenze: i governi provvisori, le assemblee costituenti e i plebisciti dell’Italia centrale nel 1859-60”, Bologna, R. Patron, 1956 – Pag. 42.

[11] Cesare De Laugier, “Biografia del Barone Carlo Zucchi di Reggio Nell’Emilia, Generale d’Armata, morto il Decembre 19, 1863, scritta dal C.D.L. suo antico compagno d’armi “, Reggio Emilia, Tipografia della Gazzetta, 1864 – Pag. 35.

[12] Molto probabilmente, Carlo Zucchi partì dal Ducato il 3 febbraio e arrivò a Milano il 6, insieme con Fontanelli.

[13] Cesare Cantù – “Della indipendenza italiana – Cronistoria – volume primo”, Torino, Unione Tipografico-Editrice Torinese, 1872 – pag 429.

[14] Piero Vicini, “La vita di Achille Fontanelli e la sua dimora a Pievepelago” in “Rassegna frignanese” n°29 – 1997-1998, pagg. 302-303. L’abitazione è situata a Pievepelago in Via Roma, 186, mentre la villa in cui Fontanelli abitava regolarmente si trova tra Marzaglia e Cittanova, più precisamente in Via Emilia Ovest, 1670. Fino a poco tempo fa, la chiesetta adiacente alla villa ospitava anche le salme del Generale e di alcuni suoi famigliari. Recentemente, però, una sciagurata ristrutturazione ha snaturato completamente la fisionomia dello stabile, rendendo necessario il trasferimento dei corpi in un luogo imprecisato del parmense.

[15] http://www.centroculturaleilfaro.it/files/Dal-Zotto—Massoneria-e-Risorgimento-it aliano7f751z00.pdf

[16] Carlo Manelli, Eugenio Bonvicini, Sergio Sarri, “La massoneria a Bologna dal XVIII al XX secolo”, Tricase, Youcanprint Self-Publishing, 2014 – Pag. 42.

[17] International Napoleonic Congress, “L’Europa scopre Napoleone, 1793-1804: atti del Congresso internazionale napoleonico, Cittadella di Alessandria, 21-26 giugno 1997, Volume 2”, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 1999 – Pag. 129.

[18] Honoré-Gabriel de Riquetti comte de Mirabeau, Victor de Riquetti marquis de Mirabeau, Jean Antoine Joseph Charles Elzéar de Riquetti Mirabeau, Gabriel Lucas de Montigny, “Memoirs of Mirabeau: biographical, literary, and political – Vol. IV”, Londra, Edward Churton Library, 1836 – Pag. 130.

[19] Santi Fedele, “La massoneria italiana nell’esilio e nella clandestinità: 1927-1939”, Milano, Franco Angeli, 2005 – Pag. 49.

[20] Di Naldi come membro di una “Loggia di Propaganda”, antesignana della P2, ne parla Silverio Corvisieri in “Il mago dei Generali – Poteri occulti nella crisi del fascismo e della Monarchia”, Roma, Odradek edizioni, 2001 – Pag. 200.

Alcune considerazioni libere su Vasco Rossi, Giovanni Borelli, Don Enrico Vanni e sulla storia della radiofonia modenese.

di Paolo Campioli

Di recente, presentando un nuovo articolo[1] nella pagina Facebook[2] del mio sito dedicato al giornalista Filippo Naldi[3], avevo promesso che avrei pubblicato nella nostra pagina Academia.edu una parte di testo rimasta fuori dall’articolo stesso per motivi di spazio.

Ora tale parte è stata riportata in questo documento, il quale altro non è che una sorta di appendice, contenente un ardito esperimento, condotto alcuni mesi or sono per provare ad individuare le presunte corrispondenze esistite tra le prime fasi della carriera del cantante zocchese Vasco Rossi e un misterioso ambiente liberal-modernista modenese, nato all’inizio del XX secolo per volontà di alcuni illustri personaggi locali, quasi tutti di area catto-liberale.

Tale ambiente, di cui, per la verità, fino a oggi si è detto e scritto ben poco, fu composto da personaggi di grande spessore, come Don Enrico Vanni, Giovanni Borelli, Don Attilio Pellesi, Nello Quilici e Adriano Gimorri – tanto per citarne alcuni -.

Costoro al tempo erano stati promotori, anche e soprattutto nel loro territorio di appartenenza, di una piccola rivoluzione culturale, ideata e sviluppata anche per dare modo a seguaci di ideologie fra di loro apparentemente incompatibili, come il liberalismo, il cattolicesimo e il socialismo, di trovare un punto d’incontro, di raggiungere, diciamo così, una convergenza.

Chiaramente, il mistero esistente ancora oggi intorno a tale ambiente ci ha spinto ad andare alla ricerca di risposte alle varie domande createsi in seguito allo studio delle gesta di coloro che lo componevano.

 

Giovanni Borelli direttore segreto del Carlino?

Il punto più alto della rivoluzione culturale modenese che, grazie ai personaggi poc’anzi nominati, interessò anche il Frignano e il territorio collinare delle province di Modena e Bologna, si ebbe probabilmente nel 1913, quando a Giovanni Borelli, pavullese, capo del Partito Giovanile Liberale Italiano, venne dato l’incarico di dirigere segretamente il quotidiano bolognese di Piazza de’ Calderini[4], Il Resto del Carlino.

Abbiamo ragione di pensare che tale rivoluzione abbia avuto inizio proprio in quel momento.

E’ stato il Conte ed ex-Ministro fascista mordanese Dino Grandi a rivelare, poco prima di morire – siamo nel 1988 -, a Folco Quilici, figlio del noto giornalista livornese[5] Nello, l’informazione relativa all’incarico assunto da Borelli, facendo presente di avere lavorato al Carlino nel 1913, agli inizi della sua carriera, ma alle dipendenze di Giovanni, appunto, e non del direttore ufficiale[6].

L’arrivo del pavullese a Bologna segnò probabilmente l’inizio di un periodo d’oro per i protagonisti della vita culturale frignanese. Non a caso, molti di loro lo seguirono anche al Carlino, luogo dove, tra l’altro, ebbero la possibilità di formarsi sia a livello giornalistico, sia a livello politico.

A dire il vero, quando venne incaricato di dirigere segretamente il quotidiano, Giovanni non viveva più nel Frignano da parecchi anni.

Rimaneva però pur sempre un figlio di quella terra.

E infatti, come vedremo, non esiterà a portarne con sé un pezzo anche nel capoluogo emiliano, dopo avere ottenuto l’incarico. Lo farà coinvolgendo appunto, nell’attività del quotidiano, anche alcuni dei suoi amici più fidati.

Nuove ricerche condotte attraverso l’anagrafe di Fontevivo, il luogo del Parmense in cui trascorse gli ultimi anni della sua vita[7], hanno dimostrato però che, negli anni ’10 del Novecento, non viveva in realtà a Bologna, bensì tra Milano[8], San Pancrazio Parmense e Pesaro, città natale della moglie Margherita Martini[9].

Questo è un’altro degli elementi che contribuiranno a trasformare la parentesi da lui trascorsa nel capoluogo emiliano, negli anni che precedettero la prima guerra mondiale, in qualcosa di estremamente interessante da studiare.

Interessante nonostante sia noto come il Carlino dei primi anni ’10 sia stato ben poca cosa, soprattutto rispetto a quello del post seconda guerra mondiale[10].

In particolare, rispetto a quello che dagli anni ’60 in poi è stato capace di ottenere una grande popolarità, fino a diventare un vero e proprio punto di riferimento per i lettori, e non solo a livello locale.

A causa di quanto appena detto sullo scarso valore e la scarsa influenza avuti dal quotidiano nel periodo che precedette la Grande guerra, il lettore potrebbe essere portato a considerare l’esperienza direttoriale di Borelli come qualcosa di scarsamente significativo dal punto di vista storico.

E invece, a nostro avviso, il suo periodo bolognese rappresenta, senza alcun dubbio, un elemento di eccezionale valore storico, soprattutto perché, come vedremo tra poco, nasconde una serie di aspetti segreti davvero stupefacenti.

Forse ancora più segreti che l’incarico direttoriale ottenuto.

Aspetti che quindi non potremo permetterci di ignorare, anche perché presentano numerose corrispondenze anche con uno degli elementi trainanti di questo articolo: gli inizi della carriera radiofonica di Vasco.

Andiamo quindi a scoprire quali potrebbero essere state tali presunte corrispondenze.

 

Giovanni Borelli, Filippo Naldi e Guglielmo Marconi.

Partiremo col dire che nel 1913 il numero due di Borelli in seno al Partito Giovanile Liberale Italiano, Filippo Pippo Naldi, giornalista nato a Borgo San Donnino (ora Fidenza) nel 1886 da una famiglia di origini romagnole[11], ricevette un incarico decisamente insolito per uno come lui ancora molto giovane e inesperto: partire per San Pietroburgo[12], che in quel momento era ancora la capitale dell’Impero russo, per andare a impiantare la filiale di una nuova importante agenzia telegrafica: l’Agenzia Telegrafica Italiana.

L’incarico, di grande responsabilità, gli era stato assegnato dal Ministro degli Esteri del Regno d’Italia, il nobiluomo catanese Antonino di San Giuliano[13], ed è possibile ipotizzare che si trattasse davvero di qualcosa di molto importante, anche perché aveva preceduto solo di qualche mese l’arrivo della FIAT nell’Impero Russo[14].

Naldi, infatti, si era messo probabilmente a rimorchio proprio dell’azienda torinese, naturalmente con il beneplacito del Ministro siciliano, forse anche per cercare di trasformare la sua agenzia in una specie di mezzo di comunicazione ufficiale della stessa FIAT[15].

Sarà uno dei fedelissimi di Borelli e Naldi a raccontare, molto più tardi, nel 1917 per la precisione, alcuni interessanti risvolti di tale vicenda, tra l’altro incredibilmente snobbata dagli storici del Novecento (nessuno di loro infatti ha mai voluto parlarne, anche se, a nostro avviso, rappresenta senza alcun dubbio uno degli avvenimenti cruciali della storia del Regno d’Italia).

Il fedelissimo di cui stiamo parlando altri non è che il sacerdote modernista Don Enrico Vanni da Riccovolto, già citato in precedenza anche come uno dei più importanti protagonisti della rivoluzione culturale frignanese dell’inizio del secolo scorso.

Tuttavia, sebbene la spiegazione appena fornita appaia assai chiara ed esaustiva, il vero motivo dell’assegnazione (sorprendente, per la verità) dell’incarico di fondare l’Agenzia Telegrafica Italiana a San Pietroburgo al politico-giornalista borghigiano amico di Borelli (Naldi) potrebbe comunque non essere ancora del tutto chiaro.

Ci si chiede infatti se sia stato solamente l’arrivo della FIAT in Russia[16] l’elemento-cardine di tale delicata operazione, legata probabilmente alla trasmissione di dati telegrafici wireless da San Pietroburgo verso l’estero, oppure se dietro all’importante assegnazione ci sia stato anche qualcos’altro…

Dopo esserci interrogati a lungo su tale mistero, potremmo avervi trovato una spiegazione definitiva ricordando che, proprio allora, il noto fisico ed inventore Guglielmo Marconi, bolognese proprio come il Carlino, stava iniziando a capitalizzare alcune importanti scoperte personali relative alla comunicazione senza fili.

Le stesse che nel 1909 gli avevano permesso di ottenere anche il premio Nobel per la fisica.

 

Guglielmo Marconi, Filippo Naldi e la Russia.

Scoperte che, come noto, l’inventore aveva effettuato verso la fine dell’Ottocento.

Egli iniziava a trarre profitto da esse attraverso una serie di importanti società che aveva fondato nel Regno Unito dopo avere ottenuto una serie di brevetti[17].

Queste società, naturalmente, si occupavano sempre di tecnologie relative alla comunicazione senza fili, e si avvalevano anche della collaborazione e della consulenza di numerosi scienziati russi.

Tale proficuo rapporto aveva portato alla fondazione di una loro filiale anche nel potentissimo Impero da cui gli scienziati appena citati provenivano.

Forse, quindi, potrebbe essere stata proprio tale iniziativa a permettere a Naldi di ottenere un improvviso successo anche nel campo della comunicazione telegrafica (wireless, magari), nel corso di quell’importante, anzi fondamentale, anzi addirittura cruciale 1913.

Perciò, potrebbe essere stato proprio Marconi la chiave, più o meno segreta, del successo pietroburghese di Pippo.

E cioè del successo ottenuto da colui che, forse proprio anche grazie a tale operazione, nel dicembre di quello stesso anno ottenne a sorpresa anche l’incarico di dirigere in via ufficiale (a differenza di ciò che Borelli aveva fatto presumibilmente fino a poco prima) il Carlino insieme con Lino Carrara[18].

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A questo punto l’arrivo improvviso, quanto inaspettato, di Marconi nell’avvincente storia d’altri tempi che stiamo provando a raccontare in queste pagine si trasformerà – almeno per noi – in un vero e proprio invito a nozze.

Infatti, esso da una parte ci permetterà di rilevare in automatico le varie corrispondenze tra la storia in questione e l’esperienza radiofonica di Vasco Rossi.

E dall’altra ci porterà a concludere che, se Punto Radio negli anni ’70 ebbe così tanto successo, fu di sicuro anche grazie alle favorevoli condizioni (psicologiche, politiche, sociali e culturali) che, molti anni prima della sua nascita, qualcuno (Borelli e i suoi soci) aveva voluto creare affinché il territorio modenese potesse trasformarsi, in modo graduale, nel posto ideale dove far nascere nuovi fenomeni culturali, legati, magari, anche alla comunicazione senza fili.

Processo, questo, che, infatti, molti decenni più tardi troverà effettivamente completamento proprio attraverso la nascita di Punto Radio.

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Ora però, dopo questa breve divagazione, vorremmo, anzi dovremo continuare a parlare ancora un po’ di Marconi, anche per cercare di far emergere nuovi aspetti del suo presunto rapporto con Borelli & co.: sappiamo che nel 1897 fonda una società chiamata The Wireless Telegraph & Signal Company, la quale nel 1900 prenderà il nome di Marconi’s Wireless Telegraph Company.

Essa nasce per lo sfruttamento del brevetto per la trasmissione wireless di dati che l’inventore[19] aveva ottenuto tra il 1896 e il 1897 (piatto cotto e mangiato!), e aveva la propria sede centrale a Chelmsford, un paese a una trentina di chilometri a nord-est di Londra.

Negli anni Zero del Novecento la società ottiene la possibilità di inaugurare anche una serie di filiali nel mondo.

Una delle più importanti sarà quella russa (già citata), con sede a Mosca, che talvolta viene menzionata anche come Russian Marconi Company.

Per la quale lavoreranno, tra i tanti, anche due tra i maggiori scienziati europei: il celeberrimo Boris Rosing, tra gli inventori del mezzo televisivo, il suo pupillo Isaac Schoenberg.

L’arrivo di Marconi in Russia coincise grossomodo con quello nello stesso luogo della FIAT[20].

Quest’ultimo, come dicevamo, fu preceduto di poco dall’arrivo di Pippo Naldi e della sua Agenzia Telegrafica Italiana (1913)[21].

L’aspetto più interessante dello sbarco di costoro a San Pietroburgo e/o Mosca è rappresentato senz’altro dal fatto che Naldi si recò in tali città sia come rappresentante di punta del mondo borelliano, sia anche come giornalista collaboratore di quel Carlino di cui, curiosamente, di lì a poco, sarebbe diventato anche direttore ufficiale.

Vogliamo ricordare ancora una volta che tale quotidiano era bolognese come Marconi, e vorremmo aggiungere anche che era stato sicuramente uno dei primi mezzi di informazione ad interessarsi a lui: aveva iniziato infatti a pubblicare articoli sull’argomento “telegrafia senza fili” sin dall’inizio della carriera dell’inventore, e cioè proprio dal momento del rilascio del brevetto che lo aveva reso famoso nel mondo.

Nella nostra ricerca sulle relazioni tra i vari personaggi citati sono presenti, tuttavia, numerosi punti ancora da chiarire.

Sarà quindi necessario portare a termine questo processo di chiarimento se si desidera che il prosieguo della ricerca e, soprattutto, la sua credibilità non vengano ostacolati.

Uno di tali punti riguarda il fatto che, in realtà, Naldi e Borelli non collaboravano ancora stabilmente con il quotidiano di Piazza de’ Calderini quando il fisico ottenne i propri brevetti.

Infatti nel 1896-97 Giovanni dirigeva ancora L’Idea Liberale[22], e viveva a Milano, mentre Pippo, nonostante allora risiedesse ancora a Borgo San Donnino, pertanto relativamente vicino al capoluogo emiliano, era però ancora troppo giovane (aveva solamente 11 anni!) per disporre di una coscienza politica che gli permettesse di esprimersi in modo adeguato anche a livello giornalistico.

Si dà il caso, però, che il loro rapporto con il Carlino abbia iniziato a intensificarsi proprio quando a Marconi venne assegnato il Premio Nobel per la fisica (1909) per il contributo dato allo sviluppo della telegrafia senza fili[23].

I primi articoli a firma “Filippo Naldi” comparsi nel quotidiano bolognese risalgono infatti proprio al 1909.

Si trattava in realtà di articoli dalla connotazione fortemente politica. E forse il Carlino li pubblicava inserendoli in uno spazio concesso ai membri del partito a cui sia Pippo che Borelli appartenevano (il Partito Giovanile Liberale Italiano)[24]. Anche per fare propaganda politica.

 

Le testimonianze del riccovoltese Don Enrico Vanni.

In base a ciò potremmo presumere che possa essere stato proprio l’entusiasmo collettivo costituito dalla vittoria del prestigioso premio da parte di Marconi ad alimentare in qualche modo le speranze dei giovani liberali, se è vero che, verso la fine del primo decennio del Novecento, presero a frequentare sempre più assiduamente il capoluogo emiliano, cercando tra l’altro di inserirsi in pianta stabile nel Carlino, anche per trasformarlo nella loro base operativa.

Le cronache del tempo raccontano che nel 1912 alcuni di loro risiedevano stabilmente a Bologna, per la precisione in un lussuoso albergo chiamato Albergo Pellegrino[25].

E’ stato il frignanese Adriano Gimorri, in “D. Attilio Pellesi – Uomo e scrittore”, a raccontare che:

“Nel 1912 Vanni (Enrico, NdA) vi conviveva (a Bologna) già con Quilici (Nello) e Naldi (Pippo). Vi capitava Pastorelli (Don Silvio) e Borelli (Giovanni) vi era assiduo. Scopo: la pubblicazione di un giornale elettorale, Patria, che poi Quilici, dopo le elezioni (quelle del 1913, le prime a suffragio universale maschile), trasformerà probabilmente in settimanale”[26].

Ecco invece come il riccovoltese Don Enrico Vanni[27] descrisse nel 1917 il primo periodo bolognese dei giovani liberali:

“Nel 1911 Naldi fu chiamato a Bologna per fondare un nuovo giornale, ch’ebbe il nome di Patria, Visse poco ma gloriosamente. Vi si dettero convegno, sotto il sorridente patronato di Giovanni Borelli, fresche e generose energie giovanili. Scopo il rinnovamento del vecchio partito liberale (…) Collaborai a Patria e da allora presi col Naldi la consuetudine dei lunghi interminabili colloqui, che si potrebbero chiamare culturali, ma in cui si trattano gli argomenti che interessano comunque il nostro intelletto e la vita”[28].

Con ogni probabilità, fu proprio quella descritta da Gimorri e Vanni la fase germinale della grande rivoluzione culturale frignanese che toccò il punto di massimo splendore nel 1913.

