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Alcuni cenni sulla presunta affiliazione del giornalista Filippo Naldi alla Loggia segreta Propaganda massonica del Grande Oriente d’Italia.

di Paolo Campioli

Recentemente Wikipedia Italia, la mia amatissima Wikipedia, ha deciso di bloccarmi mentre provavo ad inserire una parte di testo che ritenevo importante, anzi importantissima.

Avevo intenzione di inserirla in una voce che avevo iniziato a creare dal nulla all’inizio del 2010[1], utilizzando, pensate, un vecchio computer laptop che forse non arrivava neanche al Pentium.

L’avevo creata mettendoci veramente tutto il mio amore, navigando in solitaria all’interno del salone superiore della biblioteca comunale di Fidenza, tra i tanti libri che trasudavano di storia del borgo natìo del personaggio a cui la voce in questione si riferisce.

Inoltre, nel corso degli anni avevo anche contribuito a svilupparla, in modo, devo dire, decisivo.

Anzi, posso dire, senza esitazioni, di averla creata praticamente da solo.

Non solo: se esiste, ed è strutturata in quel modo, Wikipedia lo dovrebbe principalmente a me.

Ma si sa, prima o poi tutte le belle storie finiscono.

Infatti un bel giorno, improvvisamente, il blocco…

Col tempo, però, ho capito che, in tutta questa storia, se c’era qualcuno che aveva assolutamente torto, quello ero io. E ho capito anche che ad avere la ragione assoluta era invece Wikipedia. L’enciclopedia infatti aveva fatto bene, anzi benissimo, a bloccarmi. Il suo era un blocco del tutto giustificato, in quanto causato da una serie di errori tecnici, da me commessi, davvero imperdonabili.

Errori che però fortunatamente, nel momento del loro avvenimento, non avevano portato ad un blocco immediato. Prima di arrivare, infatti, esso ha atteso molto tempo. Quel tanto che è bastato per permettermi di contribuire alla realizzazione di numerose voci inedite dell’enciclopedia.

La cui lista è consultabile al link presente in corrispondenza della nota qui riportata[2].

Solo che la voce di cui parlavo poc’anzi non è, di tale lista, una delle tante, una qualsiasi. Al contrario: si tratta della più importante in assoluto tra quelle ivi presenti. Perché sto parlando della voce di Filippo Naldi, celebre giornalista emiliano, nato il 30 maggio 1886 a Borgo San Donnino (ora Fidenza) da una famiglia di origini romagnole, conosciuto principalmente per essere stato uno dei più importanti, se non il più importante, direttore della storia del Resto del Carlino di Bologna.

La parte che la famosa enciclopedia libera ha deciso di rimuovere (anzi di non pubblicare proprio, per via del suddetto blocco) è la seguente:

 

(Naldi, NdA) “Fu inoltre affiliato alla Loggia segreta ”Propaganda” del Grande Oriente d’Italia, fondata nel 1877 dal Gran Maestro Giuseppe Mazzoni e progenitrice della P2”.

E le numerose note che avevo inserito per dare una dimostrazione a quanto scritto sono quelle presenti alla nota 1 di questo articolo[3].

La parte di cui vi ho appena parlato era stata inserita nella voce di Naldi subito dopo quella che parla di un’altra presunta affiliazione massonica del giornalista. Per voler essere più precisi, la parte di testo che parla di tale affiliazione alternativa è la seguente:

“Naldi fu affiliato all’obbedienza massonica della Gran Loggia d’Italia”.

In pratica, è stato nel momento in cui ho provato ad inserire la parte di testo da me composta, quella cioè riguardante l’affiliazione di Naldi alla Loggia “Propaganda”, che ha avuto inizio il mio conflitto con Wikipedia.

Un conflitto perso in partenza. Giustamente, tra l’altro, voglio ripeterlo ancora una volta.

E che purtroppo ha dato vita a un problema irrisolvibile, perché ora non riesco più a modificare nulla.

Solamente che in questo momento, nella pagina Wikipedia di Naldi, è rimasta in bella vista quella breve frase sulla sua presunta affiliazione alla Gran Loggia d’Italia, frase che secondo alcuni potrebbe però contenere un errore. E’ rimasta quindi quella appena citata, presumibilmente errata, mentre, come dicevo, non è stato assolutamente possibile inserire la nostra, presumibilmente corretta.

Paradossale, no?

A mio avviso tutto ciò è stato sorprendente anche perché, chi ha inserito la frase sulla GLDI, l’ha corredata con una nota assai discutibile, in quanto collegata alle pagine 38 (e successive) di un celebre libro di Peter Tompkins intitolato “Dalle carte segrete del Duce. Momenti e protagonisti dell’Italia fascista nei National Archives di Washington”. Pagine in cui, infatti, sembra non essere presente alcun riferimento all’affiliazione di Naldi alla Gran Loggia d’Italia.

E’ anche vero però che potrei essermi sbagliato io, nel senso che l’informazione sbagliata potrebbe essere quella relativa alla frase da me scritta, quella cioè esclusa da Wikipedia, e non quella presente ora. Questo è molto probabile perché, primo, non sono esperto di massoneria, e secondo perché, in fase di lettura dell’opera di Tompkins, potrei avere ignorato involontariamente la pagina in cui si parla di tale affiliazione[4].

Ma, anche se mi fossi sbagliato, e quindi se Pippo fosse stato veramente membro della Massoneria di Piazza del Gesù, ciò però non mi impedirebbe di chiedermi il perché, allora, tanti altri storici, anche illustri, abbiano desiderato invece dedicare pagine su pagine dei propri saggi anche ad una presunta affiliazione di Naldi al GOI, in particolare alla Loggia segreta “Propaganda”.

Senza tirarla tanto per le lunghe, però, perché di solito, quando si inizia a parlare di massoneria, si parte dalle guerre puniche e si finisce regolarmente col non fare alcun approfondimento, vorrei quindi concentrarmi ora, senza perdere altro tempo, sul motivo che potrebbe avere spinto qualcuno a desiderare che non venisse pubblicata la frase “incriminata”.

Prima però vorrei precisare che potrebbe non essere sbagliato presumere che Naldi possa essere stato affiliato alla GLDI, anche perché sarebbero stati autorevoli esponenti della stessa Loggia a dare conferma della sua avvenuta affiliazione (come del resto delle sue ripetute sospensioni).

Di questo ha parlato infatti un certo Carpeoro, Maestro di tale Loggia. Maestro massonico che però io sinceramente non conosco, né avevo mai sentito nominare prima di oggi.

E che però, chiaramente, mai mi sognerei di contraddire. Ci mancherebbe altro!

Sarebbe tuttavia lecito, a mio avviso, provare comunque a mettere in discussione la versione di Carpeoro (sperando chiaramente che il nostro tentativo non venga interpretato come una mancanza di rispetto nei suoi confronti), in quanto sembra non esistere alcun documento, che non sia contenuto magari in qualche archivio segreto di qualche società di studi massonici, che possa essere consultato liberamente per dare dimostrazione dell’affiliazione di Pippo alla Gran Loggia di Piazza del Gesù.

Ci fidiamo tuttavia della sua parola, in quanto come dicevamo, al contrario di lui, noi non siamo, e non siamo mai stati, Gran Maestri.

Il fatto però è che a me non interessa in alcun modo riuscire a portare alla luce eventuali errori commessi da chi ha parlato dell’affiliazione di Naldi alla GLDI. A me fare questo non interessa proprio! Davvero! Anche perché converrete con me che sarebbe da assoluti sprovveduti andare a contraddire la parola di certi Gran Maestri… Sarebbe completamente folle! E poi: chi siamo noi per farlo? Ne sapranno ben più loro di noi, non credete?

Ciò che interesserebbe a me invece sarebbe portare alla luce eventuali prove di una affiliazione di Pippo al GOI (il che, tra l’altro, non escluderebbe assolutamente, a mio avviso, la versione di Carpeoro).

Del resto, se non avessimo avuto interesse a fare questo, perché mai avremmo dovuto fare così tanta fatica per provare ad inserire la suddetta frase “incriminata” nella pagina di Wikipedia di Pippo? E perché mai avremmo dovuto sentire la necessità di scrivere anche il breve articolo che state leggendo in questo momento?

Se abbiamo voluto tenere duro il più possibile, provando cioè ad andare avanti a testa bassa e perseverando nella nostra ricerca, lo abbiamo fatto anche perché assolutamente convinti di possedere numerosi documenti che attesterebbero una probabile affiliazione di Naldi al Grande Oriente d’Italia.

In particolare alla Loggia segreta “Propaganda”, ovvero alla stessa potente loggia che, sin dalla sua fondazione, avvenuta nel 1877 per volontà del Gran Maestro pratese Giuseppe Mazzoni, era formata prevalentemente da Deputati esigenti che nessuno giungesse a conoscenza della loro affiliazione (e che proprio per questo era “coperta”, “segreta”).

Stiamo parlando in pratica della Loggia nota anche per essere stata, in qualche modo, la progenitrice della P2.

Come già accennato, i documenti “attestanti” di cui parlavamo poc’anzi sono gli stessi riportati alla nota 1 di questo articolo.

Il più importante di essi è senza alcun dubbio un libro dello storico comunista Silverio Corvisieri, intitolato “Il mago dei Generali – Poteri occulti nella crisi del fascismo e della monarchia”.

A pagina 200 di tale opera si legge che Naldi avrebbe fatto parte di una “Loggia di Propaganda”, antesignana della P2, insieme al luogotenente del Regno, Umberto II di Savoia, ai generali Antonio Sorice e Quirino Armellini, all’ex fascista Alfredo Misuri e all’industriale Giovanni Armenise.

Inizialmente, però, dopo essere giunti in possesso di tale importante opera, non sapevamo in realtà a quale Loggia di Propaganda si riferisse esattamente Corvisieri, anche se il riferimento alla P2, da lui fissato, non lasciava probabilmente spazio a dubbi: doveva essere per forza la progenitrice di quella affiliata al Grande Oriente d’Italia di cui è stato Maestro Venerabile anche il montalese Licio Gelli.

E non, magari, una presunta Loggia di Propaganda affiliata alla GLDI.

Tuttavia, per essere certi al 100% di questo, siamo dovuti andare alla ricerca anche di altri riferimenti certi, sicuri, riguardanti la Loggia fondata da Mazzoni. Abbiamo dovuto farlo anche nel rispetto del pensiero illuminato di alcuni colleghi, che erano (e sono, giustamente) possibilisti sull’idea che possa essere esistita magari anche una Loggia di Propaganda Massonica affiliata alla Gran Loggia d’Italia[5].

Il riferimento più importante lo abbiamo trovato in un libro scritto da Solange Manfredi, intitolato ”Psyops – 70 anni di operazioni di guerra psicologica in Italia – Come ci hanno manipolato, messi uno contro l’altro, mandato in guerra, terrorizzato per controllarci meglio”. Il libro, anche se autoprodotto, appare purtuttavia come l’unico al mondo scritto con il coraggio di citare i vari documenti contenenti riferimenti precisi alla presunta appartenenza di Naldi alla “Loggia P” del Grande Oriente.

A dire il vero, la Manfredi non cita espressamente Naldi. La storica cita però tutti gli altri fratelli di Pippo presenti nella Loggia segreta, elencati anche dal suo illustre collega Corvisieri. Quello che fa la Manfredi è concludere la sua lista di membri della Loggia Propaganda con un ecc.. Ma è proprio dietro a quell’eccetera che, a nostro avviso, è nascosto il nome di Pippo. Infatti, dove non è arrivata lei, fermandosi cioè a quel punto, è arrivato, come detto, il suo collega Silverio Corvisieri, citando espressamente Naldi insieme agli altri membri della Loggia nominati anche dalla bravissima autrice torinese.

A questo punto, dopo avere individuato i membri di quella potente Loggia segreta, non ci rimarrà altro da fare che andare a controllare a quale obbedienza essa appartenne esattamente. Ebbene, la Manfredi, riportando un passo del libro di Sergio Flamigni intitolato “Trame atlantiche. Storia della loggia massonica segreta”, scrive:

“Prima dello scioglimento decretato nel 1925 dal Fascismo, nella Comunione massonica del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani c’era una particolare Loggia, chiamata P (Propaganda), nella quale erano raggruppati affiliati eminenti e “speciali” così da garantire un’assoluta riservatezza al loro essere massoni, in ragioni delle importanti funzioni pubbliche che essi esercitavano: erano fratelli “coperti” (…). Istituita nel 1877 dal Gran Maestro Giuseppe Mazzoni, la Loggia Propaganda era stata sviluppata e potenziata dal banchiere Adriano Lemmi (…). Tuttavia, in seguito allo scandalo della Banca Romana (…) la Loggia coperta era stata ridimensionata e marginalizzata”.

A quanto pare però, nonostante il presunto ridimensionamento, tale Loggia aveva comunque continuato ad esistere, magari in modo ancor più segreto di quanto non avesse fatto fino a quel momento.