A ciò vorremmo aggiungere che, oltre a Il Resto del Carlino, allo sviluppo di tale rivoluzione contribuì di sicuro anche una celebre accademia di studi, tuttora esistente, fondata a Pievepelago nel 1902 col nome di Accademia Lo Scoltenna.

La quale aveva avuto come soci fondatori anche Don Vanni e Don Pellesi. E Giovanni Borelli come membro onorario, a partire dal 1912[29].

Ci sarà da chiedersi, tuttavia, alla luce di quanto emerso finora, cosa mai ne sarebbe stato dei liberali frignanesi appena menzionati se Marconi, tra il 1896 e il ’97, non fosse riuscito a brevettare un certo tipo di tecnologia per la comunicazione senza fili, e se, successivamente, nel 1909, non fosse riuscito ad aggiudicarsi il prestigioso Nobel per la fisica…

Dopo avere riflettuto a lungo su tale eventualità alternativa, siamo giunti alla conclusione che, probabilmente, se non ci fossero stati tali conquiste marconiane, Borelli e i suoi sarebbero finiti ben presto nel dimenticatoio, e senza alcuna possibilità di emergere.

Fortunatamente per loro, però, con l’arrivo della grande rivoluzione tecnologica iniziata grazie alle felici intuizioni dell’inventore, Bologna, dopo essersi trasformata in una delle capitali mondiali della telecomunicazione, iniziò ad attirare verso di sé numerosi personaggi intenzionati a sfruttare le possibilità create da tale straordinaria novità.

E, chiaramente, nel gruppo da costoro formato si inserirono con successo anche i summenzionati liberali frignanesi.

 

Affinità e differenze tra la rivoluzione dei giovani liberali borelliani e il fenomeno dell’esplosione delle radio libere.

Molti di loro appartenevano, come detto, a un piccolo ma combattivo movimento politico giovanile guidato da Giovanni Borelli, che era stato fondato a Firenze nel febbraio 1901 con il nome di Partito Giovanile Liberale Italiano (PGLI)[30].

Il concetto di libertà contenuto nel nome di tale movimento politico appare elemento di massima importanza in questo momento, perché rappresenta un altro dei tanti punti di contatto con il concetto di radio libere a cui abbiamo fatto riferimento in precedenza parlando di Vasco Rossi.

Pertanto, di riflesso, costituirà un punto di contatto anche con il fenomeno imprenditoriale che negli anni ’70 del Novecento, anche e soprattutto grazie al rocker, interessò la collina modenese attraverso la costituzione di Punto Radio.

Tale corrispondenza dimostra tra l’altro che il gruppo di amici zocchesi che, a partire dal 1972, sfidando la diffidenza e il bigottismo che allora imperversava un po’ ovunque, decise di fondare una discoteca di grande successo[31] e successivamente una emittente importante come Punto Radio, poteva essere considerato davvero, a pensarci bene, come una specie di nuovo movimento giovanile liberale, nato per dare vita a una nuova rivoluzione culturale, un po’ come quella che Borelli & co. erano riusciti a inaugurare negli anni ’10 del Novecento, forse, anzi sicuramente, anche grazie alle fortunate invenzioni di Marconi!!! Le quali tra l’altro – guarda caso – sono state le stesse che Vasco e i suoi amici hanno utilizzato per portare a compimento la loro parte di rivoluzione.

Fantasticando un poco potremo concludere quindi che, a un certo punto degli anni ’70, potrebbe avere avuto luogo una specie di strano transfert, al limite del metafisico e del metatemporale, che si manifestò in pratica portando l’antica Accademia Lo scoltenna a reincarnarsi in una piccola radio libera di Zocca guidata da alcuni amici che ivi risiedevano.

Trasformandoli pertanto in una sorta di eredi ufficiali di coloro che settant’anni prima avevano fondato e animato la suddetta Accademia anche per cercare di rivoluzionare culturalmente il Frignano e le zone limitrofe.

Tali eredi, tra l’altro, nel momento di massimo successo della loro breve esperienza radiofonica, sceglieranno, guarda caso, proprio Bologna (e non Modena) come sede alternativa dei propri affari[32], esattamente come i vari Vanni, Borelli e Quilici avevano fatto nel lontano 1912 anche per cercare di dare al proprio pensiero liberale una nuova forma e maggiore forza.

 

Il ruolo del Generale Alfredo Dallolio.

Il successo ottenuto da Giovanni Borelli a partire dal 1913 sulla scia di quello marconiano potrebbe non dipendere però solo ed esclusivamente da lui. Esso potrebbe dipendere infatti anche dal Generale bolognese Alfredo Dallolio.

E ora spiegheremo perché. Non prima però di avere riportato alcune informazioni biografiche essenziali (e necessarie) di tale importante personaggio.

Dallolio nacque a Bologna nel 1853. Il padre Cesare era originario di Loiano, un importante centro dell’Appennino bolognese. Forse non tutti sanno che, nel momento della nascita di Dallolio senior, in tale luogo risiedevano vari illustri personaggi, tra cui un membro della famiglia svizzera dei Loup, a noi noto in quanto fu uno degli storici proprietari dello stabile della bolognese Piazza de’ Calderini dove, a partire dal 1898 (poco dopo l’assegnazione del brevetto inglese a Guglielmo Marconi) venne ubicata la sede de Il Resto del Carlino.

Il suo nome era Luigi[33] ed era un noto agronomo.

Prima di proseguire con la stesura della biografia di Dallolio sarà necessario aprire una prima piccola parentesi per spiegare che Loiano si trova a soli 20 chilometri dal paese natale di Giuseppe Marconi, padre dell’inventore. Originariamente il paese si chiamava Pontecchio. Successivamente però, in onore di Guglielmo, ha assunto il nome di Pontecchio Marconi, in quanto anche luogo dei suoi primi esperimenti.

Altra piccola parentesi, anch’essa assolutamente necessaria: vorremmo aggiungere che Giuseppe era nato nel 1823 nei pressi di Porretta Terme, altro noto capoluogo montano. Distante anch’esso pochissimi chilometri dal paese natale di Cesare Dallolio, il quale tra l’altro era nato nel 1819 ed era, pertanto, quasi coetaneo del padre di Marconi.

Terza ed ultima parentesi, dopodiché proseguiremo con la stesura del profilo biografico del Generale: a partire dal 1904, la società inglese dell’inventore iniziò ad allargare il proprio raggio d’azione, fondando una nuova società che realizzava strumenti anche per la comunicazione marittima.

Guarda caso, nello stesso momento (e forse non si tratta di una semplice coincidenza fortuita) la carriera di Alfredo Dallolio, che nel frattempo era uscito dall’Accademia militare di Torino con il grado di sottotenente di artiglieria, iniziò improvvisamente a decollare, fino a fargli raggiungere, nel 1910 (poco dopo cioè l’assegnazione del Nobel a Marconi), il grado di maggior generale.

Chiaramente tutto questo non significherebbe nulla se non sapessimo che la tecnologia inventata dal pontecchiese iniziò ad essere utilizzata probabilmente anche in àmbito militare proprio quando ebbe luogo il balzo di carriera di Dallolio. Che influenza ebbe, quindi, Marconi nell’ascesa del Generale?

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Chiuso questo lungo inciso, torneremo ora a parlare della biografia del militare, aggiungendo che nel 1911 passa al Ministero della Guerra[34] come direttore generale di artiglieria e genio, mantenendo l’incarico fino al luglio 1915, quando verrà nominato sottosegretario alle armi e munizioni (dipendente dal Ministero della guerra) del Governo Salandra II.

Rimarrà in carica fino al giugno 1917, quando il sottosegretariato si trasformerà in Ministero. Alla cui guida, però, nel luglio successivo verrà messo proprio lui[35]. Rimarrà Ministro fino al maggio 1918.

Come scrive Mario Barsali nel Dizionario Biografico degli Italiani…

“Alfredo Dallolio dal luglio del 1915 al maggio 1918 non fu solo l’organizzatore tecnico di tutta la produzione per la guerra, ma anche il responsabile politico di un nuovo e importantissimo settore dell’amministrazione dello Stato”[36].

Tutto questo ci servirà per aggiungere un nuovo importante tassello al nostro tribolatissimo articolo: nell’agosto 1916 il sottosegretariato per le armi e le munizioni, allora in mano a Dallolio, darà vita una nuova struttura, a cui verrà dato il nome di Ufficio Storiografico della Mobilitazione (industriale), del quale sarà direttore, guarda caso, proprio il nostro Giovanni Borelli.

 

La nascita dell’USM e l’importanza dei rapporti tra Modena e Roma.

Nel momento dell’assunzione della direzione dell’USM, Borelli aveva appena messo una definitiva pietra tombale sul suo piccolo partito liberale (1915)[37] e si apprestava a dare un nuovo impulso alla sua vita, forse proprio anche attraverso il nuovo ruolo militare che gli era stato assegnato in seguito all’entrata in guerra dell’Italia.

E, a nostro avviso, l’alleanza militare tra il Regno d’Italia e la Francia, stipulata nel 1915 attraverso il Patto di Londra, potrebbe avere avuto una importanza fondamentale nella sua decisione di accettare di guidare il suddetto Ufficio Storiografico.

Abbiamo derivato ciò dal fatto che, ancor prima dell’entrata in guerra dell’Italia, egli aveva deciso di recarsi nel paese Transalpino, nelle Argonne per la precisione, per andare a dare man forte alla Legione Garibaldina[38], impegnata al fianco dell’Esercito francese nei combattimenti contro i tedeschi.

Come spiega Barbara Bracco nell’unico libro che sia mai stato scritto sulla storia dell USM, e che si intitola “Memoria e identità dell’Italia della Grande Guerra. L’Ufficio Storiografico della Mobilitazione (1916-1926)”

“L’ufficio (che aveva sede a Roma, NdA)[39], sotto l’influsso di Borelli, ben presto perse il suo iniziale carattere di centro statistico, proponendosi ufficialmente già dall’inizio 1917 il compito enorme di documentare, come un monumento da tramandare a generazioni future e quasi in forma di un archivio foucaultiano, l’impatto della guerra per la nazione italiana a tutti i livelli: economico-industriale, politico, sociale. (…) Venne sciolto ufficialmente nel 1920″.

Molto probabilmente, fu proprio Dallolio a incaricare Giovanni di far funzionare l’USM sia come centro statistico, sia anche come centro di “informazione”[40] vero e proprio.

Da utilizzare, magari, anche per dare modo ad alcuni dei più importanti uomini di cultura italiani, che con la guerra erano stati arruolati proprio da tale Ufficio, di studiare nuove tecniche e strategie di comunicazione, necessarie anche per provare a contenere, anche e soprattutto attraverso l’informazione, i potenziali traumi di un post-prima guerra mondiale che, allora, di sicuro, si preannunciava tutt’altro che facile – soprattutto per i reduci di guerra italiani, – a causa della cruenza del conflitto in atto.

Da tale ufficio infatti passarono effettivamente numerosi professionisti della carta stampata, così come tanti storici e politici[41].

Ma anche numerosi esponenti del clero diedero il proprio prezioso contributo per trasformare l’USM in uno dei più potenti strumenti di informazione del primo Novecento[42].

Ciò avvenne perché anche la Chiesa aveva probabilmente interesse che il ritorno a casa dei soldati traumatizzati dalla guerra venisse attutito, ammortizzato, addolcito il più possibile, anche mediante nuove strategie e tecniche di comunicazione, da sviluppare chiaramente attraverso il mondo dell’informazione[43], cattolica e non (quindi anche massonica).

Uno dei sacerdoti che aderì all’USM fu il già più volte citato Don Enrico Vanni, il riccovoltese (da Riccovolto, MO) amico di Borelli, che nel 1902 fu tra i soci fondatori dell’Accademia Lo Scoltenna di Pievepelago e che nel 1917, dopo la disfatta di Caporetto, diventerà addirittura braccio destro di Filippo Naldi a Il Tempo di Roma.

 

Don Enrico Vanni e Vasco, modernisti ribelli.

Curiosamente, la vita di Vanni, oltre ad avere una forte attinenza con quella di Borelli, possiede più di un punto di contatto anche con quella di Vasco: entrambi infatti hanno frequentato (chiaramente in due epoche distinte) un luogo ben preciso della città di Modena, legato, tra l’altro, alla religione cattolica.

Tale luogo si trova all’interno dell’isolato compreso tra Corso Canalchiaro, Rua dei Frati Minori, Via Francesco Selmi e Viale delle Rimembranze.

Nei primi decenni del Novecento, infatti, Vanni fece una breve esperienza come insegnante presso il Seminario Metropolitano geminiano (ingresso in Corso Canalchiaro).

E nel tempo libero frequentava le abitazioni di alcuni nobiluomini modenesi poste lungo Rua Frati, guarda caso proprio dove si trovava il Convitto locale in cui, molto tempo dopo, Vasco alloggerà – anche se per breve tempo – nel periodo degli studi.

Tale Convitto si trovava proprio nei pressi del Seminario (Via delle Rimembranze, ma con ingresso probabilmente anche in Rua Frati).

Come spieghiamo nell’articolo pubblicato nel recente numero 10/2018 de Il Frignano, Vasco vi alloggiò negli anni ’60/’70 mentre frequentava gli istituti scolastici cittadini.

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La descrizione di tali esperienze offerta nel corso degli anni dai biografi di Vasco e Vanni hanno evidenziato però anche una serie di traumi subìti dai due rivoluzionari modernisti nei periodi trascorsi in tali strutture.

Relativamente a Vanni, ad esempio, emersero i contorni di una sottile persecuzione ideologica[44] ordita nei suoi confronti da parte di alcuni suoi colleghi e superiori, al fine di punire il suo atteggiamento eccessivamente liberale e modernista.

Allora infatti (siamo agli inizi del Novecento) il modernismo teologico era osteggiato con forza dalla Curia cittadina, in particolare dal Vescovo Natale Bruni[45].

Vasco, invece, sebbene non fosse un sacerdote cattolico come il conterraneo, si ribellava però anch’egli, a modo suo, un po’ come Vanni aveva fatto molto prima di lui, alle regole probabilmente rigide della struttura cattolica cittadina di cui era ospite per gli studi.

Da ciò si potrà dedurre, quindi, che Vanni e Vasco potrebbero avere vissuto, anche se in due fasi storiche diverse, lo stesso tipo di esperienza negativa mentre vivevano a stretto contatto con una cultura come quella cattolica ultra-conservatrice cittadina che, forse, non li rappresentava appieno.

Forse si sentivano legati più alla cultura cattolica della provincia modenese; in questo ambiente, infatti, dimostravano di trovarsi maggiormente a loro agio.

Infatti, se prendiamo come esempio il caso di Rossi e andiamo a leggere quanto scritto dal critico musicale Marco Mangiarotti su certi momenti della sua giovinezza, rileviamo che nel 1973 il rocker si avvicinò per un periodo anche ai principi cattolici, arrivando a organizzare persino una messa rock nella Chiesa parrocchiale di Zocca, con l’appoggio tra l’altro di Don Gianni, il Monsignore che la reggeva[46].

Segno forse che i suoi rapporti con la religione cattolica non erano poi così negativi…

Chissà però se quanto di negativo vissuto da Rossi negli anni ’70 a Modena possa essere stato provocato in qualche modo, o possa essere derivato, indirettamente (e/o inconsciamente), anche dall’esperienza che l’estroverso religioso riccovoltese Vanni aveva vissuto una settantina di anni prima nello stesso luogo…

Sarà tuttavia difficile, se non impossibile, stabilire se ciò sia avvenuto proprio per questo motivo…

Ad ogni modo, al di là di questa parentesi apparentemente assurda e, di certo, assai fantasiosa, non si potrà però non ammettere che le corrispondenze tra le esperienze condotte da questi due illustri personaggi frignanesi[47] in due fasi distinte del secolo scorso possano essere effettivamente esistite.

Anzi, per voler essere sinceri, sono proprio evidenti… Talmente tanto da spingerci a provare ad andare ancora più in profondità nell’analisi centrale del nostro articolo, ovvero quella degli avvenimenti storici che hanno portato alla nascita dei rapporti tra i vari Marconi, Borelli, Dallolio, Naldi, Vanni ecc.

Vorremmo fare tale tentativo anche per vedere se esistano, eventualmente, ulteriori corrispondenze tra il rocker e i vari rivoluzionari frignanesi che lo hanno preceduto.

Ma vorremmo farlo anche perché siamo convinti – come del resto abbiamo provato a spiegare anche nel nostro articolo su Il Frignano 10/2018 – che il rapporto tra Modena-Bologna e la città di Roma sia stato fondamentale anche per Punto Radio, quindi per Vasco, proprio come lo era stato negli anni ’10 per i liberali modenesi poc’anzi citati, che gravitavano sia attorno al Carlino, sia attorno al Generale Alfredo Dallolio e all’Ufficio Storiografico della Mobilitazione (industriale).

 

Modena vera capitale delle più importanti rivoluzioni culturali del Ventesimo secolo.

Come detto, le fortune del Generale iniziarono a crescere nel momento dell’esplosione della popolarità del suo conterraneo Marconi, e la scelta di assegnargli, anche a livello governativo, l’incarico di amministrare tutto ciò che aveva a che fare con le armi e le munizioni del Regno d’Italia derivò, con ogni probabilità, proprio dal ruolo di primo piano che il fisico, grazie alle sue invenzioni, aveva iniziato ad assumere, anche in àmbito militare, ancor prima dell’inizio della Grande guerra.

Di conseguenza, le fortune di Borelli derivarono probabilmente anche proprio dal ruolo di primo piano assunto dal Dallolio a livello militare negli anni ’10.

Perciò, forse, pure quelle di Don Enrico Vanni derivarono dalla grande popolarità ottenuta dal sistema militare bolognese in seguito alla salita alla ribalta di Marconi: Non a caso, anche il sacerdote venne impiegato da Dallolio ed assegnato all’Ufficio Storiografico borelliano.

Ma anche quelle di Naldi potrebbero essere state figlie del rapporto esistito tra i giovani liberali emiliani e il Generale bolognese.

Non a caso, quando era direttore del Carlino insieme con Lino Carrara, Naldi ripeteva spesso di essere in buoni, anzi ottimi rapporti con Dallolio[48].

E allora in base a ciò potremo arrivare forse a una conclusione definitiva della nostra analisi, ribadendo che, molto probabilmente, se non fosse stato per Marconi e per le sue straordinarie invenzioni, la grande rivoluzione culturale modenese prodotta negli anni ’10 dai vari Borelli, Pellesi, Vanni, Quilici (modenese d’adozione), Gimorri e Naldi (quest’ultimo nato però in provincia di Parma) non avrebbe mai potuto avere luogo.

Così come forse non avrebbe mai potuto avere luogo un’altra importante rivoluzione culturale modenese, sorella, anzi figlia, anzi addirittura nipote di quella borelliana degli anni 10: stiamo parlando naturalmente di quella che negli anni ’70, attraverso la liberalizzazione delle frequenze radiofoniche, permise a Vasco Rossi di fondare una delle più importanti emittenti private italiane di sempre: Punto Radio.

 

Conclusioni.

Come anticipato in apertura di questa lunga appendice, era stato anche per provare a parlare della strana corrispondenza esistita tra i borelliani e i vaschiani che avevamo deciso di realizzare l’articolo pubblicato nel dicembre 2018 dalla rivista pavullese Il Frignano.

Articolo da cui, però, eravamo stati costretti a tagliare proprio la parte relativa allo studio della suddetta corrispondenza, per una serie di motivi, anche di spazio.

E proprio per questo avevamo deciso di pubblicarla qui su Academia.edu.

La grande libertà concessaci dallo strumento informatico – il quale infatti ci ha permesso di scrivere, cancellare, aggiungere, modificare il testo più volte, senza difficoltà – ci ha permesso anche di fare numerose divagazioni.

Divagazioni che però talvolta, senza che ce ne accorgessimo, si sono trasformate in veri e propri voli pindarici. Voli che tra l’altro in qualche occasione hanno rasentato persino il limite della follia: non a caso, sono stati proprio essi a portarci a condurre l’esperimento mirato a dimostrare che sarebbero esistiti vari punti di contatto tra i borelliani e i vaschiani, ovvero tra due gruppi storici della cultura frignanese e, più in generale, modenese, vissuti però in due epoche molto distanti tra loro (ed è proprio in quest’ultimo elemento che risiede, forse, la componente di follia del nostro esperimento).

Uno di tali punti è rappresentato senza dubbio dall’elemento marconiano, presente infatti in dosi massicce nella rivoluzione culturale borelliana dei primi anni ’10, così come in quella vaschiana degli anni ’70.

Del resto, è stato proprio tale elemento a spingerci ad inserire anche l’espressione radiofonia modenese nel titolo di questa lunga appendice.

Ciò che non ha accomunato tali gruppi potrebbe essere stato invece l’elemento ideologico: marcatamente conservatore e di destra quello dei borelliani, tendenzialmente di sinistra quello dei vaschiani.

Vaschiani che, però, nonostante abbiano vissuto attivamente il periodo della contestazione, negli anni ’70, schierandosi forse anche dalla parte dei contestatori, hanno avuto comunque, al proprio interno, anche una parte cattolica molto accentuata, dovuta forse al fatto che il loro paese, Zocca, è stato il luogo da cui sono venuti Vescovi molto importanti ed influenti, e in cui ancora oggi si rilevano numerose tracce di quello che, fino al XIX secolo, è stato il limitrofo Stato Pontificio.

Dall’altra parte, i borelliani, pur avendo avuto sicuramente un ruolo non marginale nello sviluppo dell’ideologia conservatrice e di destra che portò alla nascita del fascismo, nel corso della loro esperienza ebbero però la facoltà di determinare anche le fortune di certi gruppi rivoluzionari e filo socialisti, come, ad esempio, quelli che, almeno fino alla fine della prima guerra mondiale, contribuirono a mantenere in vita Il Popolo d’Italia, il quotidiano socialista interventista diretto da Mussolini.

Tutto questo, essendo avvenuto quindi anche grazie al lavoro svolto dagli stessi borelliani al fine di creare un movimento segreto politicamente trasversale che comprendesse sia persone di estrazione filo rivoluzionaria sia persone di estrazione catto-liberale, potrebbe andare a rappresentare davvero un ulteriore punto di contatto con il mondo radicale e tendenzialmente di sinistra del Vasco degli anni ’70.

Siamo certi che, se proseguissimo con la ricerca di punti di contatto tra vaschiani e borelliani, riusciremmo a trovare probabilmente un numero infinito…

Crediamo tuttavia che quelli trovati bastino e avanzino per avere un quadro completo della storia descritta; e, di conseguenza, anche per riuscire a dimostrare che è effettivamente esistita una forte corrispondenza tra le esperienze condotte da tali gruppi in due fasi diverse del XX secolo.

E con quest’ultima parte di testo dichiariamo definitivamente conclusa questa lunga appendice all’articolo su Vasco Rossi e Punto Radio, pubblicato nel numero 10 della rivista pavullese Il Frignano.

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[1] Articolo comparso nel numero 10/2018 della rivista Il Frignano, edita da Adelmo Iaccheri.

[2] Filippo Naldi – Il sito – https://www.facebook.com/ISCFilippoNaldi

[3] Filippo Naldi – Il sito – The website – https://www.filipponaldi.it

[4] Dal 1898 la sede del Carlino era ubicata ai numeri 4 e 6 di tale piazza, per la precisione presso Palazzo Loup.

[5] La famiglia della madre proveniva però da Pievepelago (MO). Inoltre, nel periodo dell’adolescenza, Nello aveva vissuto a lungo a Modena, ospite dello zio materno sacerdote presso la parrocchia cittadina di San Faustino.

[6] In realtà nel corso di quell’anno i direttori del quotidiano furono due: Lino Carrara ed Ettore Marroni, detto Bergeret.

[7] E in cui, tra l’altro, nel luglio 1932 morì, a causa di una infezione contratta nel tagliarsi la barba.

[8] Dove aveva la residenza insieme alla moglie.

[9] Talvolta citata però come cittadina parmense.

[10] Prima dell’arrivo di Naldi, Borelli e Carrara, la sua tiratura era scesa al di sotto delle 40.000 copie giornaliere.

[11] Aveva abitato in una casa cantoniera nei pressi di Forlì. L’informazione ci è stata gentilmente concessa da una discendente del giornalista.

[12] E che il 31 agosto 1914 si trasformerà in Pietrogrado. Fino al 1924. Dopodiché muterà ancora il proprio nome, diventando Leningrado. Manterrà tale nome fino al 1991, quando assumerà nuovamente il nome San Pietroburgo.

[13] Il quale rimarrà Ministro fino al momento della sua morte, avvenuta il 16 ottobre 1914. Gli succederanno dapprima il Presidente del Consiglio Antonio Salandra e, subito dopo, Sidney Sonnino. Tali successori erano membri del centro parlamentare, e insieme, nel 1901, avevano contribuito anche alla nascita del quotidiano romano Il Giornale d’Italia.

[14] Avvenuto infatti nel 1914.

[15] Non a caso, in seguito a ciò, Pippo diverrà amico intimo dell’industriale piemontese. Questa è un’altra delle tante informazioni che ci sono state gentilmente concesse dalla discendente di Naldi menzionata in precedenza.

[16] Descritto perfettamente nella seguente opera: Renato Risaliti, La Russia: dalle guerre coloniali alla disgregazione dell’URSS, Bruno Mondadori, Milano, 2007 – Pp. 44, 152.

[17] Ottenne il primo tra il 2 giugno e il 7 luglio 1896.

[18] Avvocato bussetano. Lino era figlio di Angiolo, il notaio storico braccio destro ed amministratore di tutti i beni di Giuseppe Verdi. Angiolo Carrara, talvolta chiamato Angelo, morì nel 1904.

[19] Il quale nel 1914 diventerà Presidente anche di un importantissimo istituto di credito italiano: la Banca Italiana di Sconto. Tale banca fu messa in liquidazione nel 1921 dopo avere concesso un prestito milionario a Naldi.

[20] Gli storici ritengono che la FIAT sia arrivata in Russia non prima del 1914.

[21] ACS, UCI, B.30 – Roma, 22 ottobre 1917 – Prof. Enrico Vanni – Canonico Palatino.

[22] L’Idea Liberale era stato fondato nel 1892 da Alberto Sormani e Guido Martinelli. Martinelli lo diresse dal momento della fondazione fino al maggio 1896. A lui subentrò Borelli, il quale lo diresse fino al dicembre 1901 – L’Idea Liberale dal 1896 al 1900, in Rassegna Storica del Risorgimento, Anno 1978 – Pag. 306 – Vilfredo Pareto, Œuvres complètes, Volume 30, Droz, 1989 – Pag. 290.

[23] Il Premio era stato istituito nel 1901, dopo la morte di Alfred Nobel, avvenuta a Sanremo nel dicembre 1896. Pochi mesi dopo, cioè, l’assegnazione del brevetto inglese a Marconi (giugno 1896).

[24] Fondato nel febbraio 1901, poco dopo la temporanea chiusura de L’Idea Liberale (dicembre 1900) e prima della primissima cerimonia di premiazione del Nobel (10 dicembre 1901).

[25] Si trovava in un palazzo posto all’angolo tra Via Calcavinazzi e Via Ugo Bassi. L’Albergo Pellegrino, che ora non esiste più, aveva ospitato Sovrani, Principi e nobili di ogni parte d’Europa.

[26] Adriano Gimorri, D. Attilio Pellesi – Uomo e scrittore, Editrice Società Lo Scoltenna, Pievepelago, 1951 – Pp. 45-46.

[27] Nato in località La Raggia di Riccovolto.

[28] ACS, UCI, B.30 – Roma, 22 ottobre 1917 – Prof. Enrico Vanni – Canonico Palatino.

[29] Nell’archivio de Lo Scoltenna abbiamo trovato un bigliettino di ringraziamento che Borelli inviò ai consiglieri dell’Accademia nel 1912 per ringraziarli di averlo nominato membro onorario.

[30] Talvolta nominato Partito Giovanile Liberale-Conservatore Italiano.

[31] La discoteca prese il nome di Punto Club, e nacque molto prima dell’emittente.

[32] Come si legge del resto nel nostro articolo pubblicato di recente sul numero 10 della rivista Il Frignano, Punto Radio aveva una propria sede distaccata nel capoluogo emiliano. Per la precisione, al numero 4 di Piazzale Roosevelt, di fronte a Palazzo Caprara.

[33] Luigi Loup nacque a Yverdon, in Svizzera, il 21 giugno 1811 e morì a Bologna il 19 novembre 1892. Dopo essere diventato proprietario della antica Villa delle Fratte di Loiano, la trasformò in Palazzo Loup. Esso divenne assai importante nel 1859 ospitando un famoso convegno segreto (il Convegno Segreto di Scanello), il quale fu determinante per l’unificazione nazionale. Forse, proprio grazie a questo importante avvenimento, nel marzo 1867 Luigi Loup riceverà la nomina a Deputato del Regno. Come detto, Loup era un agronomo. Aveva sposato una nobildonna bolognese figlia di Pio Ghisilieri. Proprio grazie a lei riuscirà a entrare in possesso della suddetta villa loianese. Il padre si chiamava Emilio Loup (1781-1858). Sembra che anche lui avesse sposato una Ghisilieri. E pare che, attraverso il figlio del Senatore Francesco Pio Ghisilieri fosse riuscito a mettere le mani anche sul palazzo di Piazza de’ Calderini in cui dal 1898 verrà ubicata la sede del Carlino. Anche tale palazzo cittadino assumerà il nome Palazzo Loup, dopo essere stato a lungo in mano ai Calderini. Il ramo dei Calderini di cui si parla si sarebbe però estinto nel 1796, lasciando appunto tale palazzo a un Ghisilieri, di cui l’ultima erede Calderini era madre. Nello specifico lo avrebbero lasciato al suddetto Senatore conte marchese Francesco Pio Ghisilieri.

[34] Retto allora da Paolo Spingardi. Al quale nel marzo 1914 succederà Domenico Grandi. Dal 10 ottobre 1914, poi, tale Ministero sarà retto dall’istriano Vittorio Italico Zupelli.

[35] Il nome per esteso era Ministero delle Armi e Munizioni.

[36] Mario Barsali, Dizionario biografico degli italiani – Volume 32 (1986) – Voce: Dallolio, Alfredo.

[37] Marialuisa Cicalese, La formazione del pensiero politico di Giovanni Gentile (1896-1919): pubblicato con il contributo del Consiglio nazionale delle ricerche, Marzorati, 1973 – Pag. 178.

[38] Guidata da Peppino Garibaldi, nipote del grande condottiero Giuseppe Garibaldi. Peppino talvolta viene citato anche come Giuseppe Garibaldi II.

[39] Aveva sede presso il Ministero Armi e Munizioni, in via Quattro Fontane, 143.

[40] Forse anche nel senso “spionistico” del termine…

[41] Due di questi furono Giuseppe Prezzolini e Gioacchino Volpe. Il primo, perugino, è stato il fondatore del periodico fiorentino La Voce; il secondo, aquilano, Deputato del Regno d’Italia dal 1924 al 1929.

[42] Legato forse alla Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli – Propaganda Fide?

[43] Papa Benedetto XV, che tra l’altro era in ottimi rapporti con Pippo Naldi (numero due di Borelli, in seno al PGLI e non solo…), si era battuto a lungo affinché venisse evitata la guerra, da lui definita “Inutile strage”.

[44] Dei periodi difficili trascorsi da Vanni all’interno dei seminari modenesi ne ha parlato anche Lorenzo Bedeschi in Don Enrico Vanni – Neanche all’archivio ci fu posto per lui. Un sentito grazie va all’amico Aldo Magnoni per averci dato la possibilità di conoscere tale articolo.

[45] Nell’archivio della Curia Vescovile di Modena, all’interno del fascicolo “Enrico Vanni” è presente un messaggio inviato dal sacerdote all’indirizzo del Vescovo Bruni, che però non ottenne alcuna risposta. Si trattava probabilmente dell’ultimo tentativo di Don Enrico di rimanere aggrappato alla Diocesi di Modena dopo essere stato sballottato in lungo e in largo per la provincia, a causa delle sue idee moderniste.

[46] Vasco Rossi, Marco Mangiarotti, Il giovane Vasco. La mia favola rock. Da zero a 30: 1952-1983. Il racconto adrenalinico da cantautore a rockstar, Poligrafici editoriale, Bologna, 2017.

[47] In realtà Zocca non si trova nel Frignano. Nel nostro immaginario però Vasco è figlio anche di tale territorio. In realtà, anche Riccovolto di Frassinoro, paese natale di Don Vanni, si trova nel tecnicamente territorio del Frignano (anche se poi, nel corso degli anni, il concetto di Frignano è stato allargato a tutti i comuni montani dell’Appennino modenese). Vanni però non potrà non essere considerato frignanese a tutti gli effetti, perché frequentò il Seminario di Fiumalbo e, soprattutto, perché contribuì alla fondazione, in Pievepelago, della prestigiosa Accademia Lo Scoltenna.

[48] ACS, UCI, B.30 – 23 maggio 1917 – Filippo Naldi e il suo futuro giornale.

Alcuni cenni sulla presunta affiliazione del giornalista Filippo Naldi alla Loggia segreta Propaganda massonica del Grande Oriente d’Italia.

di Paolo Campioli

Recentemente Wikipedia Italia, la mia amatissima Wikipedia, ha deciso di bloccarmi mentre provavo ad inserire una parte di testo che ritenevo importante, anzi importantissima.

Avevo intenzione di inserirla in una voce che avevo iniziato a creare dal nulla all’inizio del 2010[1], utilizzando, pensate, un vecchio computer laptop che forse non arrivava neanche al Pentium.

L’avevo creata mettendoci veramente tutto il mio amore, navigando in solitaria all’interno del salone superiore della biblioteca comunale di Fidenza, tra i tanti libri che trasudavano di storia del borgo natìo del personaggio a cui la voce in questione si riferisce.

Inoltre, nel corso degli anni avevo anche contribuito a svilupparla, in modo, devo dire, decisivo.

Anzi, posso dire, senza esitazioni, di averla creata praticamente da solo.

Non solo: se esiste, ed è strutturata in quel modo, Wikipedia lo dovrebbe principalmente a me.

Ma si sa, prima o poi tutte le belle storie finiscono.

Infatti un bel giorno, improvvisamente, il blocco…

Col tempo, però, ho capito che, in tutta questa storia, se c’era qualcuno che aveva assolutamente torto, quello ero io. E ho capito anche che ad avere la ragione assoluta era invece Wikipedia. L’enciclopedia infatti aveva fatto bene, anzi benissimo, a bloccarmi. Il suo era un blocco del tutto giustificato, in quanto causato da una serie di errori tecnici, da me commessi, davvero imperdonabili.

Errori che però fortunatamente, nel momento del loro avvenimento, non avevano portato ad un blocco immediato. Prima di arrivare, infatti, esso ha atteso molto tempo. Quel tanto che è bastato per permettermi di contribuire alla realizzazione di numerose voci inedite dell’enciclopedia.

La cui lista è consultabile al link presente in corrispondenza della nota qui riportata[2].

Solo che la voce di cui parlavo poc’anzi non è, di tale lista, una delle tante, una qualsiasi. Al contrario: si tratta della più importante in assoluto tra quelle ivi presenti. Perché sto parlando della voce di Filippo Naldi, celebre giornalista emiliano, nato il 30 maggio 1886 a Borgo San Donnino (ora Fidenza) da una famiglia di origini romagnole, conosciuto principalmente per essere stato uno dei più importanti, se non il più importante, direttore della storia del Resto del Carlino di Bologna.

La parte che la famosa enciclopedia libera ha deciso di rimuovere (anzi di non pubblicare proprio, per via del suddetto blocco) è la seguente:

 

(Naldi, NdA) “Fu inoltre affiliato alla Loggia segreta ”Propaganda” del Grande Oriente d’Italia, fondata nel 1877 dal Gran Maestro Giuseppe Mazzoni e progenitrice della P2”.

E le numerose note che avevo inserito per dare una dimostrazione a quanto scritto sono quelle presenti alla nota 1 di questo articolo[3].

La parte di cui vi ho appena parlato era stata inserita nella voce di Naldi subito dopo quella che parla di un’altra presunta affiliazione massonica del giornalista. Per voler essere più precisi, la parte di testo che parla di tale affiliazione alternativa è la seguente:

“Naldi fu affiliato all’obbedienza massonica della Gran Loggia d’Italia”.

In pratica, è stato nel momento in cui ho provato ad inserire la parte di testo da me composta, quella cioè riguardante l’affiliazione di Naldi alla Loggia “Propaganda”, che ha avuto inizio il mio conflitto con Wikipedia.

Un conflitto perso in partenza. Giustamente, tra l’altro, voglio ripeterlo ancora una volta.

E che purtroppo ha dato vita a un problema irrisolvibile, perché ora non riesco più a modificare nulla.

Solamente che in questo momento, nella pagina Wikipedia di Naldi, è rimasta in bella vista quella breve frase sulla sua presunta affiliazione alla Gran Loggia d’Italia, frase che secondo alcuni potrebbe però contenere un errore. E’ rimasta quindi quella appena citata, presumibilmente errata, mentre, come dicevo, non è stato assolutamente possibile inserire la nostra, presumibilmente corretta.

Paradossale, no?

A mio avviso tutto ciò è stato sorprendente anche perché, chi ha inserito la frase sulla GLDI, l’ha corredata con una nota assai discutibile, in quanto collegata alle pagine 38 (e successive) di un celebre libro di Peter Tompkins intitolato “Dalle carte segrete del Duce. Momenti e protagonisti dell’Italia fascista nei National Archives di Washington”. Pagine in cui, infatti, sembra non essere presente alcun riferimento all’affiliazione di Naldi alla Gran Loggia d’Italia.

E’ anche vero però che potrei essermi sbagliato io, nel senso che l’informazione sbagliata potrebbe essere quella relativa alla frase da me scritta, quella cioè esclusa da Wikipedia, e non quella presente ora. Questo è molto probabile perché, primo, non sono esperto di massoneria, e secondo perché, in fase di lettura dell’opera di Tompkins, potrei avere ignorato involontariamente la pagina in cui si parla di tale affiliazione[4].

Ma, anche se mi fossi sbagliato, e quindi se Pippo fosse stato veramente membro della Massoneria di Piazza del Gesù, ciò però non mi impedirebbe di chiedermi il perché, allora, tanti altri storici, anche illustri, abbiano desiderato invece dedicare pagine su pagine dei propri saggi anche ad una presunta affiliazione di Naldi al GOI, in particolare alla Loggia segreta “Propaganda”.

Senza tirarla tanto per le lunghe, però, perché di solito, quando si inizia a parlare di massoneria, si parte dalle guerre puniche e si finisce regolarmente col non fare alcun approfondimento, vorrei quindi concentrarmi ora, senza perdere altro tempo, sul motivo che potrebbe avere spinto qualcuno a desiderare che non venisse pubblicata la frase “incriminata”.

Prima però vorrei precisare che potrebbe non essere sbagliato presumere che Naldi possa essere stato affiliato alla GLDI, anche perché sarebbero stati autorevoli esponenti della stessa Loggia a dare conferma della sua avvenuta affiliazione (come del resto delle sue ripetute sospensioni).