Quindi, con ogni probabilità, aveva continuato ad essere attiva ed operante a pieno regime anche durante il fascismo (scusate il gioco di parole; c’è da dire però che in questo caso la “r” di regime è assolutamente minuscola…), se è vero che nel 1945[6] venne sì rifondata, o forse solo ristrutturata, ma con un nuovo nome, ovvero quello di Loggia di Propaganda Due.

Ciò significa quindi che, fino a quella data, il suo nome era rimasto forse quello iniziale di Loggia di Propaganda Massonica datole a suo tempo dal Gran Maestro Mazzoni.

Possiamo sapere però a quale versione di tale Loggia appartenne veramente Naldi?

Alla prima o alla seconda?

La verità forse è che Pippo appartenne ad entrambe le versioni della Loggia, se Corvisieri scrive che la Loggia di Propaganda a cui apparteneva Pippo era la prima versione della stessa, e non la seconda[7], mentre la Manfredi scrive, in pratica, che i fratelli di Pippo che aderirono alla Loggia segreta vi rimasero affiliati anche dopo la rifondazione della stessa e l’aggiunta del numero “Due” al suo nome.

Tuttavia, il sapere che Naldi, dopo il suo ritorno in Italia dalla Francia, in seguito all’Armistizio (siamo quindi nel settembre 1943, perciò due anni prima della trasformazione della Loggia P in P2), aveva stretto contatti con il Re, forse anche per provare a traghettare, in qualche modo, il proprio confratello Umberto II verso l’assunzione del ruolo di Luogotenente del Regno in sostituzione del padre Vittorio Emanuele III (troppo implicato forse nel fascismo), potrebbe dirla lunga sul ruolo che potrebbe avere avuto Naldi anche all’interno della prima versione di tale potente Loggia mazzoniana, nota infatti anche per essere stata di ispirazione tendenzialmente repubblicana, laica e progressista, quindi non obbligatoriamente filo monarchica, pertanto in linea, forse, con le idee di chi pensava che il Re dovesse prima o poi farsi da parte.

Chiusa questa lunga parentesi, a nostro avviso assai delicata e forse un po’ troppo oscura (anche se nel contempo indubbiamente interessante), vorremmo ora andare a vedere che cosa ha scritto invece, sull’argomento trattato in queste pagine, il professor Costantino Cipolla, in “Belfiore – I. I Comitati insurrezionali del Lombardo-Veneto ed il loro processo a Mantova del 1852-1853”.

Cipolla scrive:

“A metà anni ‘70 dell’Ottocento (…) il Gran Maestro Giuseppe Mazzoni (…) costituì una loggia “riservata” o “coperta” o “segreta”, chiamata “Propaganda Massonica”, posta sotto le dirette dipendenze del Gran Maestro, che può essere considerata la diretta progenitrice della P2 di un secolo dopo”.

A questo punto, dopo avere scoperto tutto ciò, ci troveremo ora costretti a rendere partecipi i nostri lettori dell’enorme disagio che sta generando in noi in questo momento l’impossibilità di inserire, nella pagina Wikipedia di Naldi, la parte di testo relativa alla sua affiliazione alla Loggia segreta “Propaganda” del Grande Oriente d’Italia.

Tutto ciò è causa di una frustrazione davvero forte, che diventa, via via, sempre più preoccupante, man mano che passa il tempo.

Poco male, però.

Perché fortunatamente esiste santa Academia.edu, il sito che proprio ora ci sta aiutando a sconfiggere il suddetto disagio, dandoci la possibilità di far conoscere ai lettori e, più in generale, ai fruitori del web, tutto ciò che di interessante non ci è più possibile aggiungere, da qualche tempo, alle voci che compongono la famosa enciclopedia libera online Wikipedia.

Non abbiamo però ancora trovato una risposta convincente alla domanda che ci eravamo posti all’inizio, e cioè: per quale motivo Wikipedia ci ha impedito di pubblicare le informazioni provate che avevamo a disposizione?

Ce lo avrà impedito solo per errori tecnici commessi, o anche per la delicatezza delle informazioni che avevamo intenzione di inserire?

Ce lo avrà impedito forse per non appesantire troppo un articolo già di per sé delicato?

O c’è forse dell’altro, che magari non conosciamo, e che non possiamo e non potremo mai conoscere?

A pensarci bene, però, potrebbe non esistere nulla di tutto ciò, se, come detto e dimostrato, il blocco è stato causato da certi errori tecnici assolutamente imperdonabili da noi commessi.

Rimane però chiaramente, e rimarrà per sempre, la curiosità di sapere chi sia stato l’autore del blocco, ossia il propositore del veto alla nostra possibilità di intervenire… E chi mai abbia avuto interesse che rimanesse pubblicata una informazione probabilmente errata, in luogo di una sicura, certa, provata…

Beh, alla fine poco importa. Anzi nulla importa.

Non solo: alla persona che ha deciso di bloccarci vorremmo chiedere qui umilmente scusa, visto che, come detto, potrebbe avere assolutamente ragione lei.

Vorremmo però pregarla, se mai dovesse un giorno arrivare a leggere questo nostro articolo, di adoperarsi personalmente, magari, per provare a cambiare il riferimento alla affiliazione massonica di Naldi, sostituendola cioè con quanto da noi scritto poc’anzi.

Oppure, semplicemente, di integrare il dato probabilmente errato, presente ora nella pagina di Naldi, con quello esatto.

Se facesse questo, i lettori presenti nel web e, in particolare, tutti i fruitori di quello straordinario mezzo di informazione che è, e che continuerà sicuramente ad essere anche in futuro, l’enciclopedia libera online Wikipedia, avrebbero finalmente la possibilità di sapere tutta la verità (o quasi) sulla presunta affiliazione di Naldi al Grande Oriente d’Italia.

 


Vorrei ringraziare qui pubblicamente lo storico Enrico Montermini per avermi dato la possibilità di conoscere alcune importantissime sfumature di questa piccola ma importante parte “supersegreta” di storia del nostro paese, che, in tutta sincerità, prima di oggi conoscevo solo superficialmente.


 

NOTE:

[1] A dire il vero, nessuno prima di allora aveva mai scritto nulla su Naldi. Addirittura, alcuni amici massoni del 33° ed ultimo grado massonico non sapevano neanche chi fosse… Era davvero un oggetto misterioso e sconosciuto, Filippo Naldi, prima che arrivassimo noi a riesumarlo dagli Archivi capitolini, in particolare dall’Archivio Centrale dello Stato di Roma.

[2] https://it.wikipedia.org/wiki/Utente:Campioli_Paolo

[3] Solange Manfredi, ”Psyops – 70 anni di operazioni di guerra psicologica in Italia – Come ci hanno manipolato, messi uno contro l’altro, mandato in guerra, terrorizzato per controllarci meglio”, 2014 – Silverio Corvisieri, ”Il mago dei generali – Poter occulti nella crisi del fascismo e della monarchia”, Odradek, 2001 – Pag. 200 – Costantino Cipolla, ”Belfiore – I. I Comitati insurrezionali del Lombardo-Veneto ed il loro processo a Mantova del 1852-1853”, FrancoAngeli, Milano, 2006 – Pag. 866.

[4] Nel libro non è presente un indice, ma digitando il nome “Naldi” in Google books in corrispondenza del libro di Tompkins compaiono tutti i riferimenti al nome “Naldi” presenti nel libro. E, accanto a tale nome, non compaiono mai riferimenti alla affiliazione di Pippo.

[5]‘ Lo storico Enrico Montermini, attento come sempre alle varie possibilità, ha ipotizzato intelligentemente che possa essere esistita una Loggia di Propaganda Massonica anche all’interno della GLDI, visto che Carpeoro ha insistito dicendo che Naldi non fu mai affiliato al GOI. Ogni sua mirabile ricerca ha dato, però, per ora, risultato negativo. In questo momento quindi siamo orientati a pensare che la Loggia segreta a cui era affiliato Naldi appartenesse effettivamente al GOI. Ma vi terremo aggiornati.

[6]‘ Da tenere presente c’è anche che proprio nel 1945, il 27 ottobre per la precisione, Naldi si ristabilisce a Roma, dopo anni di residenza a Parigi. La casa presso cui fissa la propria residenza è la sua “storica” di Via di Propaganda, 16, posta di fronte al Palazzo di Propaganda Fide. Sembra quindi che il concetto di “Propaganda” fosse davvero una costante, nella vita di Pippo, in quel periodo… Quasi un’ossessione – Vedi Archivio del Municipio I di Roma – Archivio dell’Istituto Filippo Naldi – “Elenco delle variazioni anagrafiche di Filippo Naldi”.

[7] Corvisieri Silverio, ‘Il mago dei generali – Poter occulti nella crisi del fascismo e della monarchia”, Odradek, Roma, 2001 – Pag. 200.

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Dalla terra del Frignano al cielo di Tobruq. Note sulla vita di Nello Quilici, giornalista e padre del documentarista Folco.

di PAOLO CAMPIOLI

(Articolo pubblicato nel dicembre 2017 dalla rivista “Il Frignano”, edita da Adelmo Iaccheri editore – Pavullo nel Frignano – MO).

Per completare la narrazione delle vite di alcuni personaggi[1] legati al Frignano, che hanno avuto un ruolo importante nella vita politica italiana della prima metà del secolo scorso, ma che, purtroppo, sono stati inspiegabilmente ignorati dagli storici, vorremmo parlare qui del giornalista Nello Quilici.

Ci siamo accorti infatti che sono ancora tante, troppe, le persone che non sanno assolutamente nulla delle origini frignanesi di alcuni suoi antenati. Perché è vero che nacque a Livorno il 21 novembre 1890[2] e la madre Italia Vittoria Crovetti[3] a Grosseto nel 1860, ma è vero anche che il padre di costei era pievarolo[4] a tutti gli effetti. Il padre di Nello, invece, si chiamava Antonio Francesco[5] ed era originario di Làmmari, una frazione della cittadina lucchese di Capannori.

Conobbe la moglie Italia Vittoria in Maremma, dove prestò a lungo servizio come carabiniere e dove, verso la fine dell’800, contrasse la malaria, che lo portò alla morte. Il legame di Nello con il Frignano assume ancora più importanza di quanta non ne abbia già se pensiamo che, alla scomparsa del padre, avvenuta quando aveva solamente 11 anni, si trasferì a Modena con la famiglia presso il fratello della madre, il quale era stato canonico della cattedrale della città geminiana e professore di latino e greco nel locale Seminario, ma che era stato tuttavia emarginato a causa delle sue idee moderniste[6] e socialiste.

Il nome di costui era Giovanni Crovetti[7] e di lui sappiamo anche che, nel momento in cui avvenne il trasferimento dei Quilici dalla Toscana, reggeva la parrocchia di San Faustino – allora appena fuori città – vivendo presso l’omonima casa parrocchiale. Fu proprio don Giovanni, da molti descritto come una specie di secondo padre per Nello, ad indirizzarlo al collegio dei seminaristi[8] modenese.

Noi non sappiamo se tale collegio corrispondesse o meno al Seminario metropolitano di Modena, e cioè alla struttura presso cui uno degli amici “storici” di Quilici, Enrico Vanni, noto sacerdote frignanese nato a La Raggia di Riccovolto di Frassinoro[9], insegnò Diritto canonico dal 1906 al 1907, o se esso fu semplicemente un collegio distaccato, dipendente dal Seminario stesso. Ma se, come tendiamo a ritenere, tra i due luoghi ci fu davvero una corrispondenza, Vanni potrebbe avere fatto in tempo ad essere uno degli insegnanti di Nello presso il collegio di cui si parla, nel periodo compreso tra il suo arrivo a Modena[10] e il 4 agosto 1910, giorno del conseguimento, da parte di Quilici, della licenza liceale presso il Liceo Ginnasio governativo “L.A. Muratori” di Modena.

Altro aspetto molto interessante della loro amicizia è che Vanni condivideva sicuramente certe idee “moderniste” con Don Giovanni Crovetti[11]. Orazio Spoto, autore della tesi “L’Italia tra liberalismo e fascismo”[12], da cui abbiamo prelevato questi primi dati biografici, racconta anche tanti altri particolari interessanti dei primi anni di vita del figlio della signora Italia Vittoria:

“Il 4 agosto 1910 Nello prese la licenza liceale al Liceo Ginnasio governativo “L.A. Muratori” di Modena” e “L’anno seguente si iscrisse al “Regio Istituto di studi superiori pratici di perfezionamento” di Firenze, dove frequentò le lezioni del corso di laurea in Lettere e Filosofia; rimase a Firenze circa un anno e mezzo, finché nel 1912 si trasferì all’Università di Bologna per frequentare il secondo anno della facoltà di Lettere e Filosofia, sezione filologica”.

A questo aggiungiamo che la sua carriera giornalistica fu sicuramente precoce, dato che iniziò a soli 19 anni, più precisamente nel 1909, prima della fine dei suoi studi liceali. Fu la rivista fiorentina La Voce[13] a pubblicare i suoi primi scritti, e continuò a farlo fino al 1910. Fu proprio nel periodo di tale collaborazione che la rivista assunse una certa importanza, grazie anche al contributo giornalistico del mestrino Mario Girardon, a quello finanziario del giornalista-finanziere Filippo Naldi e attraverso quello occasionale dell’allora ancora socialista Benito Mussolini[14].

Il Nuovo Giornale di Firenze, un altro dei periodici con cui Nello collaborò nel suo primo periodo “fiorentino”[15], segnò probabilmente, nel 1911, il suo passaggio a Patria, un piccolo foglio liberale felsineo di cui era direttore Naldi[16]. Presumibilmente le cose andarono proprio così, perché è noto che Naldi, nel corso della sua vita, oltre a coltivare il desiderio di arrivare a dirigere il Carlino di Bologna, coltivò a lungo anche quello di ampliare un trust giornalistico che aveva come “base” proprio il Carlino e che comprendeva anche Il Nuovo Giornale[17][18]. Questo significa che nella realizzazione di tale “disegno” – completato, poi, nel corso del 1917[19] con la fondazione de Il Tempo – potrebbe avere avuto un certo peso proprio Quilici.

Infatti esso iniziò a prendere forma proprio quando il suo amico Naldi, dopo avere cominciato ad aspirare ad un posto di rilievo nel Carlino[20], fece in modo[21] che a Nello venisse assegnata, dapprima, la direzione di Patria (1912) e, successivamente, quando “Pippo”[22], nel 1913, dopo avere assunto la direzione del Carlino, iniziò a prendere in considerazione di ampliare il suddetto trust collegandolo a Il Tempo, un ruolo di spicco nel quotidiano bolognese che, come ricordato anche in precedenza, costituiva l’elemento di “base” di tale trust. Per la precisione, Quilici iniziò a collaborare con il maggiore quotidiano bolognese proprio quando Naldi iniziò ad intravvedere la possibilità di assumerne la direzione.

Ecco perché Nello fu probabilmente importante per la realizzazione e lo sviluppo dell’intero “progetto” naldiano. Inoltre, in seguito[23], verso la fine del 1917[24], il giornalista livornese, estendendo la sua collaborazione anche a Il Tempo[25], diretto anch’esso da Naldi, conferì sicuramente al progetto editoriale del collega ancora più importanza di quanta ne avesse già. A questo punto, quindi, non commetteremmo di certo un errore se asserissimo che Quilici, proprio come Vanni, fu probabilmente uno degli uomini di fiducia di Pippo. Affermando ciò, però, non dovremo dimenticare che quest’ultimo lo era stato, a sua volta – e lo era ancora, allora -, del politico pavullese Giovanni Borelli[26].

Ciò significa che, senza il contributo dei frignanesi, o frignanesi “adottivi” succitati, anche per Naldi sarebbe stato sicuramente impossibile raggiungere gli importanti successi giornalistici, affaristici e politici che, come ben sappiamo[27], hanno caratterizzato la sua straordinaria carriera. Tra il 1913 e il 1920 Quilici lavorò come corrispondente ed inviato, sia all’estero sia in Italia, del Carlino e de Il Tempo, anche se non continuativamente, soprattutto durante la prima guerra mondiale, che lo costrinse molto probabilmente a sospendere la sua attività per qualche tempo. Per conto del quotidiano bolognese svolse le sue funzioni a Berna, Berlino e Vienna, sin dal 1913[28], e fino al 1915; invece, per quello romano svolse le medesime funzioni, ma a Zurigo, e solo dal 1919 al 1920.

Dalla città svizzera, nello stesso periodo, continuò però a corrispondere anche per conto del Carlino, forse perché, a quel tempo, il suo amico Naldi era ancora uno dei maggiori azionisti della società che pubblicava il quotidiano bolognese: Pippo infatti continuò a mantenere tale posizione anche dopo l’aprile 1919, cioè dopo avere ceduto la direzione del quotidiano a Mario Missiroli[29]. Dopo avere perso tragicamente la moglie Virginia Cucchi nel corso del 1920 a causa della terribile “influenza spagnola”, nel dicembre del 1921 Nello assunse finalmente la direzione del Carlino, succedendo a Missiroli, il quale a sua volta era succeduto a Naldi, nel maggio 1919[30].

A proposito del suo legame sentimentale con la Cucchi, sfociato poi nel matrimonio da cui nacque il suo primogenito Giovanni, riporteremo di seguito un passo di una relazione del Ministero dell’Interno, datata 26 febbraio 1917, che parla in modo davvero singolare della nascita del loro amore:

“Alla pensione Rubens, in via Bocca del Leone (a Roma, NdA), parecchio tempo fa alloggiava la signorina Cucchi, nipote del famoso Senatore patriota[31], la quale ebbe occasione di conoscere nella stessa pensione il giornalista dott. Quilici Nello, già corrispondente de Il Resto del Carlino da Vienna, venuto in Roma dopo la nostra dichiarazione di guerra all’Austria. Una sera il Quilici presentò la Cucchi al Naldi che ne divenne l’amante. Però dopo non molto tempo il Quilici, con generale sorpresa, sposava la Cucchi e il Naldi, oltre a pagare tutti i debiti del Quilici, fece addobbare per gli sposi un magnifico villino in via Virginio Orsini n° 25 (sempre a Roma) ove tuttora essi dimorano. Il Naldi non frequentò più la Cucchi, ma restava ed è ancora intimo amico del Quilici. Nel villino di via Virginio Orsini, poco dopo il matrimonio, si recò ad alloggiare un nuovo ospite: il prete Don Vanni, amico intimo di Quilici e del noto Cav. Pio Sterbini, segretario al Ministero della Guerra, persona di assoluta fiducia del Naldi. Nell’ambiente giornalistico si dice che il Quilici, il Vanni e lo Sterbini formano una specie di un triumvirato attraverso il quale si deve passare e “sottomettersi” per giungere a Naldi e al futuro Il Tempo. Il Vanni – sul quale questo ufficio si riserva di fornire precise informazioni anche nei suoi rapporti col Vaticano[32] – passa molte ore del giorno nei locali de Il Tempo in Piazza Montecitorio e sembra il direttore del triumvirato, nonché l’anima di tutti gli affari”.

Come detto, l’anno 1921 fu per Quilici quello della conquista della direzione de Il Resto del Carlino: egli succedette infatti a Missiroli il 20 dicembre di quell’anno. Per la verità, il giornalista bolognese aveva lasciato la direzione già da parecchi mesi quando il collega livornese prese il suo posto[33]. Era stato il fiorentino Aldo Valori a dirigere temporaneamente il quotidiano prima del suo arrivo[34], anche se il suo nome non compare in nessuna delle liste dei direttori presenti nelle varie opere ufficiali dedicate al quotidiano.

Costui, parlando della sua rimozione, avvenuta a favore di Quilici, ricordò che ebbe luogo dopo l’estate del 1921, quando, durante una riunione del CdA della società editrice del giornale, era arrivato Naldi da Roma con l’intenzione di “riaffermare i propri diritti, brandendo il pacchetto delle (sue, NdA) azioni”[35]. Sempre secondo Valori, in quella occasione Naldi era riuscito a riprendere in mano l’azienda e a nominare un direttore che fosse suo collega ed amico. Si trattava naturalmente di Quilici.

Il fiorentino però non fu tenero con Pippo e Nello quando descrisse colui che gli aveva “rubato il posto” come uno che si presentava con “distintivo fascista all’occhiello” e che era in confidenza con i fascisti più violenti di Bologna – del cui gruppo faceva sicuramente parte anche il violentissimo Ras imolese Gino Baroncini[36] -. Peccato però che, proprio con quest’ultimo, Quilici si scontrasse apertamente, e non solo a parole, dopo avere preso il posto di Valori[37]. Inoltre, dopo avere riportato una ferita al braccio destro, durante un duello alla sciabola con Baroncini, rifiutò addirittura di riconciliarsi con lui, trovandosi costretto di conseguenza ad abbandonare Bologna e a seguire Naldi a Roma.

In quel momento Nello non era ancora iscritto al Partito Nazionale Fascista[38], anche se molti in più di un’occasione hanno asserito che, nel momento in cui avvenne il fatto che provocò le ire del Ras, era lui, e non Pippo, ad avere un rapporto diretto con il Governo prevalentemente fascista allora al potere (si veda la nota 37). Come si legge invece in quella relativa alla iscrizione al PNF (si veda la nota 38), essa avvenne solamente nell’ottobre 1925, perciò molto dopo lo scoppio dello scandalo relativo al delitto Matteotti, scandalo che coinvolse, suo malgrado, anche Quilici, insieme ad alcuni collaboratori del Corriere Italiano, il quotidiano filo fascista presso cui lavorava nel momento dell’omicidio.

Ciò significa che, quando era redattore capo del giornale di Piazza Poli 3[39], Nello non era ancora fascista a tutti gli effetti, anche se tale quotidiano era uno degli strumenti che il fascismo utilizzava per incassare certi finanziamenti milionari assegnatigli dalla grande industria italiana attraverso l’allora non ancora senatore Agnelli[40] della FIAT e gli imprenditori liguri Odero, Parodi e Bocciardo[41]. All’epoca, Nello Quilici risiedeva stabilmente a Roma, anche insieme alla sorella Maria[42], in Via Cimone, in un quartiere chiamato Città Giardino[43], luogo diventato tristemente famoso nel corso del 1924 per essere stato anch’esso legato all’omicidio Matteotti.

Per capire come lo diventò, riepilogheremo gli avvenimenti che, in quella circostanza, resero così importante l’abitazione dei Quilici. Prima dell’omicidio del deputato, Nello era capo redattore del Corriere Italiano diretto dal cosentino Filippo Filippelli. Il quotidiano ebbe vita breve, ma intensa – dall’agosto del 1923 al giugno del 1924 – e ciò che ne determinò la chiusura fu il coinvolgimento di Filippelli nel suddetto omicidio. Non un coinvolgimento diretto, visto che gli esecutori materiali furono altri, ma il direttore del Corriere fu ritenuto comunque corresponsabile del crimine, in quanto intestatario del noleggio dell’automobile con cui Matteotti fu rapito, la stessa che, come vedremo tra poco, causò serissimi problemi anche a Quilici.

Ciò che di altro sappiamo sul tragico avvenimento è che, dopo la denuncia della scomparsa del segretario del Partito Socialista Unitario[44], i sospetti caddero immediatamente sul gruppo formato dal sottosegretario agli Interni Aldo Finzi, dal vicesegretario del PNF Cesare Rossi e, appunto, da Filippelli[45]. Questo anche se, in realtà, l’automobile utilizzata dai criminali che eseguirono l’omicidio fu messa loro a disposizione soprattutto attraverso il capo della Polizia Emilio De Bono – di cui Finzi era probabilmente vice – e non direttamente dal direttore del Corriere. Questo significa che, forse, Filippelli ebbe solamente l’incarico di noleggiarla, non di impartire ordini agli Arditi, giunti dalla sezione milanese del movimento, che il 10 giugno 1924 rapirono Matteotti sul Lungotevere Arnaldo da Brescia.

Ma forse potrebbe stare ad indicare anche che ciò che accadde in quella tragica giornata di fine primavera fu, probabilmente, la parte finale di un vero e proprio complotto ordito ai danni di Naldi e dei “suoi”, quindi anche di Quilici. Lo dimostrerebbe il fatto che, pochi mesi prima del rapimento, per la precisione il 9 luglio 1923 (solo poche settimane dopo la costituzione de La Vita d’Italia, società che, a partire dall’agosto ’23, pubblicò il quotidiano di Piazza Poli), il Vicedirettore del Corriere, Tom Antongini[46], fedelissimo di D’Annunzio, aveva inviato un messaggio di “allarme” ad Aldo Finzi dicendo di essere preoccupato che il suo superiore cosentino trascorresse troppo tempo con Naldi[47].

In quella circostanza arrivò persino ad offendere direttamente Pippo. Sicuramente, tale inaccettabile atteggiamento era un segnale esplicito del fatto che, già poco dopo la sua fondazione, nel quotidiano serpeggiava un certo malumore, provocato soprattutto da invidie insanabili nei confronti dei “naldiani”. Ciò che abbiamo scritto nella nota che parla di Finzi (nota 47) potrebbe aiutare a capire meglio la nostra interpretazione dei fatti e ad accettarla come verità. La teoria del complotto, da noi sostenuta, può essere suffragata anche dal fatto che, subito dopo il rapimento di Matteotti, fu Quilici ad affermare con prontezza che Putato e Dùmini, membri della “squadraccia” incaricata di uccidere il deputato – Putato però, alla fine, non partecipò attivamente al rapimento, né all’omicidio – erano sì impiegati saltuariamente anche dal Corriere Italiano, ma in realtà non facevano nulla per il giornale.

Disse anche che lo stipendio che veniva loro assegnato era dato soprattutto per ragioni politiche.[48] Che non corresse buon sangue tra la sezione “naldiana” del quotidiano di Piazza Poli e la frangia più violenta del fascismo fiorentino-milanese venne evidenziato anche dal fatto che, anni prima, nel 1921, una parte di tale frangia estremista si era schierata contro la candidatura alle elezioni di Naldi e dell’affarista pesciatino Tullio Benedetti[49]. In merito a ciò, occorre ricordare anche che proprio Pippo, circa un anno prima, era stato quello che, opponendosi probabilmente ai fascisti più violenti, aveva tentato di operare, insieme a Peppino Garibaldi, una profonda trasformazione nel gruppo romano degli Arditi, provando a snaturarne e a stravolgerne la sezione filo-fascista, anche per dare la possibilità all’anarchico capitolino Argo Secondari di crearne una filo-comunista, la stessa da cui, successivamente, nacquero gli Arditi del Popolo.