Di questo ha parlato infatti un certo Carpeoro, Maestro di tale Loggia. Maestro massonico che però io sinceramente non conosco, né avevo mai sentito nominare prima di oggi.

E che però, chiaramente, mai mi sognerei di contraddire. Ci mancherebbe altro!

Sarebbe tuttavia lecito, a mio avviso, provare comunque a mettere in discussione la versione di Carpeoro (sperando chiaramente che il nostro tentativo non venga interpretato come una mancanza di rispetto nei suoi confronti), in quanto sembra non esistere alcun documento, che non sia contenuto magari in qualche archivio segreto di qualche società di studi massonici, che possa essere consultato liberamente per dare dimostrazione dell’affiliazione di Pippo alla Gran Loggia di Piazza del Gesù.

Ci fidiamo tuttavia della sua parola, in quanto come dicevamo, al contrario di lui, noi non siamo, e non siamo mai stati, Gran Maestri.

Il fatto però è che a me non interessa in alcun modo riuscire a portare alla luce eventuali errori commessi da chi ha parlato dell’affiliazione di Naldi alla GLDI. A me fare questo non interessa proprio! Davvero! Anche perché converrete con me che sarebbe da assoluti sprovveduti andare a contraddire la parola di certi Gran Maestri… Sarebbe completamente folle! E poi: chi siamo noi per farlo? Ne sapranno ben più loro di noi, non credete?

Ciò che interesserebbe a me invece sarebbe portare alla luce eventuali prove di una affiliazione di Pippo al GOI (il che, tra l’altro, non escluderebbe assolutamente, a mio avviso, la versione di Carpeoro).

Del resto, se non avessimo avuto interesse a fare questo, perché mai avremmo dovuto fare così tanta fatica per provare ad inserire la suddetta frase “incriminata” nella pagina di Wikipedia di Pippo? E perché mai avremmo dovuto sentire la necessità di scrivere anche il breve articolo che state leggendo in questo momento?

Se abbiamo voluto tenere duro il più possibile, provando cioè ad andare avanti a testa bassa e perseverando nella nostra ricerca, lo abbiamo fatto anche perché assolutamente convinti di possedere numerosi documenti che attesterebbero una probabile affiliazione di Naldi al Grande Oriente d’Italia.

In particolare alla Loggia segreta “Propaganda”, ovvero alla stessa potente loggia che, sin dalla sua fondazione, avvenuta nel 1877 per volontà del Gran Maestro pratese Giuseppe Mazzoni, era formata prevalentemente da Deputati esigenti che nessuno giungesse a conoscenza della loro affiliazione (e che proprio per questo era “coperta”, “segreta”).

Stiamo parlando in pratica della Loggia nota anche per essere stata, in qualche modo, la progenitrice della P2.

Come già accennato, i documenti “attestanti” di cui parlavamo poc’anzi sono gli stessi riportati alla nota 1 di questo articolo.

Il più importante di essi è senza alcun dubbio un libro dello storico comunista Silverio Corvisieri, intitolato “Il mago dei Generali – Poteri occulti nella crisi del fascismo e della monarchia”.

A pagina 200 di tale opera si legge che Naldi avrebbe fatto parte di una “Loggia di Propaganda”, antesignana della P2, insieme al luogotenente del Regno, Umberto II di Savoia, ai generali Antonio Sorice e Quirino Armellini, all’ex fascista Alfredo Misuri e all’industriale Giovanni Armenise.

Inizialmente, però, dopo essere giunti in possesso di tale importante opera, non sapevamo in realtà a quale Loggia di Propaganda si riferisse esattamente Corvisieri, anche se il riferimento alla P2, da lui fissato, non lasciava probabilmente spazio a dubbi: doveva essere per forza la progenitrice di quella affiliata al Grande Oriente d’Italia di cui è stato Maestro Venerabile anche il montalese Licio Gelli.

E non, magari, una presunta Loggia di Propaganda affiliata alla GLDI.

Tuttavia, per essere certi al 100% di questo, siamo dovuti andare alla ricerca anche di altri riferimenti certi, sicuri, riguardanti la Loggia fondata da Mazzoni. Abbiamo dovuto farlo anche nel rispetto del pensiero illuminato di alcuni colleghi, che erano (e sono, giustamente) possibilisti sull’idea che possa essere esistita magari anche una Loggia di Propaganda Massonica affiliata alla Gran Loggia d’Italia[5].

Il riferimento più importante lo abbiamo trovato in un libro scritto da Solange Manfredi, intitolato ”Psyops – 70 anni di operazioni di guerra psicologica in Italia – Come ci hanno manipolato, messi uno contro l’altro, mandato in guerra, terrorizzato per controllarci meglio”. Il libro, anche se autoprodotto, appare purtuttavia come l’unico al mondo scritto con il coraggio di citare i vari documenti contenenti riferimenti precisi alla presunta appartenenza di Naldi alla “Loggia P” del Grande Oriente.

A dire il vero, la Manfredi non cita espressamente Naldi. La storica cita però tutti gli altri fratelli di Pippo presenti nella Loggia segreta, elencati anche dal suo illustre collega Corvisieri. Quello che fa la Manfredi è concludere la sua lista di membri della Loggia Propaganda con un ecc.. Ma è proprio dietro a quell’eccetera che, a nostro avviso, è nascosto il nome di Pippo. Infatti, dove non è arrivata lei, fermandosi cioè a quel punto, è arrivato, come detto, il suo collega Silverio Corvisieri, citando espressamente Naldi insieme agli altri membri della Loggia nominati anche dalla bravissima autrice torinese.

A questo punto, dopo avere individuato i membri di quella potente Loggia segreta, non ci rimarrà altro da fare che andare a controllare a quale obbedienza essa appartenne esattamente. Ebbene, la Manfredi, riportando un passo del libro di Sergio Flamigni intitolato “Trame atlantiche. Storia della loggia massonica segreta”, scrive:

“Prima dello scioglimento decretato nel 1925 dal Fascismo, nella Comunione massonica del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani c’era una particolare Loggia, chiamata P (Propaganda), nella quale erano raggruppati affiliati eminenti e “speciali” così da garantire un’assoluta riservatezza al loro essere massoni, in ragioni delle importanti funzioni pubbliche che essi esercitavano: erano fratelli “coperti” (…). Istituita nel 1877 dal Gran Maestro Giuseppe Mazzoni, la Loggia Propaganda era stata sviluppata e potenziata dal banchiere Adriano Lemmi (…). Tuttavia, in seguito allo scandalo della Banca Romana (…) la Loggia coperta era stata ridimensionata e marginalizzata”.

A quanto pare però, nonostante il presunto ridimensionamento, tale Loggia aveva comunque continuato ad esistere, magari in modo ancor più segreto di quanto non avesse fatto fino a quel momento.

Quindi, con ogni probabilità, aveva continuato ad essere attiva ed operante a pieno regime anche durante il fascismo (scusate il gioco di parole; c’è da dire però che in questo caso la “r” di regime è assolutamente minuscola…), se è vero che nel 1945[6] venne sì rifondata, o forse solo ristrutturata, ma con un nuovo nome, ovvero quello di Loggia di Propaganda Due.

Ciò significa quindi che, fino a quella data, il suo nome era rimasto forse quello iniziale di Loggia di Propaganda Massonica datole a suo tempo dal Gran Maestro Mazzoni.

Possiamo sapere però a quale versione di tale Loggia appartenne veramente Naldi?

Alla prima o alla seconda?

La verità forse è che Pippo appartenne ad entrambe le versioni della Loggia, se Corvisieri scrive che la Loggia di Propaganda a cui apparteneva Pippo era la prima versione della stessa, e non la seconda[7], mentre la Manfredi scrive, in pratica, che i fratelli di Pippo che aderirono alla Loggia segreta vi rimasero affiliati anche dopo la rifondazione della stessa e l’aggiunta del numero “Due” al suo nome.

Tuttavia, il sapere che Naldi, dopo il suo ritorno in Italia dalla Francia, in seguito all’Armistizio (siamo quindi nel settembre 1943, perciò due anni prima della trasformazione della Loggia P in P2), aveva stretto contatti con il Re, forse anche per provare a traghettare, in qualche modo, il proprio confratello Umberto II verso l’assunzione del ruolo di Luogotenente del Regno in sostituzione del padre Vittorio Emanuele III (troppo implicato forse nel fascismo), potrebbe dirla lunga sul ruolo che potrebbe avere avuto Naldi anche all’interno della prima versione di tale potente Loggia mazzoniana, nota infatti anche per essere stata di ispirazione tendenzialmente repubblicana, laica e progressista, quindi non obbligatoriamente filo monarchica, pertanto in linea, forse, con le idee di chi pensava che il Re dovesse prima o poi farsi da parte.

Chiusa questa lunga parentesi, a nostro avviso assai delicata e forse un po’ troppo oscura (anche se nel contempo indubbiamente interessante), vorremmo ora andare a vedere che cosa ha scritto invece, sull’argomento trattato in queste pagine, il professor Costantino Cipolla, in “Belfiore – I. I Comitati insurrezionali del Lombardo-Veneto ed il loro processo a Mantova del 1852-1853”.

Cipolla scrive:

“A metà anni ‘70 dell’Ottocento (…) il Gran Maestro Giuseppe Mazzoni (…) costituì una loggia “riservata” o “coperta” o “segreta”, chiamata “Propaganda Massonica”, posta sotto le dirette dipendenze del Gran Maestro, che può essere considerata la diretta progenitrice della P2 di un secolo dopo”.

A questo punto, dopo avere scoperto tutto ciò, ci troveremo ora costretti a rendere partecipi i nostri lettori dell’enorme disagio che sta generando in noi in questo momento l’impossibilità di inserire, nella pagina Wikipedia di Naldi, la parte di testo relativa alla sua affiliazione alla Loggia segreta “Propaganda” del Grande Oriente d’Italia.

Tutto ciò è causa di una frustrazione davvero forte, che diventa, via via, sempre più preoccupante, man mano che passa il tempo.

Poco male, però.

Perché fortunatamente esiste santa Academia.edu, il sito che proprio ora ci sta aiutando a sconfiggere il suddetto disagio, dandoci la possibilità di far conoscere ai lettori e, più in generale, ai fruitori del web, tutto ciò che di interessante non ci è più possibile aggiungere, da qualche tempo, alle voci che compongono la famosa enciclopedia libera online Wikipedia.

Non abbiamo però ancora trovato una risposta convincente alla domanda che ci eravamo posti all’inizio, e cioè: per quale motivo Wikipedia ci ha impedito di pubblicare le informazioni provate che avevamo a disposizione?

Ce lo avrà impedito solo per errori tecnici commessi, o anche per la delicatezza delle informazioni che avevamo intenzione di inserire?

Ce lo avrà impedito forse per non appesantire troppo un articolo già di per sé delicato?

O c’è forse dell’altro, che magari non conosciamo, e che non possiamo e non potremo mai conoscere?

A pensarci bene, però, potrebbe non esistere nulla di tutto ciò, se, come detto e dimostrato, il blocco è stato causato da certi errori tecnici assolutamente imperdonabili da noi commessi.

Rimane però chiaramente, e rimarrà per sempre, la curiosità di sapere chi sia stato l’autore del blocco, ossia il propositore del veto alla nostra possibilità di intervenire… E chi mai abbia avuto interesse che rimanesse pubblicata una informazione probabilmente errata, in luogo di una sicura, certa, provata…

Beh, alla fine poco importa. Anzi nulla importa.

Non solo: alla persona che ha deciso di bloccarci vorremmo chiedere qui umilmente scusa, visto che, come detto, potrebbe avere assolutamente ragione lei.

Vorremmo però pregarla, se mai dovesse un giorno arrivare a leggere questo nostro articolo, di adoperarsi personalmente, magari, per provare a cambiare il riferimento alla affiliazione massonica di Naldi, sostituendola cioè con quanto da noi scritto poc’anzi.

Oppure, semplicemente, di integrare il dato probabilmente errato, presente ora nella pagina di Naldi, con quello esatto.

Se facesse questo, i lettori presenti nel web e, in particolare, tutti i fruitori di quello straordinario mezzo di informazione che è, e che continuerà sicuramente ad essere anche in futuro, l’enciclopedia libera online Wikipedia, avrebbero finalmente la possibilità di sapere tutta la verità (o quasi) sulla presunta affiliazione di Naldi al Grande Oriente d’Italia.

 


Vorrei ringraziare qui pubblicamente lo storico Enrico Montermini per avermi dato la possibilità di conoscere alcune importantissime sfumature di questa piccola ma importante parte “supersegreta” di storia del nostro paese, che, in tutta sincerità, prima di oggi conoscevo solo superficialmente.


 

NOTE:

[1] A dire il vero, nessuno prima di allora aveva mai scritto nulla su Naldi. Addirittura, alcuni amici massoni del 33° ed ultimo grado massonico non sapevano neanche chi fosse… Era davvero un oggetto misterioso e sconosciuto, Filippo Naldi, prima che arrivassimo noi a riesumarlo dagli Archivi capitolini, in particolare dall’Archivio Centrale dello Stato di Roma.

[2] https://it.wikipedia.org/wiki/Utente:Campioli_Paolo

[3] Solange Manfredi, ”Psyops – 70 anni di operazioni di guerra psicologica in Italia – Come ci hanno manipolato, messi uno contro l’altro, mandato in guerra, terrorizzato per controllarci meglio”, 2014 – Silverio Corvisieri, ”Il mago dei generali – Poter occulti nella crisi del fascismo e della monarchia”, Odradek, 2001 – Pag. 200 – Costantino Cipolla, ”Belfiore – I. I Comitati insurrezionali del Lombardo-Veneto ed il loro processo a Mantova del 1852-1853”, FrancoAngeli, Milano, 2006 – Pag. 866.

[4] Nel libro non è presente un indice, ma digitando il nome “Naldi” in Google books in corrispondenza del libro di Tompkins compaiono tutti i riferimenti al nome “Naldi” presenti nel libro. E, accanto a tale nome, non compaiono mai riferimenti alla affiliazione di Pippo.

[5]‘ Lo storico Enrico Montermini, attento come sempre alle varie possibilità, ha ipotizzato intelligentemente che possa essere esistita una Loggia di Propaganda Massonica anche all’interno della GLDI, visto che Carpeoro ha insistito dicendo che Naldi non fu mai affiliato al GOI. Ogni sua mirabile ricerca ha dato, però, per ora, risultato negativo. In questo momento quindi siamo orientati a pensare che la Loggia segreta a cui era affiliato Naldi appartenesse effettivamente al GOI. Ma vi terremo aggiornati.

[6]‘ Da tenere presente c’è anche che proprio nel 1945, il 27 ottobre per la precisione, Naldi si ristabilisce a Roma, dopo anni di residenza a Parigi. La casa presso cui fissa la propria residenza è la sua “storica” di Via di Propaganda, 16, posta di fronte al Palazzo di Propaganda Fide. Sembra quindi che il concetto di “Propaganda” fosse davvero una costante, nella vita di Pippo, in quel periodo… Quasi un’ossessione – Vedi Archivio del Municipio I di Roma – Archivio dell’Istituto Filippo Naldi – “Elenco delle variazioni anagrafiche di Filippo Naldi”.

[7] Corvisieri Silverio, ‘Il mago dei generali – Poter occulti nella crisi del fascismo e della monarchia”, Odradek, Roma, 2001 – Pag. 200.

Dalla terra del Frignano al cielo di Tobruq. Note sulla vita di Nello Quilici, giornalista e padre del documentarista Folco.

di PAOLO CAMPIOLI

(Articolo pubblicato nel dicembre 2017 dalla rivista “Il Frignano”, edita da Adelmo Iaccheri editore – Pavullo nel Frignano – MO).

Per completare la narrazione delle vite di alcuni personaggi[1] legati al Frignano, che hanno avuto un ruolo importante nella vita politica italiana della prima metà del secolo scorso, ma che, purtroppo, sono stati inspiegabilmente ignorati dagli storici, vorremmo parlare qui del giornalista Nello Quilici.

Ci siamo accorti infatti che sono ancora tante, troppe, le persone che non sanno assolutamente nulla delle origini frignanesi di alcuni suoi antenati. Perché è vero che nacque a Livorno il 21 novembre 1890[2] e la madre Italia Vittoria Crovetti[3] a Grosseto nel 1860, ma è vero anche che il padre di costei era pievarolo[4] a tutti gli effetti. Il padre di Nello, invece, si chiamava Antonio Francesco[5] ed era originario di Làmmari, una frazione della cittadina lucchese di Capannori.

Conobbe la moglie Italia Vittoria in Maremma, dove prestò a lungo servizio come carabiniere e dove, verso la fine dell’800, contrasse la malaria, che lo portò alla morte. Il legame di Nello con il Frignano assume ancora più importanza di quanta non ne abbia già se pensiamo che, alla scomparsa del padre, avvenuta quando aveva solamente 11 anni, si trasferì a Modena con la famiglia presso il fratello della madre, il quale era stato canonico della cattedrale della città geminiana e professore di latino e greco nel locale Seminario, ma che era stato tuttavia emarginato a causa delle sue idee moderniste[6] e socialiste.

Il nome di costui era Giovanni Crovetti[7] e di lui sappiamo anche che, nel momento in cui avvenne il trasferimento dei Quilici dalla Toscana, reggeva la parrocchia di San Faustino – allora appena fuori città – vivendo presso l’omonima casa parrocchiale. Fu proprio don Giovanni, da molti descritto come una specie di secondo padre per Nello, ad indirizzarlo al collegio dei seminaristi[8] modenese.

Noi non sappiamo se tale collegio corrispondesse o meno al Seminario metropolitano di Modena, e cioè alla struttura presso cui uno degli amici “storici” di Quilici, Enrico Vanni, noto sacerdote frignanese nato a La Raggia di Riccovolto di Frassinoro[9], insegnò Diritto canonico dal 1906 al 1907, o se esso fu semplicemente un collegio distaccato, dipendente dal Seminario stesso. Ma se, come tendiamo a ritenere, tra i due luoghi ci fu davvero una corrispondenza, Vanni potrebbe avere fatto in tempo ad essere uno degli insegnanti di Nello presso il collegio di cui si parla, nel periodo compreso tra il suo arrivo a Modena[10] e il 4 agosto 1910, giorno del conseguimento, da parte di Quilici, della licenza liceale presso il Liceo Ginnasio governativo “L.A. Muratori” di Modena.

Altro aspetto molto interessante della loro amicizia è che Vanni condivideva sicuramente certe idee “moderniste” con Don Giovanni Crovetti[11]. Orazio Spoto, autore della tesi “L’Italia tra liberalismo e fascismo”[12], da cui abbiamo prelevato questi primi dati biografici, racconta anche tanti altri particolari interessanti dei primi anni di vita del figlio della signora Italia Vittoria:

“Il 4 agosto 1910 Nello prese la licenza liceale al Liceo Ginnasio governativo “L.A. Muratori” di Modena” e “L’anno seguente si iscrisse al “Regio Istituto di studi superiori pratici di perfezionamento” di Firenze, dove frequentò le lezioni del corso di laurea in Lettere e Filosofia; rimase a Firenze circa un anno e mezzo, finché nel 1912 si trasferì all’Università di Bologna per frequentare il secondo anno della facoltà di Lettere e Filosofia, sezione filologica”.