A tal proposito, è doveroso ricordare anche che era stata proprio la scissione della sezione romana degli Arditi, e la sua conseguente trasformazione in “a-fascista”, a rendere ancora più estremista e violenta di quanto non fosse già quella milanese[50]. E, forse, proprio anche a causa della loro vicinanza alla sezione filo-comunista del movimento, i “naldiani” allora in forza al Corriere Italiano potrebbero essere stati vittime di un complotto, ordito da Dùmini e dai suoi, in occasione del rapimento di Matteotti. Tornando al coinvolgimento di Quilici, esso avvenne suo malgrado poche ore dopo l’omicidio, quando accettò di parcheggiare temporaneamente la Lancia Lambda[51] nera targata Roma 55-12169[52] usata per il rapimento, nel garage della sua abitazione di via Cimone. C’è da chiedersi, però, per quale motivo, in quella circostanza, il giornalista livornese abbia accettato di compiere un gesto tanto rischioso.

Ad aiutarci a capire meglio i motivi di tale scelta apparentemente sconsiderata è un lungo memoriale, scritto nel giugno 1946 dal fascista sansepolcrista Franco Mario Fiecchi, da noi scovato nei fascicoli relativi all’omicidio Matteotti presenti nella succursale dell’Archivio di Stato di Roma[53] di via Galla Placidia. Fiecchi, riprendendo la versione di chi, come noi, è convinto che Filippelli abbia noleggiato la Lancia solamente per metterla a disposizione del Ministero dell’Interno, credendo che servisse a Dùmini solo per fare una scampagnata con amici[54], scrisse che, intorno alle ore 23 del 10 giugno 1924, qualche ora dopo il rapimento, Dùmini e Filippo Panzeri si erano avvicinati alla sede del Corriere Italiano a bordo di quell’autovettura, e che, poco dopo, il primo dei due aveva raggiunto il Viminale, ma con un’altra auto, una che il direttore del giornale usava abitualmente.

Lo squadrista fiorentino fece questo forse solo per cercare di mettere Filippelli nei guai più di quanto non fosse già, in quanto intestatario del noleggio dell’auto usata per il rapimento. Solo dopo la mezzanotte Dùmini entrò in quella che Fiecchi definì “piccola direzione” del giornale, al quarto piano del caseggiato di Piazza Poli 3. Fu allora che, dopo avere individuato l’ufficio di Filippelli, gettò sulla scrivania qualcosa[55] che sconvolse il direttore, tanto che, alla vista di quel “qualcosa”, costui lanciò un urlo e cadde a terra, privo di sensi, facendo accorrere dalla stanza accanto il redattore capo Quilici. Quest’ultimo, però, non vide mai ciò che sconvolse il suo superiore, ma, proprio come lui, rimase turbato da quell’avvenimento, tanto che, come scrisse sempre Fiecchi, “una volta tornato a Città Giardino, dove abitava in una graziosa villetta, era rimasto per tre giorni a letto”.

Durante quella notte, Filippelli, dopo essersi ripreso, aveva pregato Nello di ricoverare la Lancia del rapimento nel proprio garage; lo stesso in cui, il giorno successivo, Dùmini e Filippelli si erano recati per dare una risistemata all’auto, mentre il redattore capo del Corriere, sconvolto, si trovava, come detto, a letto. Non sappiamo se il giornalista decise di parcheggiarla nel suo garage sotto la minaccia degli squadristi, ma, al di là di questo, è comunque evidente che la sua responsabilità nel delitto fu assolutamente nulla. E anche la Corte di Appello di Roma deve averlo ritenuto quando, il 24 gennaio 1925, emise un’ordinanza contro le trenta persone indicate in qualche modo come responsabili o complici del delitto, escludendo però dalla lista degli accusati il nome di Quilici[56].

Che Nello non sia stato accusato nell’àmbito dell’omicidio è stato confermato anche da chi ha scritto che ciò avvenne perché decise di rivelare tutti i particolari[57] della tragica notte del 10-11[58] giugno 1924, e cioè quella di quando Dùmini arrivò al Corriere con una valigia che conteneva i resti del povero Matteotti[59]. Poco dopo l’omicidio, forse anche per “cambiare aria”, dopo avere incontrato Italo Balbo, l’allora già ex redattore capo del Corriere Italiano accettò di accasarsi al Corriere Padano, il quotidiano ferrarese di cui lo stesso Balbo era stato fondatore, nonché primo direttore[60], a partire dal 5 aprile 1925, ovvero dal momento della fondazione.

Ma, proprio nel momento in cui Nello ne ottenne la direzione, e cioè, in pratica, agli albori della sua “rinascita” giornalistica, il suo amico Naldi iniziò, al contrario, a subire le pressioni del fascismo più estremista. Per questo, dopo essere stato in carcere per quattro mesi per avere provato a risolvere il guaio in cui Filippelli si era venuto a trovare subito dopo l’omicidio Matteotti, Pippo era stato costretto a fuggire a Parigi e ad unirsi alla colonia degli amici socialisti italiani fuoriusciti. A causa di tali spiacevoli avvenimenti, anche Don Enrico Vanni era stato costretto a trovare sistemazione altrove, dopo avere convissuto a lungo a Roma nel quartiere di Monteverde, più precisamente in via Calandrelli, nell’abitazione di Pippo e famiglia.

Fu proprio Quilici a “soccorrere” ed accogliere a Ferrara il sacerdote e a trasformarlo nel più importante collaboratore del giornale di cui era direttore. Importante anche perché Vanni non era solo il coordinatore, ma anche il probabile inventore[61] della terza pagina culturale del quotidiano che, secondo il ferrarese Dante Leoni, faceva la fronda a Mussolini[62]. E così, dopo avere assunto la direzione del Padano, Nello rimase al timone del quotidiano per quasi 15 anni, fino cioè al giorno della sua morte, avvenuta nel cielo della città libica di Tobruq[63]. Fece però in tempo ad essere testimone, purtroppo, di quella dell’amico Vanni, avvenuta il 17 ottobre del 1929 a Ferrara[64].

Proprio nell’anno della scomparsa del sacerdote della Raggia di Riccovolto, Quilici aveva sposato la donna a cui, poi, in occasione del trigesimo della scomparsa di cui parlavamo, aveva affidato il compito di curare la parte grafica del “Cor Cordium[65]”, un bellissimo libro commemorativo, pubblicato per ricordare Vanni. Il nome della donna, nota non solo per essere stata moglie di Nello, ma anche perché fu una pittrice ed incisora affermata, era Emma Buzzacchi[66]. Dal loro matrimonio nacquero due figli: Vieri, ora noto architetto, e Folco, arcinoto documentarista cinematografico e televisivo.

Per quanto riguarda invece la discussa posizione assunta da Nello in merito alle leggi razziali, dopo avere letto con attenzione il suo intervento “La difesa della razza”, uscito il 16 settembre 1938 sulla Nuova Antologia[67] e il commento dello storico Alessandro Roveri sull’argomento[68], è necessario spendere due parole in merito, in quanto la pubblicazione di quello scritto ha rappresentato, senza alcun dubbio, uno dei punti più critici e delicati della vita del giornalista.

Prima di parlarne, però, vorremmo precisare, qualora qualcuno pensasse che il suddetto articolo rappresenti qualcosa di esecrabile, che la nostra intenzione non è quella di difendere Quilici per quanto scritto sugli ebrei, poiché siamo fermamente convinti che tutto ciò che ha riguardato la svolta razzista del Regime fascista rappresenti qualcosa di assolutamente vergognoso e disumano. Per questo teniamo a precisare che tutto, o buona parte di ciò che scriveremo in merito al “problema” della sua presa di posizione, è stato attinto dal testo di Roveri e dalla pagina ufficiale del Quilici presente su Wikipedia. Relativamente al saggio “La difesa della razza”, in Wikipedia si precisa che, però, nella parte finale di esso, si respinge nettamente l’idea di “persecuzione” contro gli ebrei.

Si afferma inoltre che Quilici, scrivendo ciò, intese dire che l’Italia voleva soltanto “difendersi”[69] (il giornalista, infatti, parlò di difesa, ma senza alcuna intenzione razzista: fece solo alcune osservazioni partendo dallo strapotere politico ed economico degli ebrei; questo si legge chiaramente nella parte finale del saggio pubblicato in Nuova Antologia). Quanto scritto dall’enciclopedia online potrebbe corrispondere al vero perché è noto a chiunque che Quilici era assolutamente vicino agli ebrei, specialmente a quelli di Ferrara, come dimostra, del resto, il fortissimo sentimento di amicizia che lo legò al Podestà di tale città, Renzo Ravenna[70], fino alla fine dei suoi giorni.

Tornando all’interessante libro di Roveri, vorremmo ricordare che l’inizio del secondo capitolo è incentrato quasi completamente sull’analisi dell’indiscutibile filosemitismo di Quilici, così come il primo lo è sulla disamina della renitenza da questi mostrata nel momento in cui il Regime lo costrinse a prendere una posizione precisa in merito alla questione ebraica[71]. L’autore parla esplicitamente anche del fatto che “il Corriere Padano non partecipò a quello sconcio crescendo razzista e antisemita” che, secondo Renzo De Felice, caratterizzò la stampa fascista intorno al 1938 e spiega, inoltre, che, dopo avere consultato i numeri del giornale relativi all’annata durante cui il Regime fascista iniziò ad applicare le leggi razziali, non trovò alcuna traccia dei presunti attacchi agli ebrei di cui fece menzione lo stesso De Felice.

Anche perché è noto che “la grande maggioranza degli appartenenti alla comunità israelitica ferrarese aveva aderito al fascismo, e continuava a sostenere il Regime fascista e la monarchia di Vittorio Emanuele III[72]”. Ecco forse perché in tanti hanno tenuto a sottolineare ripetutamente che il saggio “La difesa della razza” non avrebbe mai potuto parlare di persecuzione nei confronti degli ebrei[73], al di là del fatto che, effettivamente, non ne parlò.

Tenendo conto di questo, dobbiamo ammettere che, dopo avere analizzato tutto ciò in funzione della suddetta renitenza “quiliciana”, il risultato ci ha fatto riflettere molto. Soprattutto, ci ha fatto chiedere quale impressione negativa tale renitenza potrebbe mai avere provocato all’interno del fascismo, se, come qualcuno ha scritto, potrebbe corrispondere all’elemento scatenante che, nel giugno 1940, convinse alcuni membri di tale movimento a prendere la drammatica decisione di abbattere l’aereo su cui Nello viaggiava nel cielo di Tobruq insieme con Italo Balbo.

Abbiamo scritto questo perché non sono state poche le voci che si sono succedute in merito al sospetto che l’aereo su cui costoro viaggiavano potrebbe essere stato abbattuto dal fuoco amico[74]. Prima di proseguire con il racconto dell’episodio dell’abbattimento del trimotore SM-79[75], vorremmo precisare, facendo riferimento anche alle pagine di “Mussolini – Un dittatore italiano” dello storico Richard J.B. Bosworth, che in quell’occasione tale velivolo non era pilotato da un principiante, bensì da un aviatore espertissimo come Balbo, il quale era stato anche Ministro dell’Aeronautica dal 1929 al 1933 ed insignito, nell’agosto 1933, del supremo grado dell’Aeronautica Militare del Regno d’Italia, quello di Maresciallo dell’Aria[76].

Questo ci servirà per parlare anche del fatto che la sua carriera aviatoria ebbe inizio proprio grazie a Filippo Naldi, la persona che nei primi anni ‘10 aveva contribuito a valorizzare anche quella giornalistica di Quilici. Il libro di Bosworth ci servirà quindi anche per questo, visto che fu proprio lo storico australiano a scrivere che Balbo, a soli 15 anni – e cioè nel 1911 -, “aveva vegliato sui fuochi accesi per segnalare la pista agli aviatori che competevano impavidamente in un volo Bologna-Venezia e ritorno, sponsorizzato da Naldi e dal Carlino[77].

Ciò che di sorprendente emerge dalle considerazioni dello storico è che Pippo, allora, partecipava all’organizzazione di iniziative simili a quelle descritte anche se, a quel tempo, non collaborava ancora stabilmente con il quotidiano bolognese[78]. Possiamo quindi concludere che non solo Quilici, ma anche Balbo, fu sicuramente legato, sia a livello professionale sia dal punto di vista dell’amicizia, al giornalista di Borgo San Donnino[79]. Anzi, possiamo dire che la loro crescita professionale (così come anche quella del noto politico Dino Grandi[80]) avvenne soprattutto grazie all’interessamento di Pippo.

Queste ultime considerazioni ci torneranno utili anche per capire se fu, magari, proprio la reiterata presenza di Naldi alle spalle dei “ferraresi[81]” a far perdere la pazienza a qualcuno all’interno del PNF, tanto da spingerlo ad ordinare alla contraerea della Regia Marina di abbattere il velivolo che Balbo stava pilotando nel corso di quel tragico 28 giugno 1940. Abbiamo pensato questo dopo avere confrontato le nostre ipotesi col contenuto dei numerosi documenti che attestano che, nel momento della nascita della dittatura, Naldi ruppe drasticamente con il Regime[82], alimentando quindi le “frizioni” che lo avevano portato addirittura, anche insieme a Quilici, allo scontro con certi Ras emiliani.

Ma lo abbiamo pensato anche perché sappiamo che, al contrario di ciò che fece col Regime, Pippo non ruppe mai con gli amici che, nel giugno 1940, persero tragicamente la vita nel cielo libico. E potremo dedurre che, forse, fu proprio anche grazie a tale influente amicizia che Quilici e Balbo, finché rimasero in vita, poterono continuare ad esprimere le loro idee, a tratti anti-governative, dalle colonne del quotidiano ferrarese, senza però subire mai particolari persecuzioni da parte del Regime[83].

Come sappiamo, però, purtroppo, poco dopo l’entrata dell’Italia nella seconda guerra mondiale, il bombardiere pilotato da Balbo, su cui viaggiava anche Quilici, venne abbattuto mentre volava nel cielo libico. Ed è un vero peccato che tanto sia stato raccontato ma poco, pochissimo sia stato scritto su quel tragico avvenimento. Tale poco, poi, è concentrato principalmente nel libro di Folco Quilici, “Tobruk 1940 – Dubbi e verità sulla fine di Italo Balbo”[84].

L’analisi dell’avvenimento effettuata dal celebre documentarista è, però, assolutamente precisa ed emozionante, specie nel punto in cui egli descrive le fasi salienti di uno strano incontro, avvenuto forse in modo casuale, con un certo comandante Colonna, un ex ufficiale di Marina, il quale confessò ad un gruppo di persone, tra cui era presente, forse in incognito, anche Folco, di essere stato tra quelli che abbatterono l’aereo pilotato da Balbo[85].

Le cose sconvolgenti emerse da tale racconto sono che Colonna riferì che, in realtà, nessun militare italiano sembrò dispiaciuto per tale abbattimento, e che, dopo di esso, gli ufficiali e i marinai della Marina presenti a Tobruq arrivarono addirittura a brindare per la perfetta riuscita dell’operazione. Questo avvenne forse perché qualcuno di loro non gradiva le posizioni filosemite[86], ma tendenzialmente anti-sioniste[87], o anti-sioniste revisioniste, di Balbo e Quilici (come dimostra, del resto, la profonda amicizia che li legava al Podestà ebreo Ravenna[88]). Dal 1934 e al 1938 i rapporti del Duce con il cosiddetto Sionismo revisionista[89] si erano intensificati in modo significativo, anche attraverso la creazione, a Civitavecchia, di una accademia navale (la stessa di cui parliamo alla nota 89) a favore del movimento politico giovanile del Partito Revisionista Sionista di Vladimir Jabotinskij (il filo-sionista e fascista Betar[90]).

Per questo si può capire perché, a un certo punto, proprio poco dopo la chiusura della suddetta accademia, avvenuta sicuramente anche a causa delle leggi razziali, l’aereo su cui Quilici viaggiava venne abbattuto dalla Regia Marina, ossia da quella che, solo sei anni prima, aveva appoggiato, guarda caso, la realizzazione dell’accademia di cui sopra, anche attraverso colui che allora reggeva ad interim il Ministero della Marina (Mussolini).

Ciò che intendiamo dire con tutto questo è che le probabilità che alla base dell’abbattimento dell’SM-79 di Balbo ci sia stato un vero e proprio complotto estremista ai danni anche del Quilici crescono sensibilmente proprio chiamando in causa lo strano “asse” che, forse già a partire dalla fine della seconda metà degli anni ‘20, si venne a creare tra Jabotinskij e Mussolini. Da un certo momento in poi, infatti, il rapporto tra quest’ultimo e Balbo fu condizionato, in modo assai negativo, da uno stato di antipatìa cronica e, forse, di rivalità, e la tendenza politica di Jabotinskij fu sicuramente opposta rispetto a quella di Quilici (ma anche a quelle di Naldi e di Chaim Weizmann), perché estremamente anti-democratica e probabilmente filo-fascista, ma nel senso più estremista del termine.

L’interessante – e, a nostro avviso, risolutivo – dato con cui vorremmo concludere questo lungo articolo chiama in causa ancora una volta Naldi, ed esso ci tornerà sicuramente utile per capire come potrebbero essere andate veramente le cose in occasione della morte di Nello: come indicato in nota 89, sin dagli anni ‘10 Pippo e Chaim Weizmann[91], lo scienziato e politico che fu il primissimo Presidente dello Stato d’Israele, erano legati da un’amicizia forte, solida e profonda[92]. Il loro era perciò un rapporto assai positivo, al contrario probabilmente di quello che esisteva tra Weizmann e il capo del Betar[93].

Quindi, se è noto che fu proprio nel momento dell’esilio in Francia di Naldi e della conseguente rottura dei suoi rapporti col Duce che Jabotinskij, sfruttando forse anche il suo “conflitto” con Weizmann, aveva colto l’occasione di creare un’accademia navale a Civitavecchia proprio con l’aiuto di Benito, c’è da chiedersi quale ruolo potrebbe avere avuto Vladimir, insieme al Duce, nell’abbattimento dell’aereo di Balbo e Quilici… Ci siamo posti questa domanda perché molti, quando fu ora di individuare i mandanti dell’abbattimento, puntarono il dito proprio contro la Marina che, anche attraverso Mussolini, aveva appoggiato la nascita e la crescita della succitata accademia e che, come ricordammo poc’anzi, fu quella del Regno d’Italia, ovvero la Regia Marina[94].

E, forse, il fatto che dopo la fine della guerra fu proprio Naldi ad occuparsi della cessione da parte dello Stato italiano all’allora neonato stato israeliano di una serie di residuati bellici lasciati dagli Alleati sul nostro territorio[95] potrebbe significare, forse, che egli prese la decisione di compiere tale delicato lavoro, teso come detto a risolvere una complicata situazione politico-diplomatica a favore di uno dei “nemici” politici di Jabotinskij (Weizmann), anche per provare a vendicarsi nel modo più efficace di tutti coloro che, durante il Ventennio, seguendo l’esempio del Mussolini del post-leggi razziali, o dello stesso leader del Betar, avevano deciso che fosse giunto il momento di contrastare le idee di chi, come anche Quilici, aveva avuto una visione più moderata del fascismo stesso, ovvero diversa rispetto alla loro e di sicuro non propendente per la persecuzione degli ebrei[96] -.

Abbiamo scritto ciò[97] perché convinti del fatto che furono probabilmente costoro, nel giugno 1940, a prendere la decisione di far “giustiziare” Nello nel cielo di Tobruq, solo perché nelle intenzioni di quest’ultimo (proprio come in quelle di Naldi) c’era stata sicuramente quella di impedire che qualcuno potesse arrivare a trasformare il fascismo in una dittatura sanguinaria e profondamente antisemita, simile a quella hitleriana.


[1] Come molti lettori forse ricorderanno, la nostra ricerca è iniziata nel 2012 con Don Enrico Vanni ed è proseguita nel 2013-2014 con i fratelli pavullesi Borelli. Vedere, a tal proposito, i numeri 4, 5, 6, 7 e 8 de “Il Frignano”.

[2] http://it.wikipedia.org/wiki/Nello_Quilici

[3] http://www.geni.com/people/Vittoria-Italia-Crovetti/293664929320006005 – Il nome corretto potrebbe essere, però, Italia Vittoria.

[4] Si chiamava Giuseppe Crovetti e nacque a Pievepelago. Si trasferì in Toscana intorno alla metà dell’800. Sicuramente non dopo, perché Italia Vittoria nacque a Grosseto il 21 aprile 1860. La moglie del nonno di Nello Quilici, e cioè la nonna, si chiamava Costanza Vagini.

[5] http://www.geni.com/people/Antonio-Francesco-Quilici-detto-di-Beccio/293665191740003322

[6] Da “Modernismo cattolico”, movimento di rinnovamento del cattolicesimo, condannato come eretico da Papa Pio X nel 1907.

[7] http://www.geni.com/people/Giovanni-Crovetti/6000000007700324456

[8] Orazio Spoto, “L’Italia tra liberalismo e fascismo – Tesi di laurea”, 1998 – pag. 1. –  http://www.tesionline.it/default/tesi.asp?idt=13146

[9] Don Luca Pazzaglia, parroco di Riccovolto, “Dott. Don Enrico Vanni, memorie ed immagini”, pag. 2, in “Memorie di Riccovolto – Ricordo di Don Enrico Vanni”, a cura di Don Luca Pazzaglia, Prof. Luciano Ruggi, Sig. Aldo Magnoni.

[10] Vanni si laureò in Diritto canonico alla Pontificia Università Gregoriana nel corso del 1906.

[11] Nella Parrocchia di San Faustino era solito ospitare anche il noto sacerdote marchigiano, prima sospeso a divinis e successivamente scomunicato, Romolo Murri.

[12] Orazio Spoto, “L’Italia tra liberalismo e fascismo – Tesi di laurea”, 1998 –  http://www.tesionline.it/default/tesi.asp?idt=13146

[13] La Voce è stata una storica rivista fiorentina, fondata nel 1908 da Giuseppe Prezzolini e Giovanni Papini.

[14] Il 15 dicembre 1910 la rivista La Voce pubblicò in anteprima un capitolo di un saggio di Benito Mussolini, intitolato “Il Trentino veduto da un socialista”.

[15] Il Nuovo Giornale, però, era un quotidiano, a differenza de La Voce, che era un settimanale. E abbiamo voluto parlare di primo periodo “fiorentino” anche se, come ben sappiamo, il giornalista, al tempo della collaborazione con Il Nuovo Giornale e con La Voce, frequentava ancora il liceo di Modena, perché tale periodo iniziò prima di quello che consideriamo come il suo secondo periodo fiorentino, iniziato nel 1911 con il suo trasferimento a Firenze per motivi di studio.

[16] ACS (Archivio Centrale dello Stato), UCI, B.30 – Memorandum del 22 ottobre 1917 sugli inizi della attività giornalistica di Filippo Naldi, firmato dal prof. Enrico Vanni, Canonico Palatino. Alle pagine 2 e 3, Vanni scrisse che Naldi “nel 1911 fu chiamato a Bologna per fondare un nuovo giornale, ch’ebbe il nome di Patria. Visse poco, ma gloriosamente. Vi si dettero convegno, sotto il sorridente patronato di Giovanni Borelli, fresche e generose energie giovanili. Scopo, il rinnovamento del vecchio partito liberale, tentando di rimetterlo a contatto della realtà e di ricondurlo alle fonti. (…) Collaborai a Patria e da allora presi col Naldi la consuetudine dei lunghi interminabili colloqui, che si potrebbero chiamare culturali, ma in cui si trattano gli argomenti che interessano comunque il nostro intelletto e la vita”.

[17] Come ha spiegato anche Valerio Castronovo in “La stampa italiana dall’Unità al fascismo” (Roma-Bari, Edizioni Laterza, 1984), Il Nuovo Giornale di Firenze era controllato, attraverso alcuni uomini della Deputazione toscana, dal Senatore Urbano Rattazzi iuniore, Giurista italiano, ex-Ministro della Real Casa, consigliere giuridico di Re Umberto I e nipote dell’ex Presidente del Consiglio del Regno d’Italia, Urbano Rattazzi.

[18] Le probabilità che fu Il Nuovo Giornale a segnare il passaggio di Quilici a Patria crescono sensibilmente se andiamo a rileggere tutto ciò che è stato scritto sul fatto che il quotidiano fiorentino veniva pubblicato dagli Stabilimenti Poligrafici Riuniti, la società editoriale che pubblicava anche il Carlino, e sul fatto che, proprio come aveva fatto il principale quotidiano bolognese, anche quello fiorentino aveva dato in gestione i propri spazi pubblicitari all’agenzia Haasenstein e Vogler, da cui dipendeva sicuramente l’ex direttore di Patria – poi del Carlino -, Naldi (Vedere anche Marco Palla, “Firenze nel Regime fascista (1929-1934)”, Firenze, Leo S. Olschki Editore, 1978 – pag. 124).

[19] Fu completato solo nel 1917 perché Il Tempo, e cioè il terzo tassello di quel “trust”, non nacque che nel dicembre di quell’anno, dopo però avere tentato, invero invano – sin dall’inizio del 1915 -, di entrare nel mercato giornalistico – senza tuttavia riuscirvi, a causa dell’opposizione del Presidente del Consiglio Antonio Salandra -. Ma Il Nuovo Giornale di Firenze e il Carlino di Bologna erano già comunque legati, di fatto, tra di loro, prima della fondazione del quotidiano romano di Naldi. Molto probabilmente, lo erano già nel 1915, visto che entrambi venivano pubblicati dalla medesima società editrice (gli Stabilimenti Poligrafici Riuniti) – citata anche alla nota 18 -. Anche per questo, Naldi ebbe sicuramente un ruolo importante, se non fondamentale, nel passaggio di Quilici da Firenze a Bologna.