A questo aggiungiamo che la sua carriera giornalistica fu sicuramente precoce, dato che iniziò a soli 19 anni, più precisamente nel 1909, prima della fine dei suoi studi liceali. Fu la rivista fiorentina La Voce[13] a pubblicare i suoi primi scritti, e continuò a farlo fino al 1910. Fu proprio nel periodo di tale collaborazione che la rivista assunse una certa importanza, grazie anche al contributo giornalistico del mestrino Mario Girardon, a quello finanziario del giornalista-finanziere Filippo Naldi e attraverso quello occasionale dell’allora ancora socialista Benito Mussolini[14].

Il Nuovo Giornale di Firenze, un altro dei periodici con cui Nello collaborò nel suo primo periodo “fiorentino”[15], segnò probabilmente, nel 1911, il suo passaggio a Patria, un piccolo foglio liberale felsineo di cui era direttore Naldi[16]. Presumibilmente le cose andarono proprio così, perché è noto che Naldi, nel corso della sua vita, oltre a coltivare il desiderio di arrivare a dirigere il Carlino di Bologna, coltivò a lungo anche quello di ampliare un trust giornalistico che aveva come “base” proprio il Carlino e che comprendeva anche Il Nuovo Giornale[17][18]. Questo significa che nella realizzazione di tale “disegno” – completato, poi, nel corso del 1917[19] con la fondazione de Il Tempo – potrebbe avere avuto un certo peso proprio Quilici.

Infatti esso iniziò a prendere forma proprio quando il suo amico Naldi, dopo avere cominciato ad aspirare ad un posto di rilievo nel Carlino[20], fece in modo[21] che a Nello venisse assegnata, dapprima, la direzione di Patria (1912) e, successivamente, quando “Pippo”[22], nel 1913, dopo avere assunto la direzione del Carlino, iniziò a prendere in considerazione di ampliare il suddetto trust collegandolo a Il Tempo, un ruolo di spicco nel quotidiano bolognese che, come ricordato anche in precedenza, costituiva l’elemento di “base” di tale trust. Per la precisione, Quilici iniziò a collaborare con il maggiore quotidiano bolognese proprio quando Naldi iniziò ad intravvedere la possibilità di assumerne la direzione.

Ecco perché Nello fu probabilmente importante per la realizzazione e lo sviluppo dell’intero “progetto” naldiano. Inoltre, in seguito[23], verso la fine del 1917[24], il giornalista livornese, estendendo la sua collaborazione anche a Il Tempo[25], diretto anch’esso da Naldi, conferì sicuramente al progetto editoriale del collega ancora più importanza di quanta ne avesse già. A questo punto, quindi, non commetteremmo di certo un errore se asserissimo che Quilici, proprio come Vanni, fu probabilmente uno degli uomini di fiducia di Pippo. Affermando ciò, però, non dovremo dimenticare che quest’ultimo lo era stato, a sua volta – e lo era ancora, allora -, del politico pavullese Giovanni Borelli[26].

Ciò significa che, senza il contributo dei frignanesi, o frignanesi “adottivi” succitati, anche per Naldi sarebbe stato sicuramente impossibile raggiungere gli importanti successi giornalistici, affaristici e politici che, come ben sappiamo[27], hanno caratterizzato la sua straordinaria carriera. Tra il 1913 e il 1920 Quilici lavorò come corrispondente ed inviato, sia all’estero sia in Italia, del Carlino e de Il Tempo, anche se non continuativamente, soprattutto durante la prima guerra mondiale, che lo costrinse molto probabilmente a sospendere la sua attività per qualche tempo. Per conto del quotidiano bolognese svolse le sue funzioni a Berna, Berlino e Vienna, sin dal 1913[28], e fino al 1915; invece, per quello romano svolse le medesime funzioni, ma a Zurigo, e solo dal 1919 al 1920.

Dalla città svizzera, nello stesso periodo, continuò però a corrispondere anche per conto del Carlino, forse perché, a quel tempo, il suo amico Naldi era ancora uno dei maggiori azionisti della società che pubblicava il quotidiano bolognese: Pippo infatti continuò a mantenere tale posizione anche dopo l’aprile 1919, cioè dopo avere ceduto la direzione del quotidiano a Mario Missiroli[29]. Dopo avere perso tragicamente la moglie Virginia Cucchi nel corso del 1920 a causa della terribile “influenza spagnola”, nel dicembre del 1921 Nello assunse finalmente la direzione del Carlino, succedendo a Missiroli, il quale a sua volta era succeduto a Naldi, nel maggio 1919[30].

A proposito del suo legame sentimentale con la Cucchi, sfociato poi nel matrimonio da cui nacque il suo primogenito Giovanni, riporteremo di seguito un passo di una relazione del Ministero dell’Interno, datata 26 febbraio 1917, che parla in modo davvero singolare della nascita del loro amore:

“Alla pensione Rubens, in via Bocca del Leone (a Roma, NdA), parecchio tempo fa alloggiava la signorina Cucchi, nipote del famoso Senatore patriota[31], la quale ebbe occasione di conoscere nella stessa pensione il giornalista dott. Quilici Nello, già corrispondente de Il Resto del Carlino da Vienna, venuto in Roma dopo la nostra dichiarazione di guerra all’Austria. Una sera il Quilici presentò la Cucchi al Naldi che ne divenne l’amante. Però dopo non molto tempo il Quilici, con generale sorpresa, sposava la Cucchi e il Naldi, oltre a pagare tutti i debiti del Quilici, fece addobbare per gli sposi un magnifico villino in via Virginio Orsini n° 25 (sempre a Roma) ove tuttora essi dimorano. Il Naldi non frequentò più la Cucchi, ma restava ed è ancora intimo amico del Quilici. Nel villino di via Virginio Orsini, poco dopo il matrimonio, si recò ad alloggiare un nuovo ospite: il prete Don Vanni, amico intimo di Quilici e del noto Cav. Pio Sterbini, segretario al Ministero della Guerra, persona di assoluta fiducia del Naldi. Nell’ambiente giornalistico si dice che il Quilici, il Vanni e lo Sterbini formano una specie di un triumvirato attraverso il quale si deve passare e “sottomettersi” per giungere a Naldi e al futuro Il Tempo. Il Vanni – sul quale questo ufficio si riserva di fornire precise informazioni anche nei suoi rapporti col Vaticano[32] – passa molte ore del giorno nei locali de Il Tempo in Piazza Montecitorio e sembra il direttore del triumvirato, nonché l’anima di tutti gli affari”.

Come detto, l’anno 1921 fu per Quilici quello della conquista della direzione de Il Resto del Carlino: egli succedette infatti a Missiroli il 20 dicembre di quell’anno. Per la verità, il giornalista bolognese aveva lasciato la direzione già da parecchi mesi quando il collega livornese prese il suo posto[33]. Era stato il fiorentino Aldo Valori a dirigere temporaneamente il quotidiano prima del suo arrivo[34], anche se il suo nome non compare in nessuna delle liste dei direttori presenti nelle varie opere ufficiali dedicate al quotidiano.

Costui, parlando della sua rimozione, avvenuta a favore di Quilici, ricordò che ebbe luogo dopo l’estate del 1921, quando, durante una riunione del CdA della società editrice del giornale, era arrivato Naldi da Roma con l’intenzione di “riaffermare i propri diritti, brandendo il pacchetto delle (sue, NdA) azioni”[35]. Sempre secondo Valori, in quella occasione Naldi era riuscito a riprendere in mano l’azienda e a nominare un direttore che fosse suo collega ed amico. Si trattava naturalmente di Quilici.

Il fiorentino però non fu tenero con Pippo e Nello quando descrisse colui che gli aveva “rubato il posto” come uno che si presentava con “distintivo fascista all’occhiello” e che era in confidenza con i fascisti più violenti di Bologna – del cui gruppo faceva sicuramente parte anche il violentissimo Ras imolese Gino Baroncini[36] -. Peccato però che, proprio con quest’ultimo, Quilici si scontrasse apertamente, e non solo a parole, dopo avere preso il posto di Valori[37]. Inoltre, dopo avere riportato una ferita al braccio destro, durante un duello alla sciabola con Baroncini, rifiutò addirittura di riconciliarsi con lui, trovandosi costretto di conseguenza ad abbandonare Bologna e a seguire Naldi a Roma.

In quel momento Nello non era ancora iscritto al Partito Nazionale Fascista[38], anche se molti in più di un’occasione hanno asserito che, nel momento in cui avvenne il fatto che provocò le ire del Ras, era lui, e non Pippo, ad avere un rapporto diretto con il Governo prevalentemente fascista allora al potere (si veda la nota 37). Come si legge invece in quella relativa alla iscrizione al PNF (si veda la nota 38), essa avvenne solamente nell’ottobre 1925, perciò molto dopo lo scoppio dello scandalo relativo al delitto Matteotti, scandalo che coinvolse, suo malgrado, anche Quilici, insieme ad alcuni collaboratori del Corriere Italiano, il quotidiano filo fascista presso cui lavorava nel momento dell’omicidio.

Ciò significa che, quando era redattore capo del giornale di Piazza Poli 3[39], Nello non era ancora fascista a tutti gli effetti, anche se tale quotidiano era uno degli strumenti che il fascismo utilizzava per incassare certi finanziamenti milionari assegnatigli dalla grande industria italiana attraverso l’allora non ancora senatore Agnelli[40] della FIAT e gli imprenditori liguri Odero, Parodi e Bocciardo[41]. All’epoca, Nello Quilici risiedeva stabilmente a Roma, anche insieme alla sorella Maria[42], in Via Cimone, in un quartiere chiamato Città Giardino[43], luogo diventato tristemente famoso nel corso del 1924 per essere stato anch’esso legato all’omicidio Matteotti.

Per capire come lo diventò, riepilogheremo gli avvenimenti che, in quella circostanza, resero così importante l’abitazione dei Quilici. Prima dell’omicidio del deputato, Nello era capo redattore del Corriere Italiano diretto dal cosentino Filippo Filippelli. Il quotidiano ebbe vita breve, ma intensa – dall’agosto del 1923 al giugno del 1924 – e ciò che ne determinò la chiusura fu il coinvolgimento di Filippelli nel suddetto omicidio. Non un coinvolgimento diretto, visto che gli esecutori materiali furono altri, ma il direttore del Corriere fu ritenuto comunque corresponsabile del crimine, in quanto intestatario del noleggio dell’automobile con cui Matteotti fu rapito, la stessa che, come vedremo tra poco, causò serissimi problemi anche a Quilici.

Ciò che di altro sappiamo sul tragico avvenimento è che, dopo la denuncia della scomparsa del segretario del Partito Socialista Unitario[44], i sospetti caddero immediatamente sul gruppo formato dal sottosegretario agli Interni Aldo Finzi, dal vicesegretario del PNF Cesare Rossi e, appunto, da Filippelli[45]. Questo anche se, in realtà, l’automobile utilizzata dai criminali che eseguirono l’omicidio fu messa loro a disposizione soprattutto attraverso il capo della Polizia Emilio De Bono – di cui Finzi era probabilmente vice – e non direttamente dal direttore del Corriere. Questo significa che, forse, Filippelli ebbe solamente l’incarico di noleggiarla, non di impartire ordini agli Arditi, giunti dalla sezione milanese del movimento, che il 10 giugno 1924 rapirono Matteotti sul Lungotevere Arnaldo da Brescia.

Ma forse potrebbe stare ad indicare anche che ciò che accadde in quella tragica giornata di fine primavera fu, probabilmente, la parte finale di un vero e proprio complotto ordito ai danni di Naldi e dei “suoi”, quindi anche di Quilici. Lo dimostrerebbe il fatto che, pochi mesi prima del rapimento, per la precisione il 9 luglio 1923 (solo poche settimane dopo la costituzione de La Vita d’Italia, società che, a partire dall’agosto ’23, pubblicò il quotidiano di Piazza Poli), il Vicedirettore del Corriere, Tom Antongini[46], fedelissimo di D’Annunzio, aveva inviato un messaggio di “allarme” ad Aldo Finzi dicendo di essere preoccupato che il suo superiore cosentino trascorresse troppo tempo con Naldi[47].

In quella circostanza arrivò persino ad offendere direttamente Pippo. Sicuramente, tale inaccettabile atteggiamento era un segnale esplicito del fatto che, già poco dopo la sua fondazione, nel quotidiano serpeggiava un certo malumore, provocato soprattutto da invidie insanabili nei confronti dei “naldiani”. Ciò che abbiamo scritto nella nota che parla di Finzi (nota 47) potrebbe aiutare a capire meglio la nostra interpretazione dei fatti e ad accettarla come verità. La teoria del complotto, da noi sostenuta, può essere suffragata anche dal fatto che, subito dopo il rapimento di Matteotti, fu Quilici ad affermare con prontezza che Putato e Dùmini, membri della “squadraccia” incaricata di uccidere il deputato – Putato però, alla fine, non partecipò attivamente al rapimento, né all’omicidio – erano sì impiegati saltuariamente anche dal Corriere Italiano, ma in realtà non facevano nulla per il giornale.

Disse anche che lo stipendio che veniva loro assegnato era dato soprattutto per ragioni politiche.[48] Che non corresse buon sangue tra la sezione “naldiana” del quotidiano di Piazza Poli e la frangia più violenta del fascismo fiorentino-milanese venne evidenziato anche dal fatto che, anni prima, nel 1921, una parte di tale frangia estremista si era schierata contro la candidatura alle elezioni di Naldi e dell’affarista pesciatino Tullio Benedetti[49]. In merito a ciò, occorre ricordare anche che proprio Pippo, circa un anno prima, era stato quello che, opponendosi probabilmente ai fascisti più violenti, aveva tentato di operare, insieme a Peppino Garibaldi, una profonda trasformazione nel gruppo romano degli Arditi, provando a snaturarne e a stravolgerne la sezione filo-fascista, anche per dare la possibilità all’anarchico capitolino Argo Secondari di crearne una filo-comunista, la stessa da cui, successivamente, nacquero gli Arditi del Popolo.

A tal proposito, è doveroso ricordare anche che era stata proprio la scissione della sezione romana degli Arditi, e la sua conseguente trasformazione in “a-fascista”, a rendere ancora più estremista e violenta di quanto non fosse già quella milanese[50]. E, forse, proprio anche a causa della loro vicinanza alla sezione filo-comunista del movimento, i “naldiani” allora in forza al Corriere Italiano potrebbero essere stati vittime di un complotto, ordito da Dùmini e dai suoi, in occasione del rapimento di Matteotti. Tornando al coinvolgimento di Quilici, esso avvenne suo malgrado poche ore dopo l’omicidio, quando accettò di parcheggiare temporaneamente la Lancia Lambda[51] nera targata Roma 55-12169[52] usata per il rapimento, nel garage della sua abitazione di via Cimone. C’è da chiedersi, però, per quale motivo, in quella circostanza, il giornalista livornese abbia accettato di compiere un gesto tanto rischioso.

Ad aiutarci a capire meglio i motivi di tale scelta apparentemente sconsiderata è un lungo memoriale, scritto nel giugno 1946 dal fascista sansepolcrista Franco Mario Fiecchi, da noi scovato nei fascicoli relativi all’omicidio Matteotti presenti nella succursale dell’Archivio di Stato di Roma[53] di via Galla Placidia. Fiecchi, riprendendo la versione di chi, come noi, è convinto che Filippelli abbia noleggiato la Lancia solamente per metterla a disposizione del Ministero dell’Interno, credendo che servisse a Dùmini solo per fare una scampagnata con amici[54], scrisse che, intorno alle ore 23 del 10 giugno 1924, qualche ora dopo il rapimento, Dùmini e Filippo Panzeri si erano avvicinati alla sede del Corriere Italiano a bordo di quell’autovettura, e che, poco dopo, il primo dei due aveva raggiunto il Viminale, ma con un’altra auto, una che il direttore del giornale usava abitualmente.

Lo squadrista fiorentino fece questo forse solo per cercare di mettere Filippelli nei guai più di quanto non fosse già, in quanto intestatario del noleggio dell’auto usata per il rapimento. Solo dopo la mezzanotte Dùmini entrò in quella che Fiecchi definì “piccola direzione” del giornale, al quarto piano del caseggiato di Piazza Poli 3. Fu allora che, dopo avere individuato l’ufficio di Filippelli, gettò sulla scrivania qualcosa[55] che sconvolse il direttore, tanto che, alla vista di quel “qualcosa”, costui lanciò un urlo e cadde a terra, privo di sensi, facendo accorrere dalla stanza accanto il redattore capo Quilici. Quest’ultimo, però, non vide mai ciò che sconvolse il suo superiore, ma, proprio come lui, rimase turbato da quell’avvenimento, tanto che, come scrisse sempre Fiecchi, “una volta tornato a Città Giardino, dove abitava in una graziosa villetta, era rimasto per tre giorni a letto”.

Durante quella notte, Filippelli, dopo essersi ripreso, aveva pregato Nello di ricoverare la Lancia del rapimento nel proprio garage; lo stesso in cui, il giorno successivo, Dùmini e Filippelli si erano recati per dare una risistemata all’auto, mentre il redattore capo del Corriere, sconvolto, si trovava, come detto, a letto. Non sappiamo se il giornalista decise di parcheggiarla nel suo garage sotto la minaccia degli squadristi, ma, al di là di questo, è comunque evidente che la sua responsabilità nel delitto fu assolutamente nulla. E anche la Corte di Appello di Roma deve averlo ritenuto quando, il 24 gennaio 1925, emise un’ordinanza contro le trenta persone indicate in qualche modo come responsabili o complici del delitto, escludendo però dalla lista degli accusati il nome di Quilici[56].

Che Nello non sia stato accusato nell’àmbito dell’omicidio è stato confermato anche da chi ha scritto che ciò avvenne perché decise di rivelare tutti i particolari[57] della tragica notte del 10-11[58] giugno 1924, e cioè quella di quando Dùmini arrivò al Corriere con una valigia che conteneva i resti del povero Matteotti[59]. Poco dopo l’omicidio, forse anche per “cambiare aria”, dopo avere incontrato Italo Balbo, l’allora già ex redattore capo del Corriere Italiano accettò di accasarsi al Corriere Padano, il quotidiano ferrarese di cui lo stesso Balbo era stato fondatore, nonché primo direttore[60], a partire dal 5 aprile 1925, ovvero dal momento della fondazione.

Ma, proprio nel momento in cui Nello ne ottenne la direzione, e cioè, in pratica, agli albori della sua “rinascita” giornalistica, il suo amico Naldi iniziò, al contrario, a subire le pressioni del fascismo più estremista. Per questo, dopo essere stato in carcere per quattro mesi per avere provato a risolvere il guaio in cui Filippelli si era venuto a trovare subito dopo l’omicidio Matteotti, Pippo era stato costretto a fuggire a Parigi e ad unirsi alla colonia degli amici socialisti italiani fuoriusciti. A causa di tali spiacevoli avvenimenti, anche Don Enrico Vanni era stato costretto a trovare sistemazione altrove, dopo avere convissuto a lungo a Roma nel quartiere di Monteverde, più precisamente in via Calandrelli, nell’abitazione di Pippo e famiglia.

Fu proprio Quilici a “soccorrere” ed accogliere a Ferrara il sacerdote e a trasformarlo nel più importante collaboratore del giornale di cui era direttore. Importante anche perché Vanni non era solo il coordinatore, ma anche il probabile inventore[61] della terza pagina culturale del quotidiano che, secondo il ferrarese Dante Leoni, faceva la fronda a Mussolini[62]. E così, dopo avere assunto la direzione del Padano, Nello rimase al timone del quotidiano per quasi 15 anni, fino cioè al giorno della sua morte, avvenuta nel cielo della città libica di Tobruq[63]. Fece però in tempo ad essere testimone, purtroppo, di quella dell’amico Vanni, avvenuta il 17 ottobre del 1929 a Ferrara[64].