[20] Infatti, i primi importanti articoli di Pippo comparvero sul Carlino intorno al 1909. Quattro anni prima dell’assunzione, da parte sua, della condirezione del quotidiano e due prima della fondazione del foglio Patria. Ciò significa che quest’ultimo giornale, questa specie di piccola ma, nel contempo, straordinaria “palestra” giornalistica liberale, che, come detto, a partire dal 1911 “allenò” e allevò anche Quilici, proveniente da Il Nuovo Giornale, fino a fargli assumere la propria direzione, nel corso del 1912, fu, in buona sostanza, una specie di “anticamera” per il nutrito nucleo di giornalisti liberal-democratici, di cui facevano parte sicuramente anche Pippo e Nello, che, come forse molti di voi già sanno, andò successivamente a comporre il “team” di professionisti che, a partire dal 1913, e fino all’inizio della sua fascistizzazione, contribuirono a trasformare il Carlino in un vero e proprio “miracolo” giornalistico.

[21] Abbiamo usato l’espressione “fece in modo” perché non sappiamo se Patria fu diretto da Naldi, come ha scritto Mauro Canali, oppure se il direttore fu G. Borelli e Naldi ne fu semplicemente il co-fondatore. Don Vanni scrisse che nel quotidiano, che nacque nel 1911 anche grazie a Pippo, vi si dettero convegno, sotto il patronato di Borelli, fresche e generose energie giovanili.

[22] Questo il soprannome con cui era conosciuto Filippo Naldi.

[23] E cioè a partire dal momento della fondazione de Il Tempo, avvenuta il 12 dicembre 1917.

[24] Orazio Spoto scrive che la collaborazione di Quilici con Il Tempo iniziò nel 1919, ma una nota del Ministero degli Interni, datata 26 febbraio 1917, rivela invece che già in quel momento “il Quilici, il Vanni e lo Sterbini formavano una specie di triumvirato attraverso il quale si doveva passare e sottomettersi per giungere al Naldi e al futuro Il Tempo”.

[25] Di cui era direttore e proprietario sempre Naldi.

[26] Nel 1988 il figlio di Nello Quilici, Folco, noto documentarista, scrisse un lungo articolo che fu pubblicato da La Repubblica il giorno 24 maggio e che trattava dell’amicizia tra il padre e l’ex-Ministro fascista mordanese Dino Grandi, riportando le fasi salienti di un colloquio avuto con quest’ultimo poco prima della sua scomparsa. Grandi gli raccontò di essere stato uno dei primi amici di Quilici e di avere condiviso con lui il desiderio di trasformare il Partito Liberale in un partito di massa, anche attraverso il Carlino – ancor prima però che Naldi ne diventasse direttore -. Infatti, Grandi disse che, nel settembre 1913, e cioè nel momento in cui decise di pubblicarvi un articolo per cercare di trasformare il partito, il caporedattore del quotidiano era già il giovanissimo Quilici e aggiunse che fu proprio questi a fare in modo che lui fosse assunto al Carlino. Ma la parte più interessante del colloquio è sicuramente quella in cui Grandi disse che, secondo lui, in quel momento, il direttore del giornale era Giovanni Borelli; cosa sicuramente non vera (perché è noto che il direttore era stato fino al 4 settembre il bussetano Lino Carrara e, a partire dal 5 settembre, Ettore Marroni “Bergeret”), ma purtuttavia assolutamente interessante, perché ci permette di capire che il focoso politico pavullese ne era, quasi sicuramente, il vero direttore, il direttore-ombra. Vorremmo inoltre ricordare che Naldi assunse la direzione del Carlino poco dopo la pubblicazione del primissimo articolo di Grandi; ciò significa che potrebbe esserci stato proprio anche Pippo, insieme a Quilici, tra coloro che, nel 1913, caldeggiarono l’assunzione del mordanese al Carlino, confermando perciò che esisteva già, molto prima della nascita del fascismo, un fortissimo legame di amicizia tra i vari Nello Quilici, Giovanni Borelli, Filippo Naldi, Don Enrico Vanni e Dino Grandi… -.

[27] Di Naldi e del rapporto con Giovanni Borelli e i suoi fratelli abbiamo parlato anche nel n° 5 della nostra rivista.

[28] Orazio Spoto, “L’Italia tra liberalismo e fascismo – Tesi di laurea”, 1998 – pag. 2. – http://www.tesionline.it/default/tesi.asp?idt=13146

[29] http://it.wikipedia.org/wiki/Il_Resto_del_Carlino#Direttori

[30] Dino Biondi, “Il Resto del Carlino 1885-1985 – Un giornale nella storia d’Italia”, Bologna, Poligrafici Editoriale, 1985 – pag. 431.

[31] Si tratta, molto probabilmente, del Senatore Francesco Cucchi (Bergamo, 17 dicembre 1834 – Roma, 2 ottobre 1913). Cacciatore delle Alpi, partecipò alla seconda e alla terza guerra d’indipendenza come ufficiale di stato maggiore nel Corpo Volontari Italiani di Giuseppe Garibaldi e fu Medaglia d’argento al valor militare – http://notes9.senato.it/Web/senregno.NSF/96ec2bcd072 560f1c125785d0059806a/4d51d4b29af66d884125646f005a91ca?OpenDocument

[32] L’interessante commento dell’autore della relazione ridà improvvisamente valore a ciò che noi da sempre sospettiamo, e cioè che Don Vanni, così come Naldi, dati gli ottimi rapporti esistiti tra quest’ultimo e Giacomo della Chiesa-Papa Benedetto XV, avesse mantenuto un forte legame con la Santa Sede anche dopo la presunta (ma mai accertata) sospensione a divinis che la stessa Sede gli avrebbe comminato per le sue idee moderniste. Sicuramente, però, il suo rapporto con l’ente religioso, se continuò ad esistere, lo fece in modo rigorosamente “segreto”. Ecco perché molti, in più di un’occasione, lo hanno accostato, proprio come hanno fatto con Naldi, al servizio segreto vaticano, più che all’ente stesso.

[33] Dino Biondi, “Il Resto del Carlino 1885-1985 – Un giornale nella storia d’Italia”, Bologna, Poligrafici Editoriale, 1985 – pag. 431.

[34] Ivi, pag. 174.

[35] Aldo Valori, “Il fascista che non amava il Regime”, Roma, Editori Riuniti, 2003 – pp. 43, 44.

[36] Ibid.

[37] Come spiegano Luigi Arbizzani e Nazario Sauro Onofri, in “I giornali bolognesi della Resistenza”, questo avvenne nel corso del 1923 quando, proprio per volontà del Ras imolese Gino Baroncini (Segretario della Federazione provinciale fascista di Bologna tra il 1921 e il 1923, Alto Commissario del PNF per l’Emilia-Romagna, poi Presidente delle Assicurazioni Generali), Naldi e Quilici furono costretti a lasciare i propri rispettivi posti di Consigliere Delegato della società editrice del Carlino e di direttore politico del giornale. Lo scontro con il Ras ebbe un epilogo a base di schiaffi e sciabolate per la conquista di un appalto colossale per la realizzazione della ferrovia Direttissima Bologna-Firenze. Questo perché Naldi, avvalendosi delle conoscenze che Quilici aveva nel Governo, aveva provato a far assegnare a una azienda amica, la Cecconi-Ceragioli, l’appalto per il completamento della ferrovia. Alla fine dei lavori, Pippo avrebbe guadagnato il 5% sui 700 milioni di lire dell’appalto. Ma non riuscì a portare a termine l’operazione a causa, appunto, dell’opposizione di Baroncini. Nella notte tra il 21 e il 22 marzo 1923, il Ras arrivò addirittura a schiaffeggiare Nello in pubblico, alla stazione di Bologna. E cinque giorni dopo lo sfidò alla sciabola. In quell’occasione Quilici ebbe purtroppo la peggio, riportando una ferita al braccio destro.

[38] Orazio Spoto scrive che “Quilici ricevette la tessera del Partito Nazionale Fascista nel 1921 dalla Federazione dei fasci di Bologna, ma l’iscrizione fu formalizzata a Ferrara solo l’11 ottobre 1925”.

[39] Mario Carlini, “Amici al caffè – Il mondo di Amerigo Bartoli attraverso la sua corrispondenza – 1924-1970”, Roma, Edizioni di storia e letteratura, 1990 – pag. 32.

[40] Valerio Castronovo, “FIAT: Una storia del capitalismo italiano”, Milano, Rizzoli Editore, 2005 – pag. 157.

[41] Sandro Antonini, “Storia della Liguria durante il fascismo – Vol. 2”, Genova, De Ferrari Editore, 2003 – pag. 236.

[42] ASR (Archivio di Stato di Roma) – DM – 457 (1924) – La lista del personale di redazione del Corriere Italiano – Giornale di Roma ivi contenuta dimostra che anche la sorella di Nello Quilici lavorava presso il quotidiano di Piazza Poli.

[43] Negli anni Venti l’architetto Gustavo Giovannoni progettò e realizzò, al di fuori del Piano Regolatore di Roma, una “Città Giardino”, orientata alla tipizzazione della “garden city” d’Oltremanica, composta da costruzioni con struttura a villini inseriti nel verde e con servizi indipendenti: scuola, chiesa, ufficio postale, parco pubblico. (…) Nel 1924 venne introdotto il nome di Città Giardino Aniene. (Da Wikipedia).

[44] I cui membri venivano chiamati spregiativamente “pussìsti” da Mussolini.

[45] Filippo Filippelli – http://www.treccani.it/enciclopedia/filippo-filippelli_(Dizionario-Biografico)/

[46] Tommaso “Tom” Antongini – http://www.treccani.it/enciclopedia/tommaso-antongini_%28Dizion ario-Biografico%29/

[47] ACS (Archivio Centrale dello Stato) – Carte Finzi – B.1 – Fasc. 6 – Carteggio Finzi – Tom Antongini – 1923-1924 – Messaggio di Tom Antongini ad Aldo Finzi – 9 luglio 1923: “Caro Aldo (…), non vidi più Filippelli, ma ho saputo che ieri sera non era ancora partito; e, cosa singolare, mi si affermò e mi si provò che egli passa tutto il santo giorno e la sera con Pippo Naldi!! (…) So anche che amici comuni l’hanno messo in guardia, ma senza successo. Figurati che la loro intimità è tale che si servono di un’automobile a giornata, in comune. Se lo vedi, per il suo bene e per il nostro, dovresti dirgli il tuo parere in merito. Tanto è naturale che tu sappia tutto quel che avviene; né si stupirà che tu lo sappia. Naldi è una calamità e un pericolo, per qualunque cosa in cui egli metta anche solo la punta di un’unghia!”. Tali accuse, però, deponevano a favore di Naldi, quindi di Quilici, perché, quando scoppiò lo scandalo relativo all’omicidio Matteotti, uno dei primi a venire sospettato insieme a Filippelli fu proprio Finzi, e cioè colui a cui, nel 1923, Mussolini aveva dato il compito di fondare il Corriere Italiano per provare a fare concorrenza al “colosso” Corriere della Sera. Piccola curiosità: il padre di Finzi possedeva un’industria molitoria a Badia Polesine, un paese che, curiosamente, si trova a soli 15 chilometri in linea d’aria da quello natale di Matteotti. E il fatto che i sospetti cadessero anche sul figlio Aldo quando il Deputato fu rapito potrebbe avere a che fare anche con la loro provenienza, perché Finzi poteva essere il solo dell’intero gruppo di giornalisti in forza al Corriere a conoscere bene, magari, le abitudini del socialista. Altra curiosità: dopo la costituzione della società editoriale del Corriere Italiano (La Vita d’Italia), Finzi entrò a far parte del comitato di direzione del giornale, tentando però di approfittare di una crisi finanziaria interna per provare ad assumere il controllo dell’impresa. Per questo fu costretto da Cesare Rossi ad abbandonare la sua quota azionaria. Questo potrebbe averlo portato a cercare la vendetta nei confronti del gruppo “naldiano” presente nel quotidiano, ovvero di quello che potrebbe avere portato alla luce i suoi sotterfugi, impedendogli di assumere il controllo de La Vita d’Italia e del Corriere. E per noi, che, da sempre, siamo convinti che Naldi e Quilici non c’entrassero nulla con l’omicidio Matteotti, il comportamento scorretto che Finzi tenne nei confronti degli altri azionisti della società editrice, dopo avere criticato a lungo i suoi colleghi, anche insieme ad Antongini, è la dimostrazione che, forse, il crimine commesso da Dùmini e dai “suoi” non maturò affatto nel gruppo formato da Filippelli, Naldi e Quilici, bensì in quello, insospettabile, che considerava sicuramente l’avanzata di Pippo e dei “suoi” come una minaccia sia dal punto di vista politico sia da quello giornalistico-imprenditoriale, e che, molto probabilmente, faceva capo all’ex Presidente del Consiglio Salandra, per motivi legati a vecchie “ruggini” politico-editoriali con Naldi (Vedi il “veto” che il fondatore de Il Giornale d’Italia pose a Pippo nel 1915 quando questi si apprestava ad inaugurare Il Tempo). Non a caso, subito dopo l’arresto di Filippelli, il posto di direttore del Corriere Italiano fu preso immediatamente – anche se per breve tempo – da uno dei fedelissimi dell’ex Presidente, e cioè da Giovanni Capasso Torre di Caprara, il quale guarda caso, a differenza di Pippo e dei suoi, aveva collaborato, nell’allora passsato, anche con Il Giornale d’Italia – quotidiano co-fondato proprio da Salandra nel 1901 -, pubblicando articoli sotto lo pseudonimo di Gubello Memmoli.