Proprio nell’anno della scomparsa del sacerdote della Raggia di Riccovolto, Quilici aveva sposato la donna a cui, poi, in occasione del trigesimo della scomparsa di cui parlavamo, aveva affidato il compito di curare la parte grafica del “Cor Cordium[65]”, un bellissimo libro commemorativo, pubblicato per ricordare Vanni. Il nome della donna, nota non solo per essere stata moglie di Nello, ma anche perché fu una pittrice ed incisora affermata, era Emma Buzzacchi[66]. Dal loro matrimonio nacquero due figli: Vieri, ora noto architetto, e Folco, arcinoto documentarista cinematografico e televisivo.

Per quanto riguarda invece la discussa posizione assunta da Nello in merito alle leggi razziali, dopo avere letto con attenzione il suo intervento “La difesa della razza”, uscito il 16 settembre 1938 sulla Nuova Antologia[67] e il commento dello storico Alessandro Roveri sull’argomento[68], è necessario spendere due parole in merito, in quanto la pubblicazione di quello scritto ha rappresentato, senza alcun dubbio, uno dei punti più critici e delicati della vita del giornalista.

Prima di parlarne, però, vorremmo precisare, qualora qualcuno pensasse che il suddetto articolo rappresenti qualcosa di esecrabile, che la nostra intenzione non è quella di difendere Quilici per quanto scritto sugli ebrei, poiché siamo fermamente convinti che tutto ciò che ha riguardato la svolta razzista del Regime fascista rappresenti qualcosa di assolutamente vergognoso e disumano. Per questo teniamo a precisare che tutto, o buona parte di ciò che scriveremo in merito al “problema” della sua presa di posizione, è stato attinto dal testo di Roveri e dalla pagina ufficiale del Quilici presente su Wikipedia. Relativamente al saggio “La difesa della razza”, in Wikipedia si precisa che, però, nella parte finale di esso, si respinge nettamente l’idea di “persecuzione” contro gli ebrei.

Si afferma inoltre che Quilici, scrivendo ciò, intese dire che l’Italia voleva soltanto “difendersi”[69] (il giornalista, infatti, parlò di difesa, ma senza alcuna intenzione razzista: fece solo alcune osservazioni partendo dallo strapotere politico ed economico degli ebrei; questo si legge chiaramente nella parte finale del saggio pubblicato in Nuova Antologia). Quanto scritto dall’enciclopedia online potrebbe corrispondere al vero perché è noto a chiunque che Quilici era assolutamente vicino agli ebrei, specialmente a quelli di Ferrara, come dimostra, del resto, il fortissimo sentimento di amicizia che lo legò al Podestà di tale città, Renzo Ravenna[70], fino alla fine dei suoi giorni.

Tornando all’interessante libro di Roveri, vorremmo ricordare che l’inizio del secondo capitolo è incentrato quasi completamente sull’analisi dell’indiscutibile filosemitismo di Quilici, così come il primo lo è sulla disamina della renitenza da questi mostrata nel momento in cui il Regime lo costrinse a prendere una posizione precisa in merito alla questione ebraica[71]. L’autore parla esplicitamente anche del fatto che “il Corriere Padano non partecipò a quello sconcio crescendo razzista e antisemita” che, secondo Renzo De Felice, caratterizzò la stampa fascista intorno al 1938 e spiega, inoltre, che, dopo avere consultato i numeri del giornale relativi all’annata durante cui il Regime fascista iniziò ad applicare le leggi razziali, non trovò alcuna traccia dei presunti attacchi agli ebrei di cui fece menzione lo stesso De Felice.

Anche perché è noto che “la grande maggioranza degli appartenenti alla comunità israelitica ferrarese aveva aderito al fascismo, e continuava a sostenere il Regime fascista e la monarchia di Vittorio Emanuele III[72]”. Ecco forse perché in tanti hanno tenuto a sottolineare ripetutamente che il saggio “La difesa della razza” non avrebbe mai potuto parlare di persecuzione nei confronti degli ebrei[73], al di là del fatto che, effettivamente, non ne parlò.

Tenendo conto di questo, dobbiamo ammettere che, dopo avere analizzato tutto ciò in funzione della suddetta renitenza “quiliciana”, il risultato ci ha fatto riflettere molto. Soprattutto, ci ha fatto chiedere quale impressione negativa tale renitenza potrebbe mai avere provocato all’interno del fascismo, se, come qualcuno ha scritto, potrebbe corrispondere all’elemento scatenante che, nel giugno 1940, convinse alcuni membri di tale movimento a prendere la drammatica decisione di abbattere l’aereo su cui Nello viaggiava nel cielo di Tobruq insieme con Italo Balbo.

Abbiamo scritto questo perché non sono state poche le voci che si sono succedute in merito al sospetto che l’aereo su cui costoro viaggiavano potrebbe essere stato abbattuto dal fuoco amico[74]. Prima di proseguire con il racconto dell’episodio dell’abbattimento del trimotore SM-79[75], vorremmo precisare, facendo riferimento anche alle pagine di “Mussolini – Un dittatore italiano” dello storico Richard J.B. Bosworth, che in quell’occasione tale velivolo non era pilotato da un principiante, bensì da un aviatore espertissimo come Balbo, il quale era stato anche Ministro dell’Aeronautica dal 1929 al 1933 ed insignito, nell’agosto 1933, del supremo grado dell’Aeronautica Militare del Regno d’Italia, quello di Maresciallo dell’Aria[76].

Questo ci servirà per parlare anche del fatto che la sua carriera aviatoria ebbe inizio proprio grazie a Filippo Naldi, la persona che nei primi anni ‘10 aveva contribuito a valorizzare anche quella giornalistica di Quilici. Il libro di Bosworth ci servirà quindi anche per questo, visto che fu proprio lo storico australiano a scrivere che Balbo, a soli 15 anni – e cioè nel 1911 -, “aveva vegliato sui fuochi accesi per segnalare la pista agli aviatori che competevano impavidamente in un volo Bologna-Venezia e ritorno, sponsorizzato da Naldi e dal Carlino[77].

Ciò che di sorprendente emerge dalle considerazioni dello storico è che Pippo, allora, partecipava all’organizzazione di iniziative simili a quelle descritte anche se, a quel tempo, non collaborava ancora stabilmente con il quotidiano bolognese[78]. Possiamo quindi concludere che non solo Quilici, ma anche Balbo, fu sicuramente legato, sia a livello professionale sia dal punto di vista dell’amicizia, al giornalista di Borgo San Donnino[79]. Anzi, possiamo dire che la loro crescita professionale (così come anche quella del noto politico Dino Grandi[80]) avvenne soprattutto grazie all’interessamento di Pippo.

Queste ultime considerazioni ci torneranno utili anche per capire se fu, magari, proprio la reiterata presenza di Naldi alle spalle dei “ferraresi[81]” a far perdere la pazienza a qualcuno all’interno del PNF, tanto da spingerlo ad ordinare alla contraerea della Regia Marina di abbattere il velivolo che Balbo stava pilotando nel corso di quel tragico 28 giugno 1940. Abbiamo pensato questo dopo avere confrontato le nostre ipotesi col contenuto dei numerosi documenti che attestano che, nel momento della nascita della dittatura, Naldi ruppe drasticamente con il Regime[82], alimentando quindi le “frizioni” che lo avevano portato addirittura, anche insieme a Quilici, allo scontro con certi Ras emiliani.

Ma lo abbiamo pensato anche perché sappiamo che, al contrario di ciò che fece col Regime, Pippo non ruppe mai con gli amici che, nel giugno 1940, persero tragicamente la vita nel cielo libico. E potremo dedurre che, forse, fu proprio anche grazie a tale influente amicizia che Quilici e Balbo, finché rimasero in vita, poterono continuare ad esprimere le loro idee, a tratti anti-governative, dalle colonne del quotidiano ferrarese, senza però subire mai particolari persecuzioni da parte del Regime[83].

Come sappiamo, però, purtroppo, poco dopo l’entrata dell’Italia nella seconda guerra mondiale, il bombardiere pilotato da Balbo, su cui viaggiava anche Quilici, venne abbattuto mentre volava nel cielo libico. Ed è un vero peccato che tanto sia stato raccontato ma poco, pochissimo sia stato scritto su quel tragico avvenimento. Tale poco, poi, è concentrato principalmente nel libro di Folco Quilici, “Tobruk 1940 – Dubbi e verità sulla fine di Italo Balbo”[84].

L’analisi dell’avvenimento effettuata dal celebre documentarista è, però, assolutamente precisa ed emozionante, specie nel punto in cui egli descrive le fasi salienti di uno strano incontro, avvenuto forse in modo casuale, con un certo comandante Colonna, un ex ufficiale di Marina, il quale confessò ad un gruppo di persone, tra cui era presente, forse in incognito, anche Folco, di essere stato tra quelli che abbatterono l’aereo pilotato da Balbo[85].

Le cose sconvolgenti emerse da tale racconto sono che Colonna riferì che, in realtà, nessun militare italiano sembrò dispiaciuto per tale abbattimento, e che, dopo di esso, gli ufficiali e i marinai della Marina presenti a Tobruq arrivarono addirittura a brindare per la perfetta riuscita dell’operazione. Questo avvenne forse perché qualcuno di loro non gradiva le posizioni filosemite[86], ma tendenzialmente anti-sioniste[87], o anti-sioniste revisioniste, di Balbo e Quilici (come dimostra, del resto, la profonda amicizia che li legava al Podestà ebreo Ravenna[88]). Dal 1934 e al 1938 i rapporti del Duce con il cosiddetto Sionismo revisionista[89] si erano intensificati in modo significativo, anche attraverso la creazione, a Civitavecchia, di una accademia navale (la stessa di cui parliamo alla nota 89) a favore del movimento politico giovanile del Partito Revisionista Sionista di Vladimir Jabotinskij (il filo-sionista e fascista Betar[90]).

Per questo si può capire perché, a un certo punto, proprio poco dopo la chiusura della suddetta accademia, avvenuta sicuramente anche a causa delle leggi razziali, l’aereo su cui Quilici viaggiava venne abbattuto dalla Regia Marina, ossia da quella che, solo sei anni prima, aveva appoggiato, guarda caso, la realizzazione dell’accademia di cui sopra, anche attraverso colui che allora reggeva ad interim il Ministero della Marina (Mussolini).

Ciò che intendiamo dire con tutto questo è che le probabilità che alla base dell’abbattimento dell’SM-79 di Balbo ci sia stato un vero e proprio complotto estremista ai danni anche del Quilici crescono sensibilmente proprio chiamando in causa lo strano “asse” che, forse già a partire dalla fine della seconda metà degli anni ‘20, si venne a creare tra Jabotinskij e Mussolini. Da un certo momento in poi, infatti, il rapporto tra quest’ultimo e Balbo fu condizionato, in modo assai negativo, da uno stato di antipatìa cronica e, forse, di rivalità, e la tendenza politica di Jabotinskij fu sicuramente opposta rispetto a quella di Quilici (ma anche a quelle di Naldi e di Chaim Weizmann), perché estremamente anti-democratica e probabilmente filo-fascista, ma nel senso più estremista del termine.

L’interessante – e, a nostro avviso, risolutivo – dato con cui vorremmo concludere questo lungo articolo chiama in causa ancora una volta Naldi, ed esso ci tornerà sicuramente utile per capire come potrebbero essere andate veramente le cose in occasione della morte di Nello: come indicato in nota 89, sin dagli anni ‘10 Pippo e Chaim Weizmann[91], lo scienziato e politico che fu il primissimo Presidente dello Stato d’Israele, erano legati da un’amicizia forte, solida e profonda[92]. Il loro era perciò un rapporto assai positivo, al contrario probabilmente di quello che esisteva tra Weizmann e il capo del Betar[93].

Quindi, se è noto che fu proprio nel momento dell’esilio in Francia di Naldi e della conseguente rottura dei suoi rapporti col Duce che Jabotinskij, sfruttando forse anche il suo “conflitto” con Weizmann, aveva colto l’occasione di creare un’accademia navale a Civitavecchia proprio con l’aiuto di Benito, c’è da chiedersi quale ruolo potrebbe avere avuto Vladimir, insieme al Duce, nell’abbattimento dell’aereo di Balbo e Quilici… Ci siamo posti questa domanda perché molti, quando fu ora di individuare i mandanti dell’abbattimento, puntarono il dito proprio contro la Marina che, anche attraverso Mussolini, aveva appoggiato la nascita e la crescita della succitata accademia e che, come ricordammo poc’anzi, fu quella del Regno d’Italia, ovvero la Regia Marina[94].

E, forse, il fatto che dopo la fine della guerra fu proprio Naldi ad occuparsi della cessione da parte dello Stato italiano all’allora neonato stato israeliano di una serie di residuati bellici lasciati dagli Alleati sul nostro territorio[95] potrebbe significare, forse, che egli prese la decisione di compiere tale delicato lavoro, teso come detto a risolvere una complicata situazione politico-diplomatica a favore di uno dei “nemici” politici di Jabotinskij (Weizmann), anche per provare a vendicarsi nel modo più efficace di tutti coloro che, durante il Ventennio, seguendo l’esempio del Mussolini del post-leggi razziali, o dello stesso leader del Betar, avevano deciso che fosse giunto il momento di contrastare le idee di chi, come anche Quilici, aveva avuto una visione più moderata del fascismo stesso, ovvero diversa rispetto alla loro e di sicuro non propendente per la persecuzione degli ebrei[96] -.

Abbiamo scritto ciò[97] perché convinti del fatto che furono probabilmente costoro, nel giugno 1940, a prendere la decisione di far “giustiziare” Nello nel cielo di Tobruq, solo perché nelle intenzioni di quest’ultimo (proprio come in quelle di Naldi) c’era stata sicuramente quella di impedire che qualcuno potesse arrivare a trasformare il fascismo in una dittatura sanguinaria e profondamente antisemita, simile a quella hitleriana.


[1] Come molti lettori forse ricorderanno, la nostra ricerca è iniziata nel 2012 con Don Enrico Vanni ed è proseguita nel 2013-2014 con i fratelli pavullesi Borelli. Vedere, a tal proposito, i numeri 4, 5, 6, 7 e 8 de “Il Frignano”.

[2] http://it.wikipedia.org/wiki/Nello_Quilici

[3] http://www.geni.com/people/Vittoria-Italia-Crovetti/293664929320006005 – Il nome corretto potrebbe essere, però, Italia Vittoria.

[4] Si chiamava Giuseppe Crovetti e nacque a Pievepelago. Si trasferì in Toscana intorno alla metà dell’800. Sicuramente non dopo, perché Italia Vittoria nacque a Grosseto il 21 aprile 1860. La moglie del nonno di Nello Quilici, e cioè la nonna, si chiamava Costanza Vagini.

[5] http://www.geni.com/people/Antonio-Francesco-Quilici-detto-di-Beccio/293665191740003322

[6] Da “Modernismo cattolico”, movimento di rinnovamento del cattolicesimo, condannato come eretico da Papa Pio X nel 1907.

[7] http://www.geni.com/people/Giovanni-Crovetti/6000000007700324456

[8] Orazio Spoto, “L’Italia tra liberalismo e fascismo – Tesi di laurea”, 1998 – pag. 1. –  http://www.tesionline.it/default/tesi.asp?idt=13146

[9] Don Luca Pazzaglia, parroco di Riccovolto, “Dott. Don Enrico Vanni, memorie ed immagini”, pag. 2, in “Memorie di Riccovolto – Ricordo di Don Enrico Vanni”, a cura di Don Luca Pazzaglia, Prof. Luciano Ruggi, Sig. Aldo Magnoni.

[10] Vanni si laureò in Diritto canonico alla Pontificia Università Gregoriana nel corso del 1906.

[11] Nella Parrocchia di San Faustino era solito ospitare anche il noto sacerdote marchigiano, prima sospeso a divinis e successivamente scomunicato, Romolo Murri.

[12] Orazio Spoto, “L’Italia tra liberalismo e fascismo – Tesi di laurea”, 1998 –  http://www.tesionline.it/default/tesi.asp?idt=13146

[13] La Voce è stata una storica rivista fiorentina, fondata nel 1908 da Giuseppe Prezzolini e Giovanni Papini.

[14] Il 15 dicembre 1910 la rivista La Voce pubblicò in anteprima un capitolo di un saggio di Benito Mussolini, intitolato “Il Trentino veduto da un socialista”.

[15] Il Nuovo Giornale, però, era un quotidiano, a differenza de La Voce, che era un settimanale. E abbiamo voluto parlare di primo periodo “fiorentino” anche se, come ben sappiamo, il giornalista, al tempo della collaborazione con Il Nuovo Giornale e con La Voce, frequentava ancora il liceo di Modena, perché tale periodo iniziò prima di quello che consideriamo come il suo secondo periodo fiorentino, iniziato nel 1911 con il suo trasferimento a Firenze per motivi di studio.

[16] ACS (Archivio Centrale dello Stato), UCI, B.30 – Memorandum del 22 ottobre 1917 sugli inizi della attività giornalistica di Filippo Naldi, firmato dal prof. Enrico Vanni, Canonico Palatino. Alle pagine 2 e 3, Vanni scrisse che Naldi “nel 1911 fu chiamato a Bologna per fondare un nuovo giornale, ch’ebbe il nome di Patria. Visse poco, ma gloriosamente. Vi si dettero convegno, sotto il sorridente patronato di Giovanni Borelli, fresche e generose energie giovanili. Scopo, il rinnovamento del vecchio partito liberale, tentando di rimetterlo a contatto della realtà e di ricondurlo alle fonti. (…) Collaborai a Patria e da allora presi col Naldi la consuetudine dei lunghi interminabili colloqui, che si potrebbero chiamare culturali, ma in cui si trattano gli argomenti che interessano comunque il nostro intelletto e la vita”.

[17] Come ha spiegato anche Valerio Castronovo in “La stampa italiana dall’Unità al fascismo” (Roma-Bari, Edizioni Laterza, 1984), Il Nuovo Giornale di Firenze era controllato, attraverso alcuni uomini della Deputazione toscana, dal Senatore Urbano Rattazzi iuniore, Giurista italiano, ex-Ministro della Real Casa, consigliere giuridico di Re Umberto I e nipote dell’ex Presidente del Consiglio del Regno d’Italia, Urbano Rattazzi.

[18] Le probabilità che fu Il Nuovo Giornale a segnare il passaggio di Quilici a Patria crescono sensibilmente se andiamo a rileggere tutto ciò che è stato scritto sul fatto che il quotidiano fiorentino veniva pubblicato dagli Stabilimenti Poligrafici Riuniti, la società editoriale che pubblicava anche il Carlino, e sul fatto che, proprio come aveva fatto il principale quotidiano bolognese, anche quello fiorentino aveva dato in gestione i propri spazi pubblicitari all’agenzia Haasenstein e Vogler, da cui dipendeva sicuramente l’ex direttore di Patria – poi del Carlino -, Naldi (Vedere anche Marco Palla, “Firenze nel Regime fascista (1929-1934)”, Firenze, Leo S. Olschki Editore, 1978 – pag. 124).

[19] Fu completato solo nel 1917 perché Il Tempo, e cioè il terzo tassello di quel “trust”, non nacque che nel dicembre di quell’anno, dopo però avere tentato, invero invano – sin dall’inizio del 1915 -, di entrare nel mercato giornalistico – senza tuttavia riuscirvi, a causa dell’opposizione del Presidente del Consiglio Antonio Salandra -. Ma Il Nuovo Giornale di Firenze e il Carlino di Bologna erano già comunque legati, di fatto, tra di loro, prima della fondazione del quotidiano romano di Naldi. Molto probabilmente, lo erano già nel 1915, visto che entrambi venivano pubblicati dalla medesima società editrice (gli Stabilimenti Poligrafici Riuniti) – citata anche alla nota 18 -. Anche per questo, Naldi ebbe sicuramente un ruolo importante, se non fondamentale, nel passaggio di Quilici da Firenze a Bologna.