[48] Mauro Canali, “Il delitto Matteotti”, Bologna, Il Mulino, 2004 – pag. 307.

[49] https://it.wikipedia.org/wiki/Tullio_Benedetti

[50] Conosciuta anche come quella da cui provenivano ben quattro dei cinque squadristi che parteciparono al rapimento di Matteotti. Solamente Amerigo Dùmini, nato a Saint-Louis negli Stati Uniti, faceva base a Firenze; anche se poi, proprio come Volpi, Viola, Malacria e Poveromo, operava regolarmente anche nel capoluogo lombardo – Vedi anche: http://it.wikipedia.org/wiki/Amerigo_Dumini#La_Ceka_fascista

[51] Giuseppe Mayda, “Il pugnale di Mussolini: storia di Amerigo Dùmini, sicario di Matteotti”, Bologna, Il Mulino, 2004 – pag. 183.

[52] Guido Gerosa, Gian Franco Venè, “Il delitto Matteotti”, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1973 – pag. 33.

[53] ASR (Archivio dello Stato di Roma) – DM – 1558 (1926-1945) – Franco Mario Fiecchi, “Perché fu evirato Giacomo Matteotti”, giugno 1946.

[54] E non per provare ad intimidire il socialista “contestatore”. Abbiamo parlato di Matteotti come di un “contestatore” per tutto quello che è stato scritto relativamente alla sua nota posizione antagonistica sulla cosiddetta “Convenzione Sinclair” – ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1991/12/11/ma-togliatti-non-entra-nulla.html. E a parlare del fatto che Dùmini avrebbe chiesto in prestito la Lancia noleggiata da Filippelli solamente per fare una scampagnata è stato Maurizio Barozzi in “Il delitto Matteotti – Una inchiesta sul caso Matteotti e una analisi critica della tesi, oggi di “moda”, avanzata dallo storico Mauro Canali” – http://fncrsi.altervista.org/il_delitto_matteotti_150218.pdf.

[55] “Dùmini gettò sul tavolo i testicoli e la testa di Matteotti, imbrattando un “bellissimo foglio di carta bianca sorbente sul quale Filippelli non aveva mai scritto un articolo per il giornale…””, scrisse Fiecchi.

[56] ASR (Archivio dello Stato di Roma) – DM – 458 (1924-25) – Ordinanza della Corte di Appello di Roma presieduta dal Commendator Mauro Del Giudice, datata 24 gennaio 1925.

[57] In merito a questo, Mauro Canali, alle pagine 395 e 404 del suo “Il delitto Matteotti”, ha ricordato due cose importanti: 1. Quilici contribuì in modo decisivo a smascherare il capo della Polizia, Emilio De Bono, denunciando che c’era anche e soprattutto lui dietro al delitto Matteotti. 2. Nello fece presente anche che un foglio firmato da Dùmini, con cui questi dichiarava di assumersi ogni responsabilità degli eventuali danni che fossero stati arrecati alla Lancia prestatagli da Filippelli, era stato scritto, in realtà, su una carta intestata del Ministero dell’Interno. Un altro degli elementi che potrebbero dimostrare l’assoluta estraneità al delitto Matteotti di Naldi e dei “suoi”.

[58] Maurizio Barozzi, “Il delitto Matteotti – Una inchiesta sul caso Matteotti e una analisi critica della tesi, oggi di “moda”, avanzata dallo storico Mauro Canali”, Roma, 2015 – pag. 46.

[59] O di qualcun altro, se è vero, come qualcuno ha detto, che la testa fu ritrovata anche molti mesi dopo nel luogo della sepoltura…

[60] http://it.wikipedia.org/wiki/Corriere_Padano#Direttori

[61] Io e il signor Aldo Magnoni di Montefiorino siamo assolutamente convinti che sia stato Enrico Vanni il vero inventore della terza pagina culturale del Corriere Padano.

[62] Dante Leoni, “Longastrino e le Nazioni Unite”; articolo incluso nel periodico “L’Ippogrifo – Bimestrale di lettere e cultura del gruppo scrittori ferraresi”, n° 31 – Luglio-Dicembre 2012.

[63] Gianni Scipione Rossi, “Mussolini e il diplomatico – La vita e i diari di Serafino Mazzolini, un monarchico a Salò”, Soveria Mannelli (CZ), Rubbettino Editore, 2005 – pag. 69.

[64] Nello Quilici, “Cor cordium – In memoria di Enrico Vanni – Ferrara – Nel trigesimo della morte – 17 novembre 1929 – con scritti di Quilici N., Colamarino, Borelli, Malaparte, Missiroli, Galassi, Grilli, Quilici B., Fovel, Nosari, Gardenghi, Ravegnani. Incisioni di Mimì Quilici Buzzacchi”, Ferrara, Società Anonima Tipografica Emiliana, 1929 – pag. 5. Fu in occasione del trigesimo della scomparsa di Vanni che Quilici diede alle stampe il “Cor cordium”, ovvero il libro commemorativo appena citato.

[65] Un sentito grazie all’amico Aldo Magnoni per averci dato la possibilità di conoscere questo straordinario libro commemorativo. Esso contiene anche un ricordo di Giovanni Borelli intitolato, appunto, “Giovanni Borelli sull’indimenticabile amico scomparso così ha scritto sulla Giovane Montagna di Parma”. La Giovane Montagna fu un settimanale fondato nel 1900 da Giuseppe Micheli. In origine, era un giornale politico largamente diffuso nell’Appenino parmense. Come spiega la pagina Wikipedia a lui dedicata, Micheli fu amico e collaboratore di Romolo Murri (di cui era seguace anche Don Vanni e di cui era amico Don Giovanni Crovetti, zio di Quilici, NdA). Fu eletto Deputato per il Partito Popolare Italiano e divenne Ministro dell’Agricoltura nel secondo Governo Nitti (dal 21 maggio al 15 giugno 1920), incarico che gli venne confermato nel quinto Governo Giolitti (dal 15 giugno 1920 al 4 luglio 1921). Titolare del dicastero dei Lavori Pubblici nel primo Governo Bonomi (dal 4 luglio 1921 al 26 febbraio 1922), si schierò successivamente contro il fascismo e partecipò alla difesa di Parma del 1922 (assedio operato dagli squadristi alla città emiliana, in cui si trovavano asserragliati gli Arditi del Popolo e le formazioni di difesa proletaria, all’inizio dell’agosto di quell’anno), divenendo quindi un bersaglio del Regime. Questo significa che Borelli collaborò in pianta stabile anche con vari personaggi politici dichiaratamente anti-fascisti, prima della sua morte, avvenuta a Fontevivo di Parma, il 30 luglio 1932. Micheli era molto amico anche con Vanni e, forse, con Quilici.

[66] Meglio conosciuta come Mimì Quilici Buzzacchi.

[67] La rivista Nuova Antologia fu fondata a Firenze alla fine del 1865. Nel marzo 1878 venne trasferita a Roma e, durante il fascismo, divenne la rivista ufficiale della Reale Accademia d’Italia, istituzione culturale fondata durante il Regime fascista. Dal 1932 al 1943 ne fu direttore l’ex nazionalista Luigi Federzoni.

[68] Alessandro Roveri, “Tutta la verità su Quilici, Balbo e le leggi razziali” Ferrara, Este Edition, 2006.

[69] Nuova Antologia, anno 73, n. 1596, 16 settembre 1938 – pp. 133-139.

[70] Renzo Ravenna (Ferrara, 20 agosto 1893 – Ferrara, 29 ottobre 1961) fu Podestà di Ferrara dal 16 dicembre 1926 al 17 marzo 1938. Fu, con Enrico Paolo Salem a Trieste, uno dei due soli Podestà fascisti di origini ebraiche in Italia, prima dell’introduzione delle leggi razziali.

[71] All’inizio del primo capitolo Roveri spiega che, ai primi di settembre del 1938, Antonio Baldini, redattore capo della rivista Nuova Antologia, scrisse sollecitando l’invio di un saggio composto da Quilici sulle leggi razziali. Un saggio che, forse, Quilici era stato costretto a scrivere, data la sua posizione, e che quasi sicuramente non poteva rifiutarsi di spedire. Ciononostante, Nello aveva continuato probabilmente a procrastinarne l’invio, forse perché non d’accordo con il testo delle leggi razziali, in quanto lesive nei confronti dei suoi tanti amici ebrei. Vorremmo ricordare anche che, in altri momenti, precedenti al 1938, pure certi potentissimi industriali statunitensi, così come la Santa Sede, avevano espresso idee più o meno antisemite, arrivando a puntare il dito anche contro il presunto strapotere economico degli ebrei. La Santa Sede lo aveva fatto in modo velato, tra il 1907 e il 1914, con il sindaco di Roma, Ernesto Nathan, definendolo “Figlio di Sem”; invece Henry Ford, cofondatore della omonima casa automobilistica, lo aveva fatto completamente, e in modo assai “pesante”, attraverso la pubblicazione del criticatissimo “The international jew, the world’s foremost problem”, un’opera in quattro volumi, dai forti ed esplici toni antisemiti, che fu molto apprezzata anche da Hitler. Tanto che, nel 1938, per i grandi meriti riconosciuti dalla Germania nazista, Ford fu insignito con l’Ordine dell’Aquila tedesca. “L’ebreo internazionale” (questo il titolo italiano) arrivò in Italia solo nel 1938, e cioè solo dopo la svolta antisemita del Regime fascista.

[72] Alessandro Roveri, “Giorgio Bassani e l’antifascismo (1936-1943)”, Ferrara, 2G Editrice, 2002.

[73] Il saggio di Quilici si conclude con la frase: “Persecuzione? No, la parola è ingiusta e stupida: soltanto “difesa”. Nello aveva scelto di dire la sua sugli ebrei dopo essersi accorto che certe altissime cariche istituzionali, anche in seno al fascismo, erano riservate esclusivamente a certi potenti rappresentanti italiani del popolo ebreo. Tuttavia, come accennato in precedenza, Quilici fu probabilmente contrario, proprio come il suo amico Italo Balbo, alla rimozione dell’amico Renzo Ravenna dal ruolo di Podestà di Ferrara, e questo la diceva sicuramente lunga sulla sua intenzione di difendere a spada tratta gli ebrei, anche per provare a proteggerli dalla persecuzione fascista. Non a caso, forse anche per questo motivo, il suo Corriere Padano veniva descritto come un quotidiano che “faceva la fronda” a Mussolini, ovverosia al Capo del Governo e Ministro dell’Interno ad interim che, nel settembre 1938, attraverso il Governo, aveva varato la “Normativa antiebraica sui beni e sul lavoro”. Si ricordi anche che Quilici era pure amico di Naldi, il quale aveva una moglie ebrea russa, a cui Nello era legatissimo, come dimostra del resto il pensiero rivolto a Don Enrico Vanni che Raissa Olkienizkaia (questo il nome della moglie di Pippo) aveva deciso di inviargli nell’ottobre 1929, in occasione della morte del sacerdote, per dargli la possibilità di inserirlo nel “Cor cordium”.

[74] Giuseppe Perri, “Il caso Lichtner: gli ebrei stranieri, il fascismo e la guerra”, Milano, Editoriale Jaca Book, 2010 – pag. 85. Perri scrive: “Al momento dell’entrata in guerra dell’Italia egli (sta parlando di Italo Balbo, NdA) non fece mancare il suo contributo entusiastico e il suo impegno diretto, tanto che cadde il 28 giugno ‘40 abbattuto per errore dal fuoco amico, ai comandi del suo aereo durante un volo d’ispezione. A bordo c’erano anche alcuni suoi stretti collaboratori, come Nello Quilici e il nipote Lino Balbo”.

[75] Il SIAI-Marchetti S.M.79 Sparviero era un trimotore ad ala bassa multiruolo, inizialmente progettato come aereo da trasporto civile veloce. Fu, per un certo periodo, il più veloce bombardiere medio del mondo e fu impiegato per la prima volta nella guerra civile spagnola nelle file dell’Aviazione Legionaria italiana. La Regia Aeronautica lo impiegò durante la seconda guerra mondiale in tutto il teatro del Mediterraneo, prima come bombardiere e poi – con maggior efficacia – come aerosilurante (fonte: Wikipedia).

[76] Balbo fu l’unico ad essere mai stato insignito di tale titolo, prima della sua abolizione avvenuta nel 1947.

[77] Claudio G. Segrè, “Italo Balbo. Una vita fascista”, Bologna, Il Mulino, 2000 – pag. 30 – Richard J.B. Bosworth, “Mussolini, un dittatore italiano”, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2002 – pag. 161 – Giuseppe Fanciulli, “L’eroica vita di Italo Balbo narrata ai giovani”, Torino, Società Editrice Internazionale, 1940 – pag. 30.

[78] Infatti, Don Vanni, parlando della carriera giornalistica di Naldi, scrisse che, tra la fine degli anni Zero e l’inizio degli anni Dieci del Novecento, Pippo “Pensava ai Balcani con ostinata pertinacia. Ricordo a questo proposito – prosegue Vanni – (…) le sue corrispondenze a La Tribuna dal Montenegro e dall’Albania. Nel 1911 fu chiamato a Bologna per fondare un nuovo giornale, ch’ebbe il nome di Patria. Visse poco, ma gloriosamente. Vi si dettero convegno, sotto il sorridente patronato di Giovanni Borelli, fresche e generose energie giovanili. (…) Nel dicembre del 1912 lo accompagnai in un fortunoso viaggio in Albania, dove si recava quale corrispondente de La Tribuna. Credo di sapere che si rese altamente utile all’On. Marchese di San Giuliano, nostro Ministro degli Esteri, col quale fu sempre in cordiali rapporti e dal quale fu, nei molti viaggi in paesi stranieri, munito di lettere credenziali per i nostri rappresentanti diplomatici”.

[79] Sicuramente non dal punto di vista politico, perché sappiamo che Naldi era molto vicino anche al Partito Socialista Italiano, al contrario naturalmente dell’anti-socialista convinto Italo Balbo.

[80] Noto anche e soprattutto per essere stato colui che concepì l’ordine del giorno che il 25 luglio 1943 provocò la caduta del Duce.

[81] “Ferraresi” perché Ferrara divenne la città di riferimento del livornese di nascita Nello Quilici.

[82] A nostro avviso non ruppe, però, con Mussolini, ma solo con coloro che avevano come unico obiettivo quello di trasformare il fascismo nel movimento alla base di un Regime sanguinario – ossia coloro che alla fine congiurarono alle sue spalle in occasione del delitto Matteotti -. Alcuni anni or sono, durante una conversazione privata con Mauro Canali, avvenuta presso l’Archivio dello Stato di Roma, il noto storico sposò parzialmente la nostra tesi secondo cui è ingiusto parlare dei numerosi litigi che sono stati attribuiti a Naldi e Mussolini e che, secondo molti, sarebbero stati la causa della opposizione di Pippo al Regime fascista. Canali però disse di credere che, a un certo punto, un litigio tra di loro avvenne veramente, anche se, abbastanza sorprendentemente, escluse che esso potesse essere avvenuto a causa dell’omicidio Matteotti. Purtroppo, però, a un certo punto lo storico si bloccò, impedendoci così di capire quale ritenesse esattamente l’avvenimento scatenante di tale presunta rottura. E se a provocarla fosse stata proprio la misteriosa morte di Balbo e Quilici?

[83] Inoltre, il fatto che il loro rapporto con gli ebrei che partecipavano alla vita politica del Regime continuò ad essere ottimo anche dopo la promulgazione delle leggi razziali è perfettamente in linea col fatto che anche la moglie ebrea di Naldi, prima, durante e dopo l’emanazione delle stesse, godette della protezione di molti degli influenti fascisti che non si riconoscevano assolutamente negli estremismi di certi loro colleghi – come, ad esempio, quelli dell’ultra-antisemita Giovanni Preziosi -.

[84] A causa della quasi totale mancanza di libri che parlino del tragico avvenimento, qualcuno potrebbe anche arrivare a considerare la versione proposta da Folco come una versione di parte. Costoro però sbaglierebbero sicuramente pensandola in tal modo, perché è indubitabile che il figlio di Nello sia stato autore di un’analisi assolutamente precisa e convincente.

[85] Folco Quilici, “Tobruk 1940 – Dubbi e verità sulla fine di Italo Balbo”, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2004 – pag. 6.

[86] Filosemita è chi sostiene gli ebrei e l’ebraismo (fonte: Dizionario Italiano Olivetti).

[87] Il sionismo è un movimento politico-religioso ebraico sorto alla fine dell’Ottocento con l’obiettivo di costituire in Palestina uno stato indipendente per gli ebrei sparsi nel mondo; dopo la costituzione dello Stato di Israele nel 1948, il termine venne usato per indicare il nazionalismo ebraico più intransigente (fonte: Dizionario di Italiano “Sabatini Coletti”).

[88] Ilaria Pavan, in “Il podestà ebreo – La storia di Renzo Ravenna tra fascismo e leggi razziali” (Roma-Bari, Editori Laterza, 2006), ha dimostrato che questo è assolutamente vero, scrivendo che “La politica culturale ideata, promossa e realizzata a Ferrara a cavallo degli anni Venti-Trenta non fu tanto la linea del fascio ferrarese (…), ma fu in primo luogo la politica dell’amministrazione comunale, cioè del Podestà Ravenna, cui si affiancò, dal 1925, Nello Quilici, che dalle pagine del ‘suo’ Corriere Padano contribuì non poco alla edificazione di quelle infrastrutture culturali destinate a sviluppare e propagandare questo disegno in modo quanto più capillare…” e aggiungendo che “nel secondo dopoguerra Renzo (Ravenna) fu vicino alla vedova e ai figli di Nello (dopo la scomparsa di quest’ultimo)”, anche se Nello, prima della morte, aveva pubblicato il saggio “La difesa della razza”. Ma, come spiega sempre la Pavan, anche dopo la pubblicazione dell’articolo, “l’avvocato e il giornalista avevano continuato a frequentarsi con la medesima cordialità”, perché, spiegò l’ex Podestà dopo la guerra, “Quilici aveva dovuto cedere – pena implicite ritorsioni personali e professionali – a insistenti pressioni provenienti dalla redazione della rivista (Nuova Antologia) e dal Ministero della Cultura Popolare”.

[89] Il Partito Sionista Revisionista è stato un movimento politico culturale ebraico di orientamento sionista, nazionalista, liberale e anti-comunista, creato a Parigi nel 1925 da Vladimir Jabotinskij, il quale era un dirigente dell’Organizzazione Sionista Mondiale da prima della Grande guerra ed era vicino alla corrente dei Sionisti Generali, ma contestava l’orientamento troppo moderato di Chaim Weizmann, e cioè quello di colui che, oggi, viene ricordato anche e soprattutto come il primissimo Presidente dello Stato di Israele – ma anche come grande amico di Naldi -. Visto che, come dicevamo, tale movimento venne fondato nel 1925, la differenza di vedute tra Jabotinskij e Weizmann fu probabilmente lo “specchio” di ciò che accadde successivamente, nel 1934, quando il secondo dei due creò l’accademia navale del Betar a Civitavecchia con l’aiuto di Mussolini, e cioè con l’aiuto di uno dei principali “nemici” politici di Italo Balbo, di Quilici e dello stesso Naldi. Così facendo, il sionista revisionista e il Duce gettarono le basi per la creazione della Marina del futuro stato d’Israele. Guarda caso, Balbo e Quilici furono abbattuti poco dopo proprio, nel cielo di Tobruq, nella Libia orientale, dalla Marina che, fino al 1938, aveva curato l’addestramento dei giovani allievi ufficiali sionisti revisionisti del Betar (fonti: “Wikipedia” e “http://www.omeganews.info/?p=2626)”.

[90] http://en.wikipedia.org/wiki/Betar_Naval_Academy

[91] “L’eletto dal popolo eletto”, secondo lo scienziato tedesco Albert Einstein.

[92] Indro Montanelli, “Busti al Pincio”, Milano, Longanesi, 1963 – pag. 71.

[93] Infatti, come ha scritto anche Renzo De Felice, in “Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo” (Torino, Einaudi, 1961), i revisionisti di Jabotinskij non facevano mistero della loro avversione alla politica inglese e a quella di Weizmann, a loro avviso troppo prona ad essa. Tutto questo avveniva mentre, però, l’ondivago Mussolini dichiarava: “Voi dovete creare uno Stato Ebraico (si rivolgeva agli ebrei, naturalmente, NdA). Io sono sionista, io. L’ho già detto al Dr. Weizmann. Voi dovete avere un vero Stato, e non il ridicolo Focolare Nazionale che vi hanno offerto gli inglesi. Io vi aiuterò a creare lo Stato ebraico”. Poi, però, il Duce collaborava segretamente con l’estremista Jabotinskij, distruggendo di conseguenza – e di fatto – il rapporto “moderato” che lo legava a Weizmann; e, così facendo, naturalmente, distruggeva automaticamente anche quello con i vari Naldi, Quilici e Balbo. E forse fu anche per prendere le distanze dall’atteggiamento incerto che Mussolini aveva tenuto negli anni ‘30 con gli ebrei che, come spieghiamo anche alla fine di questo nostro articolo, dopo la scomparsa del Duce, Alcide De Gasperi – e forse la Santa Sede – pensò – pensarono – proprio a Pippo per risolvere un delicato problema politico, legato alla cessione di certi residuati bellici Alleati allo stato d’Israele presieduto da Weizmann.

[94] https://it.wikipedia.org/wiki/Regia_Marina – L’Accademia navale militare del Betar era diretta dal Capitano fascista e filosionista barese Nicola Fusco. A quanto pare, però, costui era principalmente un esperto di Marina mercantile, più che che di Marina militare. Ma, nonostante ciò, fu nominato ugualmente direttore della scuola di Civitavecchia, nata per formare, anche e soprattutto a livello militare, i giovani del Betar. Questo forse avvenne perché, durante il fascismo, il Ministero della Marina – che, dal 6 novembre 1933 al 25 luglio 1943, fu retto ad interim da Mussolini -, da cui dipendeva sicuramente anche la Regia Marina, controllava sia il settore militare che mercantile della stessa; ed anche perché, allora, molto probabilmente, non c’era alcuna distinzione tra i due settori, come invece ci fu, al contrario, a partire dal luglio 1946, quando, con il Governo De Gasperi II, vennero istituiti il Ministero della Marina Mercantile e quello della Marina Militare, scorporando, di fatto, quella che, fino al 18 giugno 1946, era stata la Regia Marina – guarda caso, fu proprio con De Gasperi che Naldi collaborò per risolvere il problema dei residuati di cui parlavamo poc’anzi -.

[95] A dire il vero, Pippo fu “reclutato” da Alcide De Gasperi, quindi dai cattolici “governativi”, per cercare di risolvere alcuni problemi nati proprio per la presenza in Italia di tali residuati.

[96] Come ha spiegato Ilaria Pavan, alle pagine 143 e 144 di “Il podestà ebreo – La storia di Renzo Ravenna tra fascismo e leggi razziali”, per non essere additato come filosemita, Quilici, dopo avere pubblicato il saggio “La difesa della razza”, aveva dovuto mantenersi sulla linea dettata, appunto, dal saggio stesso; ma, come confermò anche Ravenna, questo non rispecchiava affatto la vera ideologia del direttore del Corriere Padano, la quale infatti era assolutamente filo-semita anche se, nel contempo, quasi sicuramente anti-sionista revisionista. Per chi volesse approfondire sulla incompatibilità politica esistita tra Weizmann e Jabotinskij, che, come dicevamo poc’anzi, per il fatto di essersi tradotta anche, a un certo punto, in un vero e proprio conflitto, potrebbe essere stata anch’essa alla base del contrasto politico interno al fascismo che, nel giugno 1940, portò all’abbattimento dell’aereo pilotato da Balbo, è consigliabile leggere le pagine del bellissimo “Imparare a sparare – Vita di Vladimir Ze’ev Jabotinsky, padre del sionismo di destra”, scritto da Vincenzo Pinto e pubblicato nel 2007 dalla casa editrice torinese UTET Libreria.

[97] Questo articolo non sarebbe mai potuto essere realizzato senza il prezioso aiuto di alcune persone che vorrei qui di seguito citare e ringraziare: Livio Migliori, Piccarda Quilici Alessiani, Gian Paolo Lenzini, Inigo Lezzi, Graziana Delpierre, Elio Canali e Signora, Antonio Crialesi, Aldo Mastropasqua, Salvatore Ferrari, Gino Badini, Fiamma Chessa, Fausto Cremona, Isabella Botti, Vanni Landi, Massimo Merendi, Claudio e Vetullio Mussolini, Giancarlo e Matteo Valentini, Lino Gambarelli, Dorian Vincenzi, Gian Luigi Basini, Renato Del Bino, Fausto Campioli, Aldo Magnoni, Don Luca Pazzaglia, la signora Maria Vanni di Riccovolto, Antonio Mammi, Francesco e Mauro Salzano, Dario Spadaccini, Luisa Merletti, Maria Luisa Tegon, Marco Pinton, Gianfranco Verardi, Maurizio Pinotti e tutti i nostri gentilissimi amici di Montecreto/Pavullo, Alessandro Mancini, Franco Landini, Stefano Rossi, Oliviero Widmer Valbonesi, Giulio Gherardo Starnini, Giorgio Mosconi, Anita Garibaldi, Davide Dazzi, Giuseppe Ligabue, Angela Chiapponi, Mario Corbellini e, naturalmente, tutte le altre persone che eventualmente ho dimenticato di ringraziare.