[20] Infatti, i primi importanti articoli di Pippo comparvero sul Carlino intorno al 1909. Quattro anni prima dell’assunzione, da parte sua, della condirezione del quotidiano e due prima della fondazione del foglio Patria. Ciò significa che quest’ultimo giornale, questa specie di piccola ma, nel contempo, straordinaria “palestra” giornalistica liberale, che, come detto, a partire dal 1911 “allenò” e allevò anche Quilici, proveniente da Il Nuovo Giornale, fino a fargli assumere la propria direzione, nel corso del 1912, fu, in buona sostanza, una specie di “anticamera” per il nutrito nucleo di giornalisti liberal-democratici, di cui facevano parte sicuramente anche Pippo e Nello, che, come forse molti di voi già sanno, andò successivamente a comporre il “team” di professionisti che, a partire dal 1913, e fino all’inizio della sua fascistizzazione, contribuirono a trasformare il Carlino in un vero e proprio “miracolo” giornalistico.

[21] Abbiamo usato l’espressione “fece in modo” perché non sappiamo se Patria fu diretto da Naldi, come ha scritto Mauro Canali, oppure se il direttore fu G. Borelli e Naldi ne fu semplicemente il co-fondatore. Don Vanni scrisse che nel quotidiano, che nacque nel 1911 anche grazie a Pippo, vi si dettero convegno, sotto il patronato di Borelli, fresche e generose energie giovanili.

[22] Questo il soprannome con cui era conosciuto Filippo Naldi.

[23] E cioè a partire dal momento della fondazione de Il Tempo, avvenuta il 12 dicembre 1917.

[24] Orazio Spoto scrive che la collaborazione di Quilici con Il Tempo iniziò nel 1919, ma una nota del Ministero degli Interni, datata 26 febbraio 1917, rivela invece che già in quel momento “il Quilici, il Vanni e lo Sterbini formavano una specie di triumvirato attraverso il quale si doveva passare e sottomettersi per giungere al Naldi e al futuro Il Tempo”.

[25] Di cui era direttore e proprietario sempre Naldi.

[26] Nel 1988 il figlio di Nello Quilici, Folco, noto documentarista, scrisse un lungo articolo che fu pubblicato da La Repubblica il giorno 24 maggio e che trattava dell’amicizia tra il padre e l’ex-Ministro fascista mordanese Dino Grandi, riportando le fasi salienti di un colloquio avuto con quest’ultimo poco prima della sua scomparsa. Grandi gli raccontò di essere stato uno dei primi amici di Quilici e di avere condiviso con lui il desiderio di trasformare il Partito Liberale in un partito di massa, anche attraverso il Carlino – ancor prima però che Naldi ne diventasse direttore -. Infatti, Grandi disse che, nel settembre 1913, e cioè nel momento in cui decise di pubblicarvi un articolo per cercare di trasformare il partito, il caporedattore del quotidiano era già il giovanissimo Quilici e aggiunse che fu proprio questi a fare in modo che lui fosse assunto al Carlino. Ma la parte più interessante del colloquio è sicuramente quella in cui Grandi disse che, secondo lui, in quel momento, il direttore del giornale era Giovanni Borelli; cosa sicuramente non vera (perché è noto che il direttore era stato fino al 4 settembre il bussetano Lino Carrara e, a partire dal 5 settembre, Ettore Marroni “Bergeret”), ma purtuttavia assolutamente interessante, perché ci permette di capire che il focoso politico pavullese ne era, quasi sicuramente, il vero direttore, il direttore-ombra. Vorremmo inoltre ricordare che Naldi assunse la direzione del Carlino poco dopo la pubblicazione del primissimo articolo di Grandi; ciò significa che potrebbe esserci stato proprio anche Pippo, insieme a Quilici, tra coloro che, nel 1913, caldeggiarono l’assunzione del mordanese al Carlino, confermando perciò che esisteva già, molto prima della nascita del fascismo, un fortissimo legame di amicizia tra i vari Nello Quilici, Giovanni Borelli, Filippo Naldi, Don Enrico Vanni e Dino Grandi… -.

[27] Di Naldi e del rapporto con Giovanni Borelli e i suoi fratelli abbiamo parlato anche nel n° 5 della nostra rivista.

[28] Orazio Spoto, “L’Italia tra liberalismo e fascismo – Tesi di laurea”, 1998 – pag. 2. – http://www.tesionline.it/default/tesi.asp?idt=13146

[29] http://it.wikipedia.org/wiki/Il_Resto_del_Carlino#Direttori

[30] Dino Biondi, “Il Resto del Carlino 1885-1985 – Un giornale nella storia d’Italia”, Bologna, Poligrafici Editoriale, 1985 – pag. 431.

[31] Si tratta, molto probabilmente, del Senatore Francesco Cucchi (Bergamo, 17 dicembre 1834 – Roma, 2 ottobre 1913). Cacciatore delle Alpi, partecipò alla seconda e alla terza guerra d’indipendenza come ufficiale di stato maggiore nel Corpo Volontari Italiani di Giuseppe Garibaldi e fu Medaglia d’argento al valor militare – http://notes9.senato.it/Web/senregno.NSF/96ec2bcd072 560f1c125785d0059806a/4d51d4b29af66d884125646f005a91ca?OpenDocument

[32] L’interessante commento dell’autore della relazione ridà improvvisamente valore a ciò che noi da sempre sospettiamo, e cioè che Don Vanni, così come Naldi, dati gli ottimi rapporti esistiti tra quest’ultimo e Giacomo della Chiesa-Papa Benedetto XV, avesse mantenuto un forte legame con la Santa Sede anche dopo la presunta (ma mai accertata) sospensione a divinis che la stessa Sede gli avrebbe comminato per le sue idee moderniste. Sicuramente, però, il suo rapporto con l’ente religioso, se continuò ad esistere, lo fece in modo rigorosamente “segreto”. Ecco perché molti, in più di un’occasione, lo hanno accostato, proprio come hanno fatto con Naldi, al servizio segreto vaticano, più che all’ente stesso.

[33] Dino Biondi, “Il Resto del Carlino 1885-1985 – Un giornale nella storia d’Italia”, Bologna, Poligrafici Editoriale, 1985 – pag. 431.

[34] Ivi, pag. 174.

[35] Aldo Valori, “Il fascista che non amava il Regime”, Roma, Editori Riuniti, 2003 – pp. 43, 44.

[36] Ibid.

[37] Come spiegano Luigi Arbizzani e Nazario Sauro Onofri, in “I giornali bolognesi della Resistenza”, questo avvenne nel corso del 1923 quando, proprio per volontà del Ras imolese Gino Baroncini (Segretario della Federazione provinciale fascista di Bologna tra il 1921 e il 1923, Alto Commissario del PNF per l’Emilia-Romagna, poi Presidente delle Assicurazioni Generali), Naldi e Quilici furono costretti a lasciare i propri rispettivi posti di Consigliere Delegato della società editrice del Carlino e di direttore politico del giornale. Lo scontro con il Ras ebbe un epilogo a base di schiaffi e sciabolate per la conquista di un appalto colossale per la realizzazione della ferrovia Direttissima Bologna-Firenze. Questo perché Naldi, avvalendosi delle conoscenze che Quilici aveva nel Governo, aveva provato a far assegnare a una azienda amica, la Cecconi-Ceragioli, l’appalto per il completamento della ferrovia. Alla fine dei lavori, Pippo avrebbe guadagnato il 5% sui 700 milioni di lire dell’appalto. Ma non riuscì a portare a termine l’operazione a causa, appunto, dell’opposizione di Baroncini. Nella notte tra il 21 e il 22 marzo 1923, il Ras arrivò addirittura a schiaffeggiare Nello in pubblico, alla stazione di Bologna. E cinque giorni dopo lo sfidò alla sciabola. In quell’occasione Quilici ebbe purtroppo la peggio, riportando una ferita al braccio destro.

[38] Orazio Spoto scrive che “Quilici ricevette la tessera del Partito Nazionale Fascista nel 1921 dalla Federazione dei fasci di Bologna, ma l’iscrizione fu formalizzata a Ferrara solo l’11 ottobre 1925”.

[39] Mario Carlini, “Amici al caffè – Il mondo di Amerigo Bartoli attraverso la sua corrispondenza – 1924-1970”, Roma, Edizioni di storia e letteratura, 1990 – pag. 32.

[40] Valerio Castronovo, “FIAT: Una storia del capitalismo italiano”, Milano, Rizzoli Editore, 2005 – pag. 157.

[41] Sandro Antonini, “Storia della Liguria durante il fascismo – Vol. 2”, Genova, De Ferrari Editore, 2003 – pag. 236.

[42] ASR (Archivio di Stato di Roma) – DM – 457 (1924) – La lista del personale di redazione del Corriere Italiano – Giornale di Roma ivi contenuta dimostra che anche la sorella di Nello Quilici lavorava presso il quotidiano di Piazza Poli.

[43] Negli anni Venti l’architetto Gustavo Giovannoni progettò e realizzò, al di fuori del Piano Regolatore di Roma, una “Città Giardino”, orientata alla tipizzazione della “garden city” d’Oltremanica, composta da costruzioni con struttura a villini inseriti nel verde e con servizi indipendenti: scuola, chiesa, ufficio postale, parco pubblico. (…) Nel 1924 venne introdotto il nome di Città Giardino Aniene. (Da Wikipedia).

[44] I cui membri venivano chiamati spregiativamente “pussìsti” da Mussolini.

[45] Filippo Filippelli – http://www.treccani.it/enciclopedia/filippo-filippelli_(Dizionario-Biografico)/

[46] Tommaso “Tom” Antongini – http://www.treccani.it/enciclopedia/tommaso-antongini_%28Dizion ario-Biografico%29/

[47] ACS (Archivio Centrale dello Stato) – Carte Finzi – B.1 – Fasc. 6 – Carteggio Finzi – Tom Antongini – 1923-1924 – Messaggio di Tom Antongini ad Aldo Finzi – 9 luglio 1923: “Caro Aldo (…), non vidi più Filippelli, ma ho saputo che ieri sera non era ancora partito; e, cosa singolare, mi si affermò e mi si provò che egli passa tutto il santo giorno e la sera con Pippo Naldi!! (…) So anche che amici comuni l’hanno messo in guardia, ma senza successo. Figurati che la loro intimità è tale che si servono di un’automobile a giornata, in comune. Se lo vedi, per il suo bene e per il nostro, dovresti dirgli il tuo parere in merito. Tanto è naturale che tu sappia tutto quel che avviene; né si stupirà che tu lo sappia. Naldi è una calamità e un pericolo, per qualunque cosa in cui egli metta anche solo la punta di un’unghia!”. Tali accuse, però, deponevano a favore di Naldi, quindi di Quilici, perché, quando scoppiò lo scandalo relativo all’omicidio Matteotti, uno dei primi a venire sospettato insieme a Filippelli fu proprio Finzi, e cioè colui a cui, nel 1923, Mussolini aveva dato il compito di fondare il Corriere Italiano per provare a fare concorrenza al “colosso” Corriere della Sera. Piccola curiosità: il padre di Finzi possedeva un’industria molitoria a Badia Polesine, un paese che, curiosamente, si trova a soli 15 chilometri in linea d’aria da quello natale di Matteotti. E il fatto che i sospetti cadessero anche sul figlio Aldo quando il Deputato fu rapito potrebbe avere a che fare anche con la loro provenienza, perché Finzi poteva essere il solo dell’intero gruppo di giornalisti in forza al Corriere a conoscere bene, magari, le abitudini del socialista. Altra curiosità: dopo la costituzione della società editoriale del Corriere Italiano (La Vita d’Italia), Finzi entrò a far parte del comitato di direzione del giornale, tentando però di approfittare di una crisi finanziaria interna per provare ad assumere il controllo dell’impresa. Per questo fu costretto da Cesare Rossi ad abbandonare la sua quota azionaria. Questo potrebbe averlo portato a cercare la vendetta nei confronti del gruppo “naldiano” presente nel quotidiano, ovvero di quello che potrebbe avere portato alla luce i suoi sotterfugi, impedendogli di assumere il controllo de La Vita d’Italia e del Corriere. E per noi, che, da sempre, siamo convinti che Naldi e Quilici non c’entrassero nulla con l’omicidio Matteotti, il comportamento scorretto che Finzi tenne nei confronti degli altri azionisti della società editrice, dopo avere criticato a lungo i suoi colleghi, anche insieme ad Antongini, è la dimostrazione che, forse, il crimine commesso da Dùmini e dai “suoi” non maturò affatto nel gruppo formato da Filippelli, Naldi e Quilici, bensì in quello, insospettabile, che considerava sicuramente l’avanzata di Pippo e dei “suoi” come una minaccia sia dal punto di vista politico sia da quello giornalistico-imprenditoriale, e che, molto probabilmente, faceva capo all’ex Presidente del Consiglio Salandra, per motivi legati a vecchie “ruggini” politico-editoriali con Naldi (Vedi il “veto” che il fondatore de Il Giornale d’Italia pose a Pippo nel 1915 quando questi si apprestava ad inaugurare Il Tempo). Non a caso, subito dopo l’arresto di Filippelli, il posto di direttore del Corriere Italiano fu preso immediatamente – anche se per breve tempo – da uno dei fedelissimi dell’ex Presidente, e cioè da Giovanni Capasso Torre di Caprara, il quale guarda caso, a differenza di Pippo e dei suoi, aveva collaborato, nell’allora passsato, anche con Il Giornale d’Italia – quotidiano co-fondato proprio da Salandra nel 1901 -, pubblicando articoli sotto lo pseudonimo di Gubello Memmoli.

[48] Mauro Canali, “Il delitto Matteotti”, Bologna, Il Mulino, 2004 – pag. 307.

[49] https://it.wikipedia.org/wiki/Tullio_Benedetti

[50] Conosciuta anche come quella da cui provenivano ben quattro dei cinque squadristi che parteciparono al rapimento di Matteotti. Solamente Amerigo Dùmini, nato a Saint-Louis negli Stati Uniti, faceva base a Firenze; anche se poi, proprio come Volpi, Viola, Malacria e Poveromo, operava regolarmente anche nel capoluogo lombardo – Vedi anche: http://it.wikipedia.org/wiki/Amerigo_Dumini#La_Ceka_fascista

[51] Giuseppe Mayda, “Il pugnale di Mussolini: storia di Amerigo Dùmini, sicario di Matteotti”, Bologna, Il Mulino, 2004 – pag. 183.

[52] Guido Gerosa, Gian Franco Venè, “Il delitto Matteotti”, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1973 – pag. 33.

[53] ASR (Archivio dello Stato di Roma) – DM – 1558 (1926-1945) – Franco Mario Fiecchi, “Perché fu evirato Giacomo Matteotti”, giugno 1946.

[54] E non per provare ad intimidire il socialista “contestatore”. Abbiamo parlato di Matteotti come di un “contestatore” per tutto quello che è stato scritto relativamente alla sua nota posizione antagonistica sulla cosiddetta “Convenzione Sinclair” – ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1991/12/11/ma-togliatti-non-entra-nulla.html. E a parlare del fatto che Dùmini avrebbe chiesto in prestito la Lancia noleggiata da Filippelli solamente per fare una scampagnata è stato Maurizio Barozzi in “Il delitto Matteotti – Una inchiesta sul caso Matteotti e una analisi critica della tesi, oggi di “moda”, avanzata dallo storico Mauro Canali” – http://fncrsi.altervista.org/il_delitto_matteotti_150218.pdf.

[55] “Dùmini gettò sul tavolo i testicoli e la testa di Matteotti, imbrattando un “bellissimo foglio di carta bianca sorbente sul quale Filippelli non aveva mai scritto un articolo per il giornale…””, scrisse Fiecchi.

[56] ASR (Archivio dello Stato di Roma) – DM – 458 (1924-25) – Ordinanza della Corte di Appello di Roma presieduta dal Commendator Mauro Del Giudice, datata 24 gennaio 1925.

[57] In merito a questo, Mauro Canali, alle pagine 395 e 404 del suo “Il delitto Matteotti”, ha ricordato due cose importanti: 1. Quilici contribuì in modo decisivo a smascherare il capo della Polizia, Emilio De Bono, denunciando che c’era anche e soprattutto lui dietro al delitto Matteotti. 2. Nello fece presente anche che un foglio firmato da Dùmini, con cui questi dichiarava di assumersi ogni responsabilità degli eventuali danni che fossero stati arrecati alla Lancia prestatagli da Filippelli, era stato scritto, in realtà, su una carta intestata del Ministero dell’Interno. Un altro degli elementi che potrebbero dimostrare l’assoluta estraneità al delitto Matteotti di Naldi e dei “suoi”.

[58] Maurizio Barozzi, “Il delitto Matteotti – Una inchiesta sul caso Matteotti e una analisi critica della tesi, oggi di “moda”, avanzata dallo storico Mauro Canali”, Roma, 2015 – pag. 46.

[59] O di qualcun altro, se è vero, come qualcuno ha detto, che la testa fu ritrovata anche molti mesi dopo nel luogo della sepoltura…

[60] http://it.wikipedia.org/wiki/Corriere_Padano#Direttori

[61] Io e il signor Aldo Magnoni di Montefiorino siamo assolutamente convinti che sia stato Enrico Vanni il vero inventore della terza pagina culturale del Corriere Padano.

[62] Dante Leoni, “Longastrino e le Nazioni Unite”; articolo incluso nel periodico “L’Ippogrifo – Bimestrale di lettere e cultura del gruppo scrittori ferraresi”, n° 31 – Luglio-Dicembre 2012.

[63] Gianni Scipione Rossi, “Mussolini e il diplomatico – La vita e i diari di Serafino Mazzolini, un monarchico a Salò”, Soveria Mannelli (CZ), Rubbettino Editore, 2005 – pag. 69.

[64] Nello Quilici, “Cor cordium – In memoria di Enrico Vanni – Ferrara – Nel trigesimo della morte – 17 novembre 1929 – con scritti di Quilici N., Colamarino, Borelli, Malaparte, Missiroli, Galassi, Grilli, Quilici B., Fovel, Nosari, Gardenghi, Ravegnani. Incisioni di Mimì Quilici Buzzacchi”, Ferrara, Società Anonima Tipografica Emiliana, 1929 – pag. 5. Fu in occasione del trigesimo della scomparsa di Vanni che Quilici diede alle stampe il “Cor cordium”, ovvero il libro commemorativo appena citato.

[65] Un sentito grazie all’amico Aldo Magnoni per averci dato la possibilità di conoscere questo straordinario libro commemorativo. Esso contiene anche un ricordo di Giovanni Borelli intitolato, appunto, “Giovanni Borelli sull’indimenticabile amico scomparso così ha scritto sulla Giovane Montagna di Parma”. La Giovane Montagna fu un settimanale fondato nel 1900 da Giuseppe Micheli. In origine, era un giornale politico largamente diffuso nell’Appenino parmense. Come spiega la pagina Wikipedia a lui dedicata, Micheli fu amico e collaboratore di Romolo Murri (di cui era seguace anche Don Vanni e di cui era amico Don Giovanni Crovetti, zio di Quilici, NdA). Fu eletto Deputato per il Partito Popolare Italiano e divenne Ministro dell’Agricoltura nel secondo Governo Nitti (dal 21 maggio al 15 giugno 1920), incarico che gli venne confermato nel quinto Governo Giolitti (dal 15 giugno 1920 al 4 luglio 1921). Titolare del dicastero dei Lavori Pubblici nel primo Governo Bonomi (dal 4 luglio 1921 al 26 febbraio 1922), si schierò successivamente contro il fascismo e partecipò alla difesa di Parma del 1922 (assedio operato dagli squadristi alla città emiliana, in cui si trovavano asserragliati gli Arditi del Popolo e le formazioni di difesa proletaria, all’inizio dell’agosto di quell’anno), divenendo quindi un bersaglio del Regime. Questo significa che Borelli collaborò in pianta stabile anche con vari personaggi politici dichiaratamente anti-fascisti, prima della sua morte, avvenuta a Fontevivo di Parma, il 30 luglio 1932. Micheli era molto amico anche con Vanni e, forse, con Quilici.

[66] Meglio conosciuta come Mimì Quilici Buzzacchi.

[67] La rivista Nuova Antologia fu fondata a Firenze alla fine del 1865. Nel marzo 1878 venne trasferita a Roma e, durante il fascismo, divenne la rivista ufficiale della Reale Accademia d’Italia, istituzione culturale fondata durante il Regime fascista. Dal 1932 al 1943 ne fu direttore l’ex nazionalista Luigi Federzoni.

[68] Alessandro Roveri, “Tutta la verità su Quilici, Balbo e le leggi razziali” Ferrara, Este Edition, 2006.

[69] Nuova Antologia, anno 73, n. 1596, 16 settembre 1938 – pp. 133-139.

[70] Renzo Ravenna (Ferrara, 20 agosto 1893 – Ferrara, 29 ottobre 1961) fu Podestà di Ferrara dal 16 dicembre 1926 al 17 marzo 1938. Fu, con Enrico Paolo Salem a Trieste, uno dei due soli Podestà fascisti di origini ebraiche in Italia, prima dell’introduzione delle leggi razziali.

[71] All’inizio del primo capitolo Roveri spiega che, ai primi di settembre del 1938, Antonio Baldini, redattore capo della rivista Nuova Antologia, scrisse sollecitando l’invio di un saggio composto da Quilici sulle leggi razziali. Un saggio che, forse, Quilici era stato costretto a scrivere, data la sua posizione, e che quasi sicuramente non poteva rifiutarsi di spedire. Ciononostante, Nello aveva continuato probabilmente a procrastinarne l’invio, forse perché non d’accordo con il testo delle leggi razziali, in quanto lesive nei confronti dei suoi tanti amici ebrei. Vorremmo ricordare anche che, in altri momenti, precedenti al 1938, pure certi potentissimi industriali statunitensi, così come la Santa Sede, avevano espresso idee più o meno antisemite, arrivando a puntare il dito anche contro il presunto strapotere economico degli ebrei. La Santa Sede lo aveva fatto in modo velato, tra il 1907 e il 1914, con il sindaco di Roma, Ernesto Nathan, definendolo “Figlio di Sem”; invece Henry Ford, cofondatore della omonima casa automobilistica, lo aveva fatto completamente, e in modo assai “pesante”, attraverso la pubblicazione del criticatissimo “The international jew, the world’s foremost problem”, un’opera in quattro volumi, dai forti ed esplici toni antisemiti, che fu molto apprezzata anche da Hitler. Tanto che, nel 1938, per i grandi meriti riconosciuti dalla Germania nazista, Ford fu insignito con l’Ordine dell’Aquila tedesca. “L’ebreo internazionale” (questo il titolo italiano) arrivò in Italia solo nel 1938, e cioè solo dopo la svolta antisemita del Regime fascista.

[72] Alessandro Roveri, “Giorgio Bassani e l’antifascismo (1936-1943)”, Ferrara, 2G Editrice, 2002.

[73] Il saggio di Quilici si conclude con la frase: “Persecuzione? No, la parola è ingiusta e stupida: soltanto “difesa”. Nello aveva scelto di dire la sua sugli ebrei dopo essersi accorto che certe altissime cariche istituzionali, anche in seno al fascismo, erano riservate esclusivamente a certi potenti rappresentanti italiani del popolo ebreo. Tuttavia, come accennato in precedenza, Quilici fu probabilmente contrario, proprio come il suo amico Italo Balbo, alla rimozione dell’amico Renzo Ravenna dal ruolo di Podestà di Ferrara, e questo la diceva sicuramente lunga sulla sua intenzione di difendere a spada tratta gli ebrei, anche per provare a proteggerli dalla persecuzione fascista. Non a caso, forse anche per questo motivo, il suo Corriere Padano veniva descritto come un quotidiano che “faceva la fronda” a Mussolini, ovverosia al Capo del Governo e Ministro dell’Interno ad interim che, nel settembre 1938, attraverso il Governo, aveva varato la “Normativa antiebraica sui beni e sul lavoro”. Si ricordi anche che Quilici era pure amico di Naldi, il quale aveva una moglie ebrea russa, a cui Nello era legatissimo, come dimostra del resto il pensiero rivolto a Don Enrico Vanni che Raissa Olkienizkaia (questo il nome della moglie di Pippo) aveva deciso di inviargli nell’ottobre 1929, in occasione della morte del sacerdote, per dargli la possibilità di inserirlo nel “Cor cordium”.

[74] Giuseppe Perri, “Il caso Lichtner: gli ebrei stranieri, il fascismo e la guerra”, Milano, Editoriale Jaca Book, 2010 – pag. 85. Perri scrive: “Al momento dell’entrata in guerra dell’Italia egli (sta parlando di Italo Balbo, NdA) non fece mancare il suo contributo entusiastico e il suo impegno diretto, tanto che cadde il 28 giugno ‘40 abbattuto per errore dal fuoco amico, ai comandi del suo aereo durante un volo d’ispezione. A bordo c’erano anche alcuni suoi stretti collaboratori, come Nello Quilici e il nipote Lino Balbo”.

[75] Il SIAI-Marchetti S.M.79 Sparviero era un trimotore ad ala bassa multiruolo, inizialmente progettato come aereo da trasporto civile veloce. Fu, per un certo periodo, il più veloce bombardiere medio del mondo e fu impiegato per la prima volta nella guerra civile spagnola nelle file dell’Aviazione Legionaria italiana. La Regia Aeronautica lo impiegò durante la seconda guerra mondiale in tutto il teatro del Mediterraneo, prima come bombardiere e poi – con maggior efficacia – come aerosilurante (fonte: Wikipedia).

[76] Balbo fu l’unico ad essere mai stato insignito di tale titolo, prima della sua abolizione avvenuta nel 1947.

[77] Claudio G. Segrè, “Italo Balbo. Una vita fascista”, Bologna, Il Mulino, 2000 – pag. 30 – Richard J.B. Bosworth, “Mussolini, un dittatore italiano”, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2002 – pag. 161 – Giuseppe Fanciulli, “L’eroica vita di Italo Balbo narrata ai giovani”, Torino, Società Editrice Internazionale, 1940 – pag. 30.

[78] Infatti, Don Vanni, parlando della carriera giornalistica di Naldi, scrisse che, tra la fine degli anni Zero e l’inizio degli anni Dieci del Novecento, Pippo “Pensava ai Balcani con ostinata pertinacia. Ricordo a questo proposito – prosegue Vanni – (…) le sue corrispondenze a La Tribuna dal Montenegro e dall’Albania. Nel 1911 fu chiamato a Bologna per fondare un nuovo giornale, ch’ebbe il nome di Patria. Visse poco, ma gloriosamente. Vi si dettero convegno, sotto il sorridente patronato di Giovanni Borelli, fresche e generose energie giovanili. (…) Nel dicembre del 1912 lo accompagnai in un fortunoso viaggio in Albania, dove si recava quale corrispondente de La Tribuna. Credo di sapere che si rese altamente utile all’On. Marchese di San Giuliano, nostro Ministro degli Esteri, col quale fu sempre in cordiali rapporti e dal quale fu, nei molti viaggi in paesi stranieri, munito di lettere credenziali per i nostri rappresentanti diplomatici”.

[79] Sicuramente non dal punto di vista politico, perché sappiamo che Naldi era molto vicino anche al Partito Socialista Italiano, al contrario naturalmente dell’anti-socialista convinto Italo Balbo.

[80] Noto anche e soprattutto per essere stato colui che concepì l’ordine del giorno che il 25 luglio 1943 provocò la caduta del Duce.

[81] “Ferraresi” perché Ferrara divenne la città di riferimento del livornese di nascita Nello Quilici.

[82] A nostro avviso non ruppe, però, con Mussolini, ma solo con coloro che avevano come unico obiettivo quello di trasformare il fascismo nel movimento alla base di un Regime sanguinario – ossia coloro che alla fine congiurarono alle sue spalle in occasione del delitto Matteotti -. Alcuni anni or sono, durante una conversazione privata con Mauro Canali, avvenuta presso l’Archivio dello Stato di Roma, il noto storico sposò parzialmente la nostra tesi secondo cui è ingiusto parlare dei numerosi litigi che sono stati attribuiti a Naldi e Mussolini e che, secondo molti, sarebbero stati la causa della opposizione di Pippo al Regime fascista. Canali però disse di credere che, a un certo punto, un litigio tra di loro avvenne veramente, anche se, abbastanza sorprendentemente, escluse che esso potesse essere avvenuto a causa dell’omicidio Matteotti. Purtroppo, però, a un certo punto lo storico si bloccò, impedendoci così di capire quale ritenesse esattamente l’avvenimento scatenante di tale presunta rottura. E se a provocarla fosse stata proprio la misteriosa morte di Balbo e Quilici?

[83] Inoltre, il fatto che il loro rapporto con gli ebrei che partecipavano alla vita politica del Regime continuò ad essere ottimo anche dopo la promulgazione delle leggi razziali è perfettamente in linea col fatto che anche la moglie ebrea di Naldi, prima, durante e dopo l’emanazione delle stesse, godette della protezione di molti degli influenti fascisti che non si riconoscevano assolutamente negli estremismi di certi loro colleghi – come, ad esempio, quelli dell’ultra-antisemita Giovanni Preziosi -.

[84] A causa della quasi totale mancanza di libri che parlino del tragico avvenimento, qualcuno potrebbe anche arrivare a considerare la versione proposta da Folco come una versione di parte. Costoro però sbaglierebbero sicuramente pensandola in tal modo, perché è indubitabile che il figlio di Nello sia stato autore di un’analisi assolutamente precisa e convincente.

[85] Folco Quilici, “Tobruk 1940 – Dubbi e verità sulla fine di Italo Balbo”, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2004 – pag. 6.

[86] Filosemita è chi sostiene gli ebrei e l’ebraismo (fonte: Dizionario Italiano Olivetti).

[87] Il sionismo è un movimento politico-religioso ebraico sorto alla fine dell’Ottocento con l’obiettivo di costituire in Palestina uno stato indipendente per gli ebrei sparsi nel mondo; dopo la costituzione dello Stato di Israele nel 1948, il termine venne usato per indicare il nazionalismo ebraico più intransigente (fonte: Dizionario di Italiano “Sabatini Coletti”).

[88] Ilaria Pavan, in “Il podestà ebreo – La storia di Renzo Ravenna tra fascismo e leggi razziali” (Roma-Bari, Editori Laterza, 2006), ha dimostrato che questo è assolutamente vero, scrivendo che “La politica culturale ideata, promossa e realizzata a Ferrara a cavallo degli anni Venti-Trenta non fu tanto la linea del fascio ferrarese (…), ma fu in primo luogo la politica dell’amministrazione comunale, cioè del Podestà Ravenna, cui si affiancò, dal 1925, Nello Quilici, che dalle pagine del ‘suo’ Corriere Padano contribuì non poco alla edificazione di quelle infrastrutture culturali destinate a sviluppare e propagandare questo disegno in modo quanto più capillare…” e aggiungendo che “nel secondo dopoguerra Renzo (Ravenna) fu vicino alla vedova e ai figli di Nello (dopo la scomparsa di quest’ultimo)”, anche se Nello, prima della morte, aveva pubblicato il saggio “La difesa della razza”. Ma, come spiega sempre la Pavan, anche dopo la pubblicazione dell’articolo, “l’avvocato e il giornalista avevano continuato a frequentarsi con la medesima cordialità”, perché, spiegò l’ex Podestà dopo la guerra, “Quilici aveva dovuto cedere – pena implicite ritorsioni personali e professionali – a insistenti pressioni provenienti dalla redazione della rivista (Nuova Antologia) e dal Ministero della Cultura Popolare”.

[89] Il Partito Sionista Revisionista è stato un movimento politico culturale ebraico di orientamento sionista, nazionalista, liberale e anti-comunista, creato a Parigi nel 1925 da Vladimir Jabotinskij, il quale era un dirigente dell’Organizzazione Sionista Mondiale da prima della Grande guerra ed era vicino alla corrente dei Sionisti Generali, ma contestava l’orientamento troppo moderato di Chaim Weizmann, e cioè quello di colui che, oggi, viene ricordato anche e soprattutto come il primissimo Presidente dello Stato di Israele – ma anche come grande amico di Naldi -. Visto che, come dicevamo, tale movimento venne fondato nel 1925, la differenza di vedute tra Jabotinskij e Weizmann fu probabilmente lo “specchio” di ciò che accadde successivamente, nel 1934, quando il secondo dei due creò l’accademia navale del Betar a Civitavecchia con l’aiuto di Mussolini, e cioè con l’aiuto di uno dei principali “nemici” politici di Italo Balbo, di Quilici e dello stesso Naldi. Così facendo, il sionista revisionista e il Duce gettarono le basi per la creazione della Marina del futuro stato d’Israele. Guarda caso, Balbo e Quilici furono abbattuti poco dopo proprio, nel cielo di Tobruq, nella Libia orientale, dalla Marina che, fino al 1938, aveva curato l’addestramento dei giovani allievi ufficiali sionisti revisionisti del Betar (fonti: “Wikipedia” e “http://www.omeganews.info/?p=2626)”.

[90] http://en.wikipedia.org/wiki/Betar_Naval_Academy

[91] “L’eletto dal popolo eletto”, secondo lo scienziato tedesco Albert Einstein.

[92] Indro Montanelli, “Busti al Pincio”, Milano, Longanesi, 1963 – pag. 71.

[93] Infatti, come ha scritto anche Renzo De Felice, in “Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo” (Torino, Einaudi, 1961), i revisionisti di Jabotinskij non facevano mistero della loro avversione alla politica inglese e a quella di Weizmann, a loro avviso troppo prona ad essa. Tutto questo avveniva mentre, però, l’ondivago Mussolini dichiarava: “Voi dovete creare uno Stato Ebraico (si rivolgeva agli ebrei, naturalmente, NdA). Io sono sionista, io. L’ho già detto al Dr. Weizmann. Voi dovete avere un vero Stato, e non il ridicolo Focolare Nazionale che vi hanno offerto gli inglesi. Io vi aiuterò a creare lo Stato ebraico”. Poi, però, il Duce collaborava segretamente con l’estremista Jabotinskij, distruggendo di conseguenza – e di fatto – il rapporto “moderato” che lo legava a Weizmann; e, così facendo, naturalmente, distruggeva automaticamente anche quello con i vari Naldi, Quilici e Balbo. E forse fu anche per prendere le distanze dall’atteggiamento incerto che Mussolini aveva tenuto negli anni ‘30 con gli ebrei che, come spieghiamo anche alla fine di questo nostro articolo, dopo la scomparsa del Duce, Alcide De Gasperi – e forse la Santa Sede – pensò – pensarono – proprio a Pippo per risolvere un delicato problema politico, legato alla cessione di certi residuati bellici Alleati allo stato d’Israele presieduto da Weizmann.

[94] https://it.wikipedia.org/wiki/Regia_Marina – L’Accademia navale militare del Betar era diretta dal Capitano fascista e filosionista barese Nicola Fusco. A quanto pare, però, costui era principalmente un esperto di Marina mercantile, più che che di Marina militare. Ma, nonostante ciò, fu nominato ugualmente direttore della scuola di Civitavecchia, nata per formare, anche e soprattutto a livello militare, i giovani del Betar. Questo forse avvenne perché, durante il fascismo, il Ministero della Marina – che, dal 6 novembre 1933 al 25 luglio 1943, fu retto ad interim da Mussolini -, da cui dipendeva sicuramente anche la Regia Marina, controllava sia il settore militare che mercantile della stessa; ed anche perché, allora, molto probabilmente, non c’era alcuna distinzione tra i due settori, come invece ci fu, al contrario, a partire dal luglio 1946, quando, con il Governo De Gasperi II, vennero istituiti il Ministero della Marina Mercantile e quello della Marina Militare, scorporando, di fatto, quella che, fino al 18 giugno 1946, era stata la Regia Marina – guarda caso, fu proprio con De Gasperi che Naldi collaborò per risolvere il problema dei residuati di cui parlavamo poc’anzi -.

[95] A dire il vero, Pippo fu “reclutato” da Alcide De Gasperi, quindi dai cattolici “governativi”, per cercare di risolvere alcuni problemi nati proprio per la presenza in Italia di tali residuati.

[96] Come ha spiegato Ilaria Pavan, alle pagine 143 e 144 di “Il podestà ebreo – La storia di Renzo Ravenna tra fascismo e leggi razziali”, per non essere additato come filosemita, Quilici, dopo avere pubblicato il saggio “La difesa della razza”, aveva dovuto mantenersi sulla linea dettata, appunto, dal saggio stesso; ma, come confermò anche Ravenna, questo non rispecchiava affatto la vera ideologia del direttore del Corriere Padano, la quale infatti era assolutamente filo-semita anche se, nel contempo, quasi sicuramente anti-sionista revisionista. Per chi volesse approfondire sulla incompatibilità politica esistita tra Weizmann e Jabotinskij, che, come dicevamo poc’anzi, per il fatto di essersi tradotta anche, a un certo punto, in un vero e proprio conflitto, potrebbe essere stata anch’essa alla base del contrasto politico interno al fascismo che, nel giugno 1940, portò all’abbattimento dell’aereo pilotato da Balbo, è consigliabile leggere le pagine del bellissimo “Imparare a sparare – Vita di Vladimir Ze’ev Jabotinsky, padre del sionismo di destra”, scritto da Vincenzo Pinto e pubblicato nel 2007 dalla casa editrice torinese UTET Libreria.

[97] Questo articolo non sarebbe mai potuto essere realizzato senza il prezioso aiuto di alcune persone che vorrei qui di seguito citare e ringraziare: Livio Migliori, Piccarda Quilici Alessiani, Gian Paolo Lenzini, Inigo Lezzi, Graziana Delpierre, Elio Canali e Signora, Antonio Crialesi, Aldo Mastropasqua, Salvatore Ferrari, Gino Badini, Fiamma Chessa, Fausto Cremona, Isabella Botti, Vanni Landi, Massimo Merendi, Claudio e Vetullio Mussolini, Giancarlo e Matteo Valentini, Lino Gambarelli, Dorian Vincenzi, Gian Luigi Basini, Renato Del Bino, Fausto Campioli, Aldo Magnoni, Don Luca Pazzaglia, la signora Maria Vanni di Riccovolto, Antonio Mammi, Francesco e Mauro Salzano, Dario Spadaccini, Luisa Merletti, Maria Luisa Tegon, Marco Pinton, Gianfranco Verardi, Maurizio Pinotti e tutti i nostri gentilissimi amici di Montecreto/Pavullo, Alessandro Mancini, Franco Landini, Stefano Rossi, Oliviero Widmer Valbonesi, Giulio Gherardo Starnini, Giorgio Mosconi, Anita Garibaldi, Davide Dazzi, Giuseppe Ligabue, Angela Chiapponi, Mario Corbellini e, naturalmente, tutte le altre persone che eventualmente ho dimenticato di ringraziare